LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

domenica 24 maggio 2015

24 MAGGIO 1915 - L'Italia entra nella Prima Guerra Mondiale

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Per commemorare
il 24 maggio 1915

(Tratto dal romanzo LA STELLA D'ORO)

- STRALCIO -

...

… e giunsero i giorni feroci. Il vento ululante della guerra entrò nella piccola città fortezza di Palmanova dalle alte mura doppie e a forma di stella della fortuna, protettiva per chi vi dimorava all'interno, anche se quella convinzione stava crollando come calcinaccio da muro diroccato. Si pensava, o si sperava, il contrario, ma sarebbe stato un massacro, un triste susseguirsi di lutti, dolori, spari, bombe. Tutto era iniziato il 28 giugno 1914 a Sarajevo, distante città che i più neppure sapevano dove trovarsi, con l'assassinio di Francesco Ferdinando, erede al trono dell'Impero di Austria e Ungheria, e di sua moglie Sofia. Uno studente senza gloria dal nome altisonante all'italico orecchio, Gavrilov Princip, aveva compiuto un omicidio tanto esecrato quanto segretamente auspicato, al fine di poter giustificare l'inizio di un conflitto recalcitrante nelle retrovie delle facciate governative. L'occasione era giunta ed era stata colta, mietendo vittime, sancendo editti, stringendo alleanze. Eppure, i più neppure ricordavano il nome del nobile assassinato. L'Italia era stata a guardare per un lungo trepidante anno, aveva tremato e svincolato il più possibile un coinvolgimento, poi tutto era precipitato. Il 24 maggio 1915 entrò definitivamente in guerra. Vedove, madri disperate, padri atterriti, fratelli divenuti figli unici, osservavano e pativano la lotta armata, irrefrenabile e disumana.
All'alba di quel giorno, nella grande piazza Vittorio Emanuele di Palmanova, i cavalleggeri del reggimento Roma, schierati in armi, ascoltarono, con il popolo, il colonnello Corrado Tomaio pronunciare tonante l'arringa. Altri due reggimenti, il Monferrato e il Genova, bersaglieri e fanteria, erano già in assetto di guerra nei cortili delle caserme. Un assordante colpo di cannone diede il segnale della partenza verso i vicini confini per difendere i paesi sotto il giogo austriaco. Gli abitanti di quegli stessi paesi avevano riparato entro le mura di Palmanova e osservarono i soldati marcianti con l'orgoglio crescente di un'italianità che, anche coloro che si erano nascosti nelle campagne, manifestarono al passaggio delle fiere truppe.
Tuttavia, due giorni dopo, attraverso porta Cividale oltre duemila abitanti di Farra d'Isonzo e di Gradisca, fatti sgombrare dopo l'arrivo dei dragoni del Genova, furono sistemati all'interno della fortezza, rifugio e casa sicura nel cuore degli italiani martoriati dalla paura.
La voglia di riscatto e il sangue ringhiante della difesa di se stessi non aveva fatto considerare che l'esercito italiano non era preposto alle grandi offensive e, inevitabilmente, ebbe luogo un arresto sul fiume Isonzo, stabilendo il comando della Terza Armata, messa a capo delle operazioni da Gorizia al litorale, nella vicina Sevegliano, presso la Villa Orgnani. Palmanova, piccolo colosso simile a un gladiatore poco valutato eppure forte, divenne un centro di salvezza e di approvvigionamento: munizioni e viveri erano ciò di cui i soldati al fronte avevano bisogno e la città non faceva mancare loro il sostegno. Nella vicina Santa Maria la Longa fu allestito un piccolo campo di aviazione che permise all'orgoglioso Gabriele d'Annunzio di dimostrare valore ed eroismo. All'interno delle mura la vita era frenetica, furono allestiti forni per il pane e le gallette; fuori porta Udine un allevamento di bovini avrebbe rifornito le truppe. Presso l'albergo La Rosa d'Oro furono allestiti una mensa e un circolo per gli ufficiali, ove lo stesso comandante della Terza Armata, Emanuele Filiberto d'Aosta, era solito desinare. Alle famiglie dei benestanti fu chiesto di ospitare qualche ufficiale. La città fu costretta al coprifuoco e solo con un lasciapassare era possibile percorrerne le vie, con l'oscuramento serale obbligatorio. Le strade divennero polverose per il passaggio continuo degli automezzi. Nella stessa estate del 1915 un'epidemia di colera causò numerose vittime tra militari e civili, tanto che nella vicina Visco si rese necessario l'allestimento di un triste lazzaretto per gli sfortunati sfiorati dalla malasorte. La guerra infuriava e sorsero più di dieci ospedali, dividendo quelli per le truppe e quelli per gli ufficiali; anche la grande aula del Duomo fu adibita a ospedale, mentre il teatro Modena funse da farmacia. Il numero dei morti aumentava sempre più, la pietà italiana e cristiana indusse a costruire un cimitero, fuori Porta del Mar, anche per le vittime austriache.
Il 29 giugno 1916 sul fronte orientale ebbe luogo una strage di soldati, causata dai gas asfissianti, e a Palmanova ne furono ricoverati molti, con la morte di centocinquanta di loro.

Il popolo, i comandanti, le nazioni coinvolte iniziavano a non credere più che sarebbe durata poco; cominciavano a capire che era in corso, e non era più possibile fermarla, la Prima Guerra Mondiale.

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