LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

martedì 7 aprile 2015

IL RINGHIO di Barbara Risoli - Il mio nuovo romanzo in lavorazione


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Anteprima

Anno 1860 – Iernut della contea di Mures – Transilvania

Rubava per vivere, per esistere nonostante la disperazione mostrasse ogni giorno l'inutilità dello stesso respiro. Rubava con astuta incoscienza per non soccombere, depredando le dispense in cerca di cibo, quello che le mancava sotto i denti a ogni risveglio. C'erano dei momenti in cui tutto le appariva inaccettabile, ma la fame non concedeva troppe riflessioni, non permetteva di piangere; il dolore doveva essere rimandato, perché non c'era tempo. Non aveva mai voluto essere una prostituta, avrebbe potuto, avrebbe dovuto in un mondo dove per una donna non c'erano molte opportunità e tanto meno per una come lei, un niente nel deserto dell'indifferenza e dell'ignoranza dilaganti tra gli alti monti della Transilvania. Rubava per il rifiuto di quella vita e, clandestina sui carri di fieno o di patate diretti ai grandi mercati, era solita raggiungere Ludus, grosso centro cittadino poco distante, per depredare le donne di malaffare. Si diceva fossero piene di soldi e di preziosi. Era vero. A tratti si lasciava prendere da quei pensieri squallidi, per poi celere cancellare le consapevolezze che facevano la sua esistenza misera e senza senso. Squallido era anche il suo passato, quello che malediva ogni giorno insieme al fatto di essere donna. C'era stato chi l'aveva privata della sua unica ricchezza, la virtù. Gli occhi chiari si facevano feroci al ricordo indelebile del bastardo che aveva vantato il diritto di essere suo padre soltanto perché l'aveva trovata in fasce sul ciglio di una strada. Quel cane gitano non aveva neppure atteso che fosse ragazzina per sollazzarsi con lei, costringendola a fare cose che le davano il voltastomaco. Accolta nella tribù nomade, aveva appreso l'arte dell'inganno, del furto e della persuasione. Ma lui, il padre, a ogni rientro al carro la trascinava nei boschi e quando tornavano non una parola doveva proferire, niente che facesse comprendere che altro non era che la sua concubina segreta. Segreta... neppure quanto si era illusa, tutti sapevano e stavano zitti perché Zoe non era una di loro, era una figlia del popolo, il frutto di un errore. Poi la guerra, il giungere imprevisto dell'esercito di Nicola I, lo zar di Russia, a supporto degli austriaci e infine la vittoria schiacciante sugli ungheresi il 9 agosto 1849 a Timiscioara, le avevano dato l'occasione tanto attesa. Con l'insediamento del governo austriaco in Transilvania, l'esercito aveva deciso il rastrellamento dei criminali e di tutti coloro che osavano opporsi al nuovo regime di lingua tedesca. Lei aveva avvertito i soldati degli spostamenti della carovana, ricercata per omicidi e scorribande. Si era presentata a un sovrintendente austero e germanico sino alla punta dei capelli, spiattellando tutto l'itinerario. La tribù nella quale era cresciuta fu decimata a Iernut, non sopravvisse nessuno e lei stessa aveva verificato che lui fosse perito. Lo aveva trovato bocconi, con la schiena spezzata, finito con una fucilata alla nuca. Un gran bel lavoro, erano soddisfatti anche i militari che l'avevano osservata dall'alto dei loro cavalli. Non si erano accaniti su di lei, una bambina di dieci anni, e il sorriso di gratitudine che riservò loro fu il suo salvacondotto. La gendarmeria locale la conosceva bene, sapeva chi era ed evitava di acchiapparla nelle sue fughe; la lasciavano vivere per riconoscenza, il suo nome era per così dire intoccabile. Quando qualcuno la denunciava, c'era sempre qualche tenente che la informava dell'eventualità di una perlustrazione. Di fatto non la trovavano mai, la cercavano e le passavano accanto senza vederla. I pochi possidenti di Iernut, coloro che non erano migrati nelle vicine Valacchia e Moldavia, la odiavano, sapevano del suo inspiegabile privilegio e per questo erano soliti aizzarle dietro i cani, sostenendo che la giustizia dell'invasore non valeva niente, che quella vera, infallibile, era sommaria e personale.
Detestava i cani e averli inferociti alle calcagna la costrinse a una fuga estenuante per le vie di Iernut, lungo i vicoli, negli anfratti più difficoltosi da percorrere, attraverso innumerevoli scorciatoie. Era veloce nella corsa, anche se i piedi nudi avevano le piante scorticate. Tuttavia, il fiato grosso non le toglieva la lucidità e il cuore impazzito non l'assordava. Vedeva nella penombra della notte come un gatto, era un abitante della tenebra, sapeva muoversi e celarsi. Solo i cani la mettevano in difficoltà: quei loro nasi sensibili la percepivano a distanza. Li odiava per questo, non capiva come fosse possibile considerarli amici. Si rese conto di dirigersi verso il castello appena fuori il piccolo paese, un luogo impervio con cancelli inaccessibili caratterizzati da una grossa cornice in pietra con un cartiglio centrale che sfoggiava la data 1574. Si diceva fosse abitato dai fantasmi. Non credeva a quella storia un po' infantile, anche se non era mai stato suo desiderio entrarvi. Ma si vociferava che neppure i cani osavano oltrepassarne i confini. Forse era vero! Attese pochi secondi, volse lo sguardo dietro di sé: il branco avanzava. Scattò. Simile a uno scoiattolo scavalcò l'inferriata piombando a piè pari sulla ghiaia. S'inoltrò nei cespugli incolti, graffiandosi gambe e braccia, camminò tentoni, un ramo le ferì la guancia. Poi, il latrare cessò. Si fermò prudente. Udì il giungere ritardatario degli uomini a cavallo e il loro borbottare scurrile. Le bestie mugolavano affermando, con il loro idioma, che non potevano proseguire. Fu deciso di piantonare quel punto sino all'alba perché la faina, cioè lei, dovevano prenderla a ogni costo. Ebbe un gesto di stizza che si trasformò subito in rassegnazione. Maledì quella notte e un rumore la mise all'erta. Corse nuovamente nella vegetazione, alla cieca, senza sapere dove sarebbe finita; corse a occhi chiusi in un buio sinistro che neppure la luna riusciva a spezzare, le rigogliose fronde sopra di lei erano impenetrabili.
Aveva fame, una fame che le tormentava lo stomaco. Pensava stupidamente a mangiare, mentre la sua vita stava segretamente mutando.

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