LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

giovedì 16 ottobre 2014

LA GIUSTIZIA DEL SANGUE - 16 ottobre 1793 - L'esecuzione di Maria Antonietta (stralcio)

Brano tratto dal mio romanzo
LA GIUSTIZIA DEL SANGUE
(Le avventure di Venanzio ed Eufrasia - Vol. 2)

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L'ESECUZIONE DI MARIA ANTONIETTA

16 ottobre 1793 – Parigi - Francia

Fazzoletti bianchi, a migliaia, oppure stracci, pezzi di biancheria, di vestiti, persino fasce per neonati per raccogliere il sangue bastardo della lupa austriaca. Gente. Gente in ogni angolo, anfratto, sui tetti, sulle terrazze traballanti, sui carri di fortuna, su ronzini, asini e persino maiali. Vino. Vino scadente a barili. Donne. Donne in ogni dove, giovani, belle, brutte, vestite e seminude. Prostitute, ragazzine incinte, disperate, speranzose. Uomini. Della peggior risma, con i loro pantaloni al ginocchio, le coccarde tricolore, le bandiere, gli stendardi, le parole grosse, le sentenze, le idee politiche, il senso della giustizia. Bambini. Bambini perduti che giocavano al boia e al condannato, che brandivano piccole ghigliottine di legno a emulare quella sontuosa e robusta di Place de la Révolution. Una marea di umanità si era ancora riversata sulle strade di Parigi, onesti e disonesti, contrabbandieri, vittime e carnefici. Soldati. Soldati malandati accanto a guardie inappuntabili. Sorveglianza serrata e divertita. Un putiferio nel quale Eufrasia si immerse lentamente a metà mattina, mentre un cielo plumbeo gravava sulla città pronta alla festa, pronta per la libertà, la fratellanza, l’uguaglianza.
Neppure aveva discusso con Venanzio e lui non lo aveva fatto con lei. Il desiderio improvviso di fare in modo che la vittima di quel mattino potesse morire con un barlume di serenità nel cuore era stato talmente forte che qualsiasi tentativo di dissuaderla sarebbe fallito. Non era madre, non la sarebbe mai stata, ma il dolore che aveva sentito dentro nel momento in cui aveva compreso che non c’erano più speranze l’aveva piegata, le aveva persino strappato di dosso la rabbia incontenibile di avere rivisto Aldo, di saperlo incaricato dal marito, di averlo accanto. Erano tutti pazzi, lei non si salvava, ma non le importava nulla. Meravigliando se stessa, si ritrovò appaiata al proprio nemico in una missione di pietà che mai nella vita avrebbe creduto di compiere. Non parlava molto con il giovane che a sua volta sembrava semplicemente svolgere un compito ben retribuito. Erano l’uno accanto all’altra e lui neppure sapeva perché, la vita gli aveva insegnato a non fare domande e quei soldi in tasca erano una fortuna che da anni non lo sfiorava. Andava tutto bene per lui, indifferente al fascino di colei che aveva amato, intento solo a sopravvivere, pensieroso nella ricerca estenuante di una via di scampo, perché lui con la Rivoluzione, con quella gente, non aveva nulla a che fare. Forte della propria idea di giustizia, non trovava quel principio nel potere che sovrastava ogni cosa. Essere leale non gli era servito a nulla in passato, tutto era precipitato con la beffa di Eufrasia, qualcosa era risorto con l’aiuto di un amico che ne aveva fatto Guardia Reale per poi degenerare con il congedo forzato, con la miseria e la perdita inevitabile della famiglia vinta da povertà e malattie. Non gli era rimasto nulla, era nulla e sul suo capo gravava la colpa di avere ambito a elevarsi, di avere desiderato essere come coloro che ora finivano macellati sulla ghigliottina e divorati nelle mense della Conciergerie. Era perso in quel mondo che lo chiudeva in una gabbia, non aveva senso un solo giorno vissuto senza ideali. Per Aldo l’incontro con quell’uomo era stato provvidenziale, stranamente gli aveva ridato la voglia o la forza di alzarsi il mattino. Non sapeva chi era, non gli interessava neppure, lo sentiva affidabile dopo il lauto anticipo e sapeva che avrebbe mantenuto la parola. Di tanto in tanto dava un’occhiata alla donna che proteggeva, celata dal velo nero, immobile, affranta in un apparente lutto che era disperazione e disgusto. Sapeva chi era e cosa quello scempio imminente doveva incuterle, il suo coltello puntato sul cuore gli aveva dato un’idea abbastanza precisa di cosa era diventata e di quale rabbia la scuoteva. Era cambiata Eufrasia, figlia di un conte, grande nei sentimenti, nei gesti; era mutata profondamente la nobile fanciulla dall’aspetto angelico che aveva mantenuto la bellezza disarmante per dare spazio segreto a un indole feroce. Lo avrebbe ucciso, qualcosa l’aveva fermata, ma era certo che nel vicolo lo avrebbe ucciso come un efferato assassino. Non la temeva, tuttavia sapeva che non era più Eufrasia des Fleuves vestita di bianco davanti all’altare. Ora