LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

martedì 20 gennaio 2015

I miei incipit - L'ONDA SCARLATTA

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L'ONDA SCARLATTA

- genere romance storico -

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INCIPIT

Cerbère (Linguadoca) – 12 agosto 1789

Ferma, in cima alla scalinata, guardò il salone e gli ospiti: tanti, troppi, fermi come lei, increduli davanti alla sua comparsa, simile a quella di un fantasma. Di Ersilia Alves, figlia del duca Juan Alves di Cerbère, da dieci anni non si sapeva più nulla, dal giorno in cui un incidente forse l’aveva uccisa. Forse. I presenti la studiarono con insistenza, mettendola al centro di un’attenzione che mai lei avrebbe voluto. Serrò il pomolo d’argento del bastone laccato, nascosto dall’ampio abito verde smeraldo capace di valorizzare la sua altezza e la fisicità perfetta. Apparentemente. I lunghi capelli neri erano stati acconciati dalla fedele nutrice Melina, ora alle sue spalle, dietro l’angolo del corridoio che Ersilia aveva percorso lentamente, quasi in lacrime. Non aveva pianto, ma il nodo alla gola rendeva il suo respiro affannato. La giovane tentò di indietreggiare, un colpo di tosse della donna glielo impedì. Avrebbe dato l’anima, o ciò che ne restava, per vaporizzarsi come lo spettro che tutti credevano di vedere in quel momento. Tuttavia, riuscì focalizzare il fondo delle scale, riconoscendo i genitori, i fratelli, alcuni amici che da anni non vedeva. Quel ricevimento era in suo onore, per i suoi diciassette anni, ma nessuno lo sapeva, ufficialmente si trattava di uno dei tanti convivi che il padre amava tanto. Aveva pregato Dio e la famiglia perché non la costringessero a presenziare, ma non era riuscita a evitarlo e ora, bellissima quanto ingannevole, era lì ad affrontare un evento insostenibile dopo anni di solitudine e mesto silenzio. Continuava a sentirsi come il destino le aveva imposto: i diamanti tra i capelli non lenivano il dolore, il vestito damascato, cucito per lei, non alleviava il senso d’inferiorità che la piegava, da quando i sogni di una bambina si erano infranti sugli scogli aguzzi della costa sottostante al grande palazzo di famiglia.
Un sommesso mormorio avvolse Sigfrido, affascinante con la divisa di capitano della Guardia Reale, ammirato dalle donne presenti. Era tornato quel giorno stesso, dopo il grande evento nella Capitale che aveva sancito la fine del sistema prettamente feudale del Regno. Era stato memorabile e impegnativo il 5 agosto 1789, con gli aristocratici a favore in festa e quelli contrari a tramare uno contro l’altro. La vigilanza sul sovrano, che non era intenzionato a sanzionare il decreto, era stata rafforzata e Sigfrido era una delle guardie del corpo di Luigi XVI. Il buon lavoro e lo zelo dimostrati gli avevano fatto ottenere una licenza fuori programma che gli avrebbe permesso di metabolizzare ciò che era in atto. Gli occhi azzurri e sottili come lame non smettevano di fissare la sorella, opposta a lui nell’aspetto e nel temperamento. La mascella tesa e il respiro a scatti tradivano il fastidio per quel ritorno. Era un giovane di venticinque anni, altero, vanitoso, attento alla forma, all’aspetto, ai modi, perfezionista e ligio al proprio dovere. Accanto a lui vi era il fratello, Oscar. Leggermente più basso, capelli castani scarmigliati e sorriso beffardo, guardava invece Ersilia con ammirazione. Era bellissima, pur nella timidezza e nella paura che, da fratello affezionato, seppe cogliere anche a distanza. Fece per raggiungerla, consapevole di doverla aiutare, ma la voce di Sigfrido lo bloccò.
