LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

lunedì 2 febbraio 2015

I miei incipit - LA STELLA D'ORO

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LA STELLA D'ORO
(Zolotaja Zvjezda)

- genere storico sentimentale -

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INCIPIT

Palmanova – 15 novembre 1912

La pianura friulana le passava accanto lenta, come il procedere della carrozza fregiata. Maria, oltre il finestrino, guardava i campi appena seminati. Poco distanti, le Alpi mostravano i segni bianchi delle prime nevicate, lì a proteggere la pianura, aiutate dal mare, anch'esso poco distante, alle spalle. Era possibile raggiungerle in tempi relativamente brevi. I cavalli sbuffarono stanchi, il corto tratto da Cervignano li aveva ingiustamente sfiancati. La giovane volse gli occhi verso la madre, intenta a leggere un volume raro, di quelli che amava cercare nelle vecchie biblioteche. Osservò il padre, serioso e deciso, che continuava a controllare i filari dei vigneti vendemmiati, di sua proprietà. Pensò alla città che stavano raggiungendo, perfetta con la pianta a forma di stella: Palmanova, Palma la Nuova, fortezza veneziana, luogo d'origine della sua famiglia. Non la rammentava, c'era stata da piccolissima, ora aveva diciassette anni e il futuro davanti, la speranza, la fede. Le avevano detto che a Palmanova vi era un duomo bellissimo, finito di costruire nel 1639, candido come il cuore di Cristo. Il primo desiderio di Maria era entrarvi, lo avrebbe fatto al più presto, ringraziando il Signore per la gioia di vivere che aveva dentro, per la bellezza di una famiglia che la faceva sentire al sicuro, le dava la speranza e le faceva credere di poter un giorno essere amata, com'era accaduto a sua madre, con suo padre. Anche l'amore la attendeva entro le mura robuste di Palmanova: un ufficiale scelto dai genitori, perché onesto, giusto e ricco. Si fidava di quella scelta, l'affetto che riservava loro era totale e sapeva che ogni azione era finalizzata alla sua felicità. Non era proprio così, quel matrimonio sarebbe stato di convenienza. Maria era troppo giovane per capire, provava soltanto la tenera ansia di conoscere il proprio futuro sposo. Di lui sapeva solo che si chiamava Rinaldo. Si soffermò su alcuni cavalli che brucavano pigri sotto l'acquerugiola che screziava il vetro della carrozza. Poi scorse la Porta del Mare, chiara e massiccia, serrata con pesanti portoni di legno, rinforzato con ferro, le guardie sui bastioni. La carrozza si fermò, in attesa del lasciapassare. Il doppio portale aprì la città stella di Palmanova. Avida di vedere, Maria provò una forte emozione, varcandone il confine. Trattenne il fiato, i sogni di ragazzina si accavallarono alla realtà. Era una città concepita per essere militare e come tale era perfettamente allineata in ogni strada, via, curva. Il convoglio avanzò con il respiro dei cavalli a spezzare un cupo silenzio. Maria vide la curiosità di alcune persone: gente povera, ricca, straccioni zoppicanti o dame altere. Era bella quella città, nonostante il tempo uggioso. Bello fu anche vedere il Palazzo dell'Astro, la dimora dei conti Frangini. Lei era la contessina Maria Frangini, figlia del conte Paolo Frangini e della baronessa Vera Altavalle. Prese fiato, stretta nel mantello di visone scuro, la temperatura era quella rigida e umida dell'autunno. La carrozza si fermò davanti all'entrata del palazzo, che dava su una delle vie, e giunse all'interno di un vasto piazzale, circondato dalle mura della dimora stessa. Ghiaia bianca scintillava sotto la pioggerellina incessante, uno stuolo di servitori con uniformi uguali era in attesa della famiglia Frangini.

Il padre scese per primo, quando uno dei domestici aprì il portellone; dopo di lui la moglie e infine lei, prudente e incuriosita, una piccola luce nel grigiore di quel giorno. Era bellissima, questo era noto, e neppure se ne rendeva conto. Forse l'altezza la faceva apparire più matura: arrivava al metro e settanta, una vetta illuminata accanto alla madre più bassa, seppur molto simile a lei. Snella ed elegante, Maria sfoggiava un biondo dei capelli che la faceva sembrare una donna del lontano nord, mentre gli occhi azzurri, in certi momenti, riuscivano a rubare il verde della speranza, assumendo un colore indefinibile e per questo unico, come ogni dettaglio del suo essere incantato e incantevole.

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