vestiva di nero, portava una maschera e dietro quella maschera poteva celarsi qualsiasi cosa. Non conosceva i dettagli e non li avrebbe chiesti, semplicemente concluse che lei aveva saputo ribellarsi alla vita, mentre lui la vita la subiva, la portava addosso come un fardello. Nel mare nefasto in cui il destino li aveva posti insieme, ebbe il lampo di una speranza, assurda e ingiustificata, ma vide qualcosa oltre la folla, oltre la sagoma sinistra della ghigliottina, per un attimo credette che tutto ciò che aveva intorno non lo riguardasse più, né il disprezzo dei suoi simili, né la gloria di Roberspierre. Ma fu un attimo che si interruppe con lo spostamento improvviso di Eufrasia che si fece lentamente spazio tra la folla, sino a portarsi in prima fila sulla strada che immetteva in Place de la Révolution, mentre le guardie e il boia controllavano il funzionamento della lama, stringevano o allentavano dei nodi, disponevano la mattanza perché fosse perfetta. Eufrasia fissò quegli uomini senza parole e alzò piano il velo mostrando di sé il volto pallidissimo, era uno straccio nel colorito, il nero degli occhi sembrava l’abisso dell’inferno. Aldo credette che stesse per svenire, sembrava priva di sangue. Forse era l’abito nero, forse l’atmosfera cupa, ma era simile a un fantasma malefico, l’espressione torva a renderla quasi irreale. Istintivamente le appoggiò una mano sulla spalla, inducendola a voltarsi infastidita. Silenzioso le chiese se andasse tutto bene e lei annuì distrattamente tornando sulla lama che scintillò sinistra. Sapeva che l’inclinazione l’aveva voluta proprio Luigi XVI, uno sciocco che sotto la lama meglio posizionata era caduto e per colpa sua ci stava cadendo anche la regina. Erano pensieri segreti, rabbie ribollenti, astio e dolore quelle conclusioni che non avrebbero portato a nulla.
Il mormorio della folla stranamente iniziò lentamente a placarsi, l’euforia incredibilmente ebbe una battuta di arresto, un’onda di silenzio sembrò sfiorare le teste delle persone stipate come bottiglie nella stiva di una nave, il giubilo scemò e quando Eufrasia volse lo sguardo verso l’inizio della strada che immetteva nella piazza della mattanza, la vide. La guardò anche Aldo che l’aveva conosciuta, certo però che lei non ricordasse uno dei tanti soldati che avevano camminato sui pavimenti lucenti di Versailles. Ebbe un moto di nostalgia e tremò per non cedere all’istinto di mettersi sull’attenti in presenza della regina di Francia, Maria Antonietta di Lorena. La regina di Francia… una donna ridotta a nulla, una trentottenne che dimostrava quasi il doppio dei suoi anni, con i capelli sciolti sulle spalle esili, un tempo biondi e ora grigi e malconci. La regina di Francia, ricordata e odiata per i suoi abiti meravigliosi, per i suoi ritratti austeri o familiari attorniata dallo sfarzo e dal lusso… ora indossava una veste di piqueè bianca. Eufrasia strinse lo sguardo su quella stoffa candida e sorrise dentro: il lutto della nobiltà prevedeva anche il bianco, ma quegli ignoranti non lo sapevano e pensavano di schernirla con il colore opposto al nero. Pensavano, quei cani ringhianti, di poterla privare di tutto, ma di una cosa fu certa non l’avrebbero mai privata: della dignità. Maria Antonietta sedeva sul carretto dei condannati a morte, le mani legate alla schiena, una cuffietta a coprire il capo, il volto segnato da un tempo che non le apparteneva, la schiena dritta e gli occhi… gli occhi di quella donna, vittima dell’accusa più infamante, scarlatti, ma non di pianto. Eufrasia era certa che lei non avesse pianto, il suo orgoglio non glielo aveva permesso. No, quegli occhi erano scarlatti di dolore e di astio: ognuno di quei debosciati che l’avevano umiliata e privata persino della confessione, lei li disprezzava e mostrava in anticipo ciò che volevano, faceva scintillare prima del tempo il sangue che stavano aspettando come vampiri di leggende lontane. Il pallore che la caratterizzava, della sua pelle color della neve si era sempre parlato, evidenziava quel dono macabro che scivolava sulla folla soffermandosi a caso su una persona o sull’altra che raggelava davanti alla sua ferma determinazione. L’avrebbero avuta, l’avrebbero divorata, ma sarebbe morta con lo spirito austriaco del quale andava fiera. La chiamassero lupa, la chiamassero scimmia, la chiamassero puttana, ma lei era e sarebbe sempre rimasta Maria Antonietta, la regina di Francia, moglie di Luigi XVI, madre del re di Francia. Eufrasia lesse in lei, nel suo silenzio, tutto questo, le parve di ascoltare il suo pensiero, degno di un rispetto che forse Dio in persona, lì di passaggio, stava imponendo alla folla che taceva. E tacesse quella folla, perché nulla di importante aveva da dire.
