LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

lunedì 6 ottobre 2014

LA GRAZIA DEL FATO - Spoiler selvaggio!

Dice MIRELLA nel suo commento su Amazon

... mi piace molto anche la ridondanza di Omero e la scena d'amore finale è sicuramente una delle più belle che abbia letto, non credevo che un rapporto intimo potesse essere descritto con metafore così alte, con emozioni così ben scritte da sentirne il profumo e vederne il colore...

E allora, eccola la SCENA D'AMORE FINALE! Ma quando mai uno si legge il finale senza leggersi il libro! Dovreste ringraziarmi, anche se... che vi perdete!!!! Eh!



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...

Persero l'equilibro per la tensione che li univa e li separava allo stesso tempo, scivolarono accanto alla vasca, lei riuscì a divincolarsi, evitando di averlo addosso. Retrocesse seduta, mentre l'uomo si appoggiò sulle braccia fissandola bieco. Fece per rialzarsi veloce, ma le afferrò la caviglia e la trattenne, cercando di sovrastarla nuovamente. Fu una lotta impari, che lei riuscì a vincere e, ancora seduta, indietreggiò sino alla parete poco distante, il fiato grosso, il cervello in fermento.
«Siete sempre stato pazzo perché solo un pazzo avrebbe potuto credere alle mie parole!» esclamò a sorpresa. Dunamis, sui gomiti volse gli occhi atri su di lei «Un pazzo! Solo un pazzo! Un pazzo che ha creduto alle parole di una pazza!» insistette, aveva bisogno di sfogarsi, di gridare, di dire tutto quello che aveva dentro, succedesse quello che doveva! Al diavolo! Non aveva scampo, ora lo aveva capito. Si alzò, si appoggiò al muro per trovare un senso assurdo di protezione «Mi avete fatto male, mi avete lasciata sola, mi avete fatto piangere, mi avete offesa e ferita, mi avete fatto sbagliare! Mi avete guardata, mentre continuavo a sbagliare, vi siete divertito, avete giocato, infine, tronfio e insopportabile, mi avete abbagliata con il vostro sfarzo, mi avete vestita come una regina e mi avete infilato questa collana certo che fosse ciò che volevo! Avete vinto, mi avete spiazzata, zittita, messa in una posizione dalla quale non posso uscire. Siete stato furbo, attento, paziente e sottile! Mi avete ridato tutto, niente escluso, avete fatto cose impossibili! Avete dimostrato di non essere un inetto e io l'ho capito, avete qualche dubbio? Credete che non abbia colto la vostra grandezza? Pensate che veramente io non sia in grado di comprendere? Siete un bastardo, lo siete sempre stato e vi detesto per questo, vi detesto per tutto quello che riuscite a fare contro di me!»
Urlava. Lui ascoltava con gli occhi stretti per il tono che stava usando, probabilmente anche i servi delle ultime stanze la udivano. Non la fermò in quello sfogo che non diede lacrime, solo acredine.
«Bravo! Un applauso al re di Astos divina! Bravo! Libagioni e banchetti sontuosi per il re di Astos che tutto può! Tutto dà senza chiedere! Bravo!» esclamò, batté le mani, avvicinandosi coraggiosa, ormai a briglia sciolta. Si chinò su di lui che la guardava inespressivo «Bravo» sospirò ironica «Solo una cosa non potrete mai più darmi» aggiunse mentre il sovrano si metteva in piedi «L'amore, quello non lo avete più dentro, non lo potrete inventare come questo gioiello, come questo abito, come questo palazzo, come il vostro fascino baciato dagli dei. L'amore non lo potrete mai costruire e il Fato non ve lo regalerà come la vita, perché l'amore è cosa grande che va oltre gli immortali. L'amore, quello non me lo darete mai più perché semplicemente non mi amate più» concluse. Finalmente gli occhi si allagarono e scintillarono al bagliore della vasca aurea.
«E di tutto questo non so che farmene» abbassò le spalle. Poi, distolse gli occhi da lui «Non so che farmene» ripeté. Decise di andarsene, ma non le fu permesso. Non si ribellò, quando il braccio di Dunamis la fermò. Questa volta non percepì alcuna forza, solo una delicatezza inaspettata, un calore che era stata certa averlo abbandonato. Gli diede le spalle e si lasciò abbracciare, il fiato sul collo, il viso dell'uomo sfiorato dai capelli che si erano liberati dall'acconciatura.
