LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

sabato 9 settembre 2017

ASSAGGINO da IL RINGHIO


Stralcio
tratto da

IL RINGHIO
di Barbara Risoli

...
Il grido che infranse il silenzio mattutino fece quasi vibrare le ampie vetrate trapassate dal bagliore esterno. Victor si mise dritto sulla sedia, la tazza di tè si ruppe miseramente sul tavolo apparecchiato per la colazione. Scattò in piedi in ascolto. Altre grida, disperate, terrorizzate, lo strisciare di un corpo sul pavimento in legno dell'ultimo piano. Prese fiato. Riuscì a correre, seppure goffamente, ma corse con ampie falcate che gli fecero salire le rampe a due scalini alla volta. Fu sul punto di scalare quella che portava all'ultimo piano, quando la vide seduta in terra camminare a ritroso, inconsapevole di essere sul ciglio della gradinata. Scalciava e gridava, gridava e scalciava. Davanti a lei l'ombra maestosa del lupo bianco che, lui lo sapeva, non la stava attaccando, solo intimorendo nella guardia stretta che gli era stato ordinato di fare. Si mise a piangere disperatamente e la mano sinistra fu sul punto di spostarsi indietro per toccare il vuoto che l'avrebbe fatta precipitare di schiena sulle scale. Victor scattò ancora, l'immagine peggiore a scalfire la sua mente e l'attimo fu davvero l'ultimo, quando riuscì a impedire che rovinasse afferrandole le spalle e sollevandola di peso per stamparsela addosso, restando in piedi con le spalle alla parete. «Torna al tuo posto» disse con la voce secca della rabbia. Il fratello non si mosse, poi si voltò e tornò davanti alla porta accucciandosi flemmatico. Victor si lasciò scivolare contro il muro ritrovandosi seduto sui gradini, Efrosina tra le gambe, in un tremore compulsivo. La strinse alla vita assaporando la curva della sua schiena sul petto ansimante, immerse il volto nei capelli sciolti dalla corsa che doveva avere fatto una volta davanti al suo peggiore incubo. Il suo profumo gli entrò dentro e con esso la paura che mai avrebbe voluto sentire in lei. La frenò dal tentativo di scappare via, bloccandola con una stretta ferrea. «Un mostro» balbettò la giovane lasciando adesso che lacrime copiose le solcassero il viso bianco come latte, il terrore a possederla come un amante violento. «Solo un lupo» le rispose. Lei gridò nuovamente assordandolo, lui serrò le mani sul suo ventre piatto e ansante. Stava perdendo il controllo, i nervi della ragazza erano scossi ed era logico: la sua non era diffidenza nei confronti di quelle bestie, era fobia. Victor fece per alzarsi senza lasciarla andare, intenzionato ad allontanarla da quel luogo, ma lei si impuntò muovendosi tra le sue braccia, con uno scatto imprevisto si voltò restando in ginocchio sulla scala, sempre tra le sue gambe. Lo guardò come avesse bisogno di farlo per calmarsi e accadde. Il respiro ebbe un singulto frenetico, poi divenne regolare; il cuore rallentò, gli occhi si asciugarono, il pallore diede il passo a un colorito umano. Immobile, l'uomo si lasciò osservare, quella luce sinistra involontariamente accesa e capace di incantarla. Efrosina tirò su con il naso e lentamente gli cinse il collo. «Portatemi via» chiese spaurita, ma certa, adesso, di essere al sicuro. Colse in lei un'assoluta fiducia che mai aveva dimostrato, un desiderio inaspettato di averlo accanto. Si accoccolò tra le sua braccia, mentre il lupo bianco distante li osservava con quella che poteva apparire come un'espressione di compatimento. Probabilmente compativa quella giovane che lo temeva senza motivo. Sbuffò attirando l'attenzione del fratello. Faticosamente Victor si alzò tenendola in braccio: era esausto e dolorante, reduce da una sbornia, senza sonno da due giorni, non era nel pieno delle proprie forze, gli parve pesasse mille volte il vero, ma resistette e lentamente, usando la parete, discese al primo piano, poi al piano terra, nella stanza dove aveva tentato di consumare la colazione. Quando vide la poltrona accanto a uno dei cento caminetti del castello, provò un senso di sollievo. La ripose delicatamente, ma lei non si slacciò dal suo collo, costringendolo a restare chinato. «Siete pazzo o cosa?» ansimò. Si stava riprendendo e se ne dispiacque, la necessità di lui che aveva