Diete una gomitata ad Aldo, che come tutti gli altri era rimasto ipnotizzato dalla regina in marcia lenta verso il patibolo. Il giovane si svegliò e la guardò.
«Spingimi in avanti» gli sussurrò all’orecchio. Averlo accanto le aveva dato un’idea. Lui la contraddisse con un gesto del capo e lei insistette con un’altra gomitata, creando una specie di lieve diverbio silenzioso tra loro. L’estremo rifiuto portò Aldo a spingerla esattamente come voleva lei nel momento preciso in cui il carretto del condannato a morte le fu davanti, a pochi passi. Finse uno scivolone, cadde carponi, Aldo tentò di soccorrerla e lei lo scostò con uno sguardaccio infermale a bloccarlo il tempo necessario per permetterle il gesto di pietà per il quale stava rischiando la vita, lo sapeva. Rialzandosi faticosamente si appoggiò al legno del mesto convoglio, le guardie percepirono il tremore dello stesso, il cavallo fu fermato, Eufrasia si aggrappò al poggia mani ed emerse dal nulla davanti agli occhi della regina che la scorse con quel suo sguardo arrossato, rimanendo per un attimo attonita davanti alla vicinanza di qualcuno, dopo mesi di solitudine obbligata. Non le avevano mai permesso neppure di avere un’intimità per il timore che potesse avere contatti non autorizzati. Fu un secondo, forse due, quello durante il quale le due donne, sconosciute eppure così vicine si guardarono, entrarono una nell’altra nel silenzio assoluto, una parola avrebbe ucciso Eufrasia come una parola avrebbe ulteriormente umiliato la regina. Tuttavia, in quest’ultima ci fu un brivido che sfociò in commozione, gli occhi rossi si inumidirono e li volse vero le Touleries, luogo dove aveva vissuto in maniera decente con la sua famiglia prima del Tempio e poi del distacco dai suoi figli. La folla pensò che quel ricordo la stesse emozionando e la Storia lo avrebbe lasciato credere. Poi quegli stessi occhi tornarono sulla sconosciuta e osservarono le sue mani aggrappate al legno. Si fissarono su quelle mani che stringevano un nastro rosso, lasciandolo ricadere all’interno del carro. Il nastro rosso. Maria Antonietta non distolse l’attenzione da quel segno, rimase immobile, ma Eufrasia colse in lei un sospiro lieve, un sollievo insperato. Repentina la regina le diede un’ultima occhiata, mentre il carro ricominciava ad avanzare verso la ghigliottina e una guardia allontanava bruscamente Eufrasia per aver intralciato quel viaggio estremo. Venne spinta nel punto in cui avrebbe dovuto restare senza invadere la strada e ad accoglierla fu Aldo.
«Femmina ignorante senza cervello! Quando ti si dice di portarlo il bastone perché sei zoppa tu non ci senti. Stupida!» disse il giovane stringendole il braccio e lei, veloce e abituata alle messe in scena, finse di perdere il controllo della gamba aggrappandosi a lui. La guardia non si insospettì, quell’episodio passò così in secondo piano, nessuno lo avrebbe ricordato, solo Maria Antonietta.