«Continui a sbagliare, ma non mi diverte» sussurrò. Zaira arrossì senza essere vista «Ti sei dimenticata di me» la turbò senza che si muovesse «Non ricordi come sono fatto, non riconosci l'uomo che ami, non mi guardi dentro come un tempo, intenta solo a difenderti. Non ti biasimo, so essere terribile. Non ti ho permesso di vedere il mio cuore. Tutto quello che ho fatto è stato perché…» la sua voce era diversa da pochi istanti prima, il disprezzo scomparso. Zaira trattenne il respiro «… ti amo» la fulminò.
Nell'animo ebbe uno sconquasso che la fece singhiozzare per poi cercare aria. Non riusciva a respirare, serrata da lui, le sue mani sul ventre.
«Ho sfidato gli dei per non amarti, non ci sono riuscito, ogni inganno non ha senso se ti guardo. Le tue parole mi hanno assordato, il tuo dolore mi ha piegato. Ora concedimi di guardarti negli occhi e che i tuoi occhi, se lo vorrai, scorgano ciò che ti ho tenuto nascosto e ti ha fatto piangere» la incantò così facilmente da farla sentire stupida.
Lasciò che la voltasse, ma non ebbe il coraggio di guardarlo. Il suo dito sotto il mento la costrinse in quel dovere gravoso, il cuore a ballare in gola una danza scatenata. Annegò. Fu inevitabile. Le lacrime scesero in un'ultima cascata che si asciugò sulla pelle incandescente. Annegò nell'abisso che Dunamis le concesse di vedere, ascoltò il battito del suo petto. Pur nella serietà ferma dell'uomo, scorse un amore che aveva davvero creduto estinto, che non aveva più sperato di rivedere e il senso di protezione di un tempo la pervase, la fece sentire forte, sollevandola dai patemi e dalle incertezze che avevano reso i giorni lancinanti. Non riuscì a sorridere, era sospesa in una dimensione che solo con lui poteva raggiungere. Pietrificata avrebbe voluto fare qualcosa. Non realizzò nemmeno il momento in cui la baciò, lentamente, inesorabile, prudente, poi appassionato, veloce, profondo. Allargò gli occhi, vide il mondo girare, si aggrappò alle sue spalle sul punto di svenire, ma non accadde. Dunamis non esitò più, le mani la percorsero tutta sino alla schiena inducendola a sdraiarsi sulla panca. Ignorò la sua reticenza poco convinta, le labbra calde cercarono la strada della sua felicità, perché la voleva felice, null'altro pensò in quel momento. La voleva felice, volare in alto con lei come mille volte avevano fatto. Abbatté l'ultimo confine tra loro, l'abito prezioso che aveva voluto per lei, la guardò in una nudità che aveva sognato per tanto tempo. La catturò, si lasciò catturare, assaporando l'emozione del contatto della pelle scottante. La baciò più volte, desiderando di farlo per sempre. La trascinò nei meandri della passione che avevano costruito insieme, la fece gemere, poi sorridere. Si fermò. Zaira parve svegliarsi, lo cercò con la fiamma del desiderio a scurirle gli occhi, lo riprese per quell'inutile pausa. Dunamis prese fiato e iniziò la corsa finale del loro amore immortale. Cavalcarono nelle lande della passione, scivolarono sulla sabbia del desiderio, ansimarono del fuoco devastante della frontiera del piacere. Spiccarono il volo e la guardò nella felicità piena e assoluta che seppe darle, trovando dentro di sé il senso del proprio respiro. Lo schianto fu inevitabile, la gioia travolgente. Caddero nel silenzio senza distogliere lo sguardo uno dall'altra.
«Siete un bastardo» sussurrò Zaira. Nascose la testa nell'incavo della spalla, vide per la prima volta la cicatrice che occhieggiava sotto l'orecchio. Ne rimase turbata, incerta la sfiorò. A quelle parole Dunamis sorrise, sapeva d'essere un bastardo, uno dei peggiori. A quel tocco invece si rabbuiò. La guardò serioso. Lei tremò.
«Il segno del Fato» disse interessandola. Zaira ricordò le parole di Fos, in uno scampato pericolo che le fece sentire un vuoto dentro.
«Eravate morto» asserì. Si morse il labbro inferiore.
«Sino a pochi istanti fa» rispose. Gli occhi neri del figlio del lupo scintillarono di vita.


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