«Eppure ho pregato il Cielo perché rifiutasse di presentarsi» lo sentì sussurrare a denti stretti. Non correva buon sangue tra loro, i rapporti erano freddi e distaccati, la lontananza del capitano per motivi di servizio li aiutava a tollerarsi. Il motivo del loro dissidio era proprio la sorella che Oscar aveva sempre compreso, mentre Sigfrido aveva scelto di dimenticare, incapace di sostenere il buio in cui era caduta e nel quale sapeva trascinare chi le stava vicino. Non era la sorella di dieci anni prima, aveva cessato d’esserla quando la verità era stata detta.
«C’è una cosa che l’esercito non ha saputo insegnarti» sbottò Oscar, senza incontrarne il ghiaccio degli occhi. Sigfrido ebbe uno sbuffo esasperato, era abituato alle sue grette stoccate «A tacere, quando si hanno da dire solo stupidaggini» concluse seccato, tentando di raggiungere la ragazza ai limiti di una crisi di panico.
«Definisci stupidaggine la presenza di quella…» sibilò l’ufficiale, ma uno sguardaccio scuro e ferreo lo zittì.
«Dillo, Sig… e giuro che ti spacco il naso davanti a tutti e tu sai che ne sono capace» sussurrò Oscar minaccioso.
«Il mio nome è Sigfrido»
Il figlio minore del duca lo lasciò solo, a farsi travolgere dalle occhiate delle ammiratrici, colmo di astio ingiustificato nei confronti di chi non era stata fortunata quanto lui, o meglio… di chi la fortuna se l’era vista strappare di dosso senza colpa, solo per un gioco e il destino, anni addietro, aveva giocato pesante.
Giunse in fondo alla scalinata, guardando Ersilia che tremava, percepiva i suoi brividi di paura e la tenerezza che sapeva infondergli lo commosse, inducendolo a fare i gradini a due a due per raggiungerla e porgerle il braccio con galanteria: era suo fratello, la sua ancora, da sempre. Complice le sorrise, ignorandone gli occhi lucidi e per questo ancora più belli nella tenebra che li caratterizzava.
«Riportami nella mia stanza, Oscar, te ne prego» disse Ersilia con un filo di voce, così accorata da essere convincente. Lui sapeva che se l’avesse accontentata gliene sarebbe stata grata per tutta la vita, ma non aveva bisogno di gratitudine, non aveva più bisogno di assecondarla per farla felice perché alla fine, a conti fatti, felice non era mai stata. Ciò che aveva guadagnato erano stati solo la pelle candida che non conosceva il sole e il silenzio assordante. No, non l’avrebbe accontentata e con la fermezza dell’affetto, le prese il braccio libero poggiandolo sul proprio, per poi invitarla tacitamente a fare il primo gradino, cui sarebbero seguiti gli altri, con il suo sostengo.
«Non ce la farò» affermò Ersilia spezzata.
«Ti sbagli, come sempre» la rassicurò lieve e quel passo, il primo, fu mosso, goffo, affaticato, traballante, ancorato al bastone che gli ospiti senza fiato videro. Dunque, quella donna era Ersilia, proprio lei; non era morta sugli scogli ed era zoppa, uno screzio nella perfezione di una bellezza in germoglio, tenebrosa e misteriosa, esile. La fierezza del portamento però fu abbattuta da quell’unico passo. La figlia del duca se ne vergognò, come dei seguenti, sino in fondo alla scalinata, dove la madre, adesso sola, la attendeva orgogliosa. Non aveva mai veduto la figlia tra la gente, nella luce della vita, elegante come una regina. Le strinse la mano e cercò lo sguardo basso senza incontrarlo.

«Tuo padre ti aspetta nello studiolo, Ersilia» le sussurrò, prospettandole l’impresa titanica di attraversare la sala. Scosse il capo corvino e una lacrima questa volta sfuggì al suo controllo. Oscar se ne accorse, affabile le porse nuovamente il braccio. La dolcezza di pochi istanti addietro era scomparsa dal volto del fratello.

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