percepito lo aveva in qualche modo inorgoglito. Adesso sarebbe tornata a essere l'Efrosina di sempre, pungente e impossibile da decifrare sino in fondo, mai chiaramente seria e mai chiaramente ironica. Ne incontrò gli occhietti colmi ancora di paura, ma anche adirati. Finse di non capire la domanda. «Un cane in casa, un cane come quello! Ma lo avete visto? É enorme, cattivo e... bianco!» esclamò. Finalmente gli permise di mettersi dritto, una fitta lo costrinse ad appoggiarsi alla poltrona. «É un lupo» precisò riprendendo il controllo di sé, anche se dentro ancora assaporava la vicinanza con lei. «Un lupo!? Un lupo! Cosa normale, tutti hanno un lupo in casa! Siete crudele, sapete bene che io detesto quelle bestiacce maledette e loro odiano me!» era un fiume in piena, riversava su di lui tutta la tensione di poco prima, la certezza di essere stata sul punto di morire. Victor strinse gli occhi per reggere il suo impeto. «Se davvero ti detestassero, adesso non saresti qui a raccontarmelo» cercò di tagliare il discorso, zoppicando verso il tavolo devastato dalla caduta della tazza. «Ma certo! Avrebbe potuto azzannarmi la gola!» tornò a piangere e a tremare commuovendolo. Non reagì e si sedette per assaporare qualche focaccina. «Se tu non fossi stata così curiosa, non saresti salita all'ultimo piano e non lo avresti incontrato» fu ovvio. Secondo lui. «Cosa nascondete lassù?» si alzò sibilante per raggiungerlo e guardarlo in faccia. Lui non rispose. Lei ripensò ai rumori della notte, alle voci che l'avevano svegliata. Percorse ogni centimetro del viso dell'uomo e infine ebbe un sorriso amaro. «Una donna» concluse seccamente. Lui ebbe un sobbalzo. Versò del latte in un bicchiere e glielo porse. «Bevi qualcosa, hai il cuore in gola» le disse indifferente alla sua ultima sciocchezza. Lei fece un passo a ritroso e lo squadrò in maniera imbarazzante. Cos'altro avrebbe tirato fuori adesso? Ne ebbe paura. Appoggiò il bicchiere sul tavolo. «Vi siete fatto bello per lei» storse il naso. Lui alzò un sopracciglio incredulo. «Mi prendi in giro?» esitò. Efrosina indicò il suo mento. «Mi sono solo rasato» comprese divertito. Sapeva divertirlo, non poteva negarlo, e quei momenti gli sembravano aria fresca. «Non lo avete mai fatto per me» sbuffò. «Tu sei tu» rispose vago. «E certo, io non merito la vostra bellezza» «Tu sai bene che non sono bello, non sei una stupida da poter abbindolare con lustrini e paillettes» le fece un complimento. «Con cosa?» inclinò il capo. «Lascia perdere... e bevi il latte, devi avere la bocca asciutta. Si tratta del capitano Hofer... che non è una donna» la volle tranquillizzare, ancora colpito dal fatto che si fosse accorta del suo cambiamento, neppure tanto radicale. «E chi accidenti è il capitano Hofer?» «É una storia lunga...» si dimostrò stanco lasciandola con tutti i suoi dubbi. Ma lei si sarebbe fatta raccontare tutto da Azzania e non lo nascose. «E vi siete rasato per il capitano Hofer?» non mollò la presa su quell'inezia. Victor alzò gli occhi al cielo esasperato, sapeva essere polemica fino allo sfinimento ed era stanco, molto stanco. «L'ho fatto perché... perché... Cristo, Efrosina! Che importanza potrà mai avere se mi sono rasato o no?» esplose, ma senza troppo impeto, solo esausto. Lei accettò solo in quel momento di bere il latte, senza smettere di studiarlo. Era meno cespuglioso, i lineamenti più evidenti, colse la sua volontà di celare la cicatrice alla gola con la barba solo sfoltita. «Sembrate più umano, indubbiamente» lo interessò. «Gentilissima» grugnì. «Meno...» «Vampiro?» la prese in giro. «Lupo» lo stoccò facendogli morire sulle labbra il sorrisetto tanto faticosamente manifestato. Meno lupo. Fosse stato vero. «Sparisci» ringhiò. Lo abbandonò per raggiungere le cucine, dove ormai era di casa. Avrebbe voluto trattenerla, impedirle di curiosare in cose che sarebbe stato meglio non sapesse, ma lasciò correre. Lasciò che sapesse la verità dalla sua serva più fidata. Faceva parte della sua vita ormai, nasconderle le cose non aveva senso. Nasconderle le cose. Deglutì. Solo una cosa un giorno avrebbe dovuto confessare e quel giorno... l'avrebbe perduta?
...


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