Entrambi rimasero immobili a osservare il carro giungere sotto la ghigliottina, a fissare la schiena della regina mai curva. La videro scendere ed Eufrasia notò il suo capo rivolto all’interno del carro dove aveva lasciato scivolare il nastro. Aveva capito ed esserne certa la colmò di una gioia discordante in quella situazione che adesso avrebbe raggiunto livelli inenarrabili. Tutto era veloce, veniva percepito così, il tempo era lo stesso, ma gli animi sentivano la velocità che incalzava e un mormorio soddisfatto aleggiò, quando vennero tagliati i capelli della regina alla nuca. La nuca… il punto che doveva essere libero per il colpo mortale della lama. Eufrasia rabbrividì. La regina salì sul patibolo, bianca nella veste e nella carnagione, bianca come un fantasma e quando il suo sguardo corse sul pubblico, a distanza il rosso del disprezzo sembrò davvero scintillare. Qualcuno indietreggiò davanti a tanta incrollabile magnificenza. Fu in ginocchio, impossibilitata a fuggire, ormai a un passo dalla morte.
«Non è uno spettacolo accettabile» le sussurrò Aldo, stando bene attento a non farsi sentire. Erano nella fossa dei leoni. Lei lo ignorò. Doveva vedere. Doveva. Avrebbe voluto andare davanti alla condannata a morte per darle altre conferme, ma non poté farlo. Ma doveva vedere fino a che punto l’umanità potesse arrivare e convincersi definitivamente che lei, nonostante tutto, era migliore. Doveva vedere e avrebbe visto. Guardò i presenti e la loro ansia, poi tornò al patibolo, una donna accusata di incesto stava per essere giustiziata. Doveva vedere. La mano di Aldo invano cercava di distoglierla da quella scena che l’avrebbe sconvolta. Non era una questione di obblighi, non gli stato detto di evitarle quell’esperienza, istintivamente riteneva che una donna normale non avrebbe sopportato lo scempio. Ma forse Eufrasia non era più normale, forse non aveva ancora avuto occasione di capire fino a che punto era arrivato il suo cambiamento. No, lei doveva vedere.
E vide. La lama sibilò accompagnata dal rumore della discesa, giunse fulminea a destinazione e recise. La lama tagliò, di netto, precisa come uno di quei coltellini dei dottori che chiamavano bisturi. La lama recise come un fiore la vita, il boia afferrò la testa caduta in un cesto e la mostrò al popolo. Eufrasia sobbalzò, il cuore in gola o forse non fu il cuore a batterle la carotide, forse fu un conato di vomito, ma non vomitò, era digiuna da giorni e non aveva bevuto quella mattina. La azzannò un’emicrania che sembrò un colpo di bastone in piena fronte, allargò gli occhi incredula, indignata e tremò così forte da cercare senza volerlo l’abbraccio di un uomo che detestava. Raggelò dopo essere rabbrividita, perché gli occhi rossi di Maria Antonietta si mossero e lo fecero una due tre volte, tante volte e fu terribilmente convinta che le sue labbra sottili regalassero un sorriso a tutti coloro che stavano davanti al suo capo grondante. Qualcuno in prima fila svenne, uomini e donne. Dei bambini gridarono, i più piccoli ebbero reazioni inconsulte senza essere controllati. Il sangue iniziò a cadere sulla pietra della piazza. Pochi istanti di intontimento e poi lo scoppio incontrastato del giubilo folle, quando quegli occhi si fermarono e quella bocca non sorrise più. L’inno alla Rivoluzione e alla Repubblica echeggiò e divenne coro assordante, il pasto dei vampiri dei fazzoletti bianchi iniziò travolgendo Eufrasia e Aldo che a stento riuscirono a non trovarsi a pochi passi da quel massacro. Caddero al suolo, si rimisero in piedi, contro la corrente della gente assetata di sangue ripercorsero a ritroso la strada che li aveva portati davanti a quello spettacolo orribile. Non avrebbe voluto, ma le membra erano a briglia sciolta, e si lasciò aiutare da Aldo. Appoggiata a lui zoppicava per le gambe che cedevano, nonostante stesse evitando uno svenimento che in condizioni normali avrebbe accettato. L’uomo prese in mano la situazione e raggiunse con lei il cavallo lasciato libero nel piazzale del Tempio.
La fece salire e questa volta la sua agilità venne meno. Non era in grado di governare l’animale, veloce Aldo montò dietro di lei e spronò la bestia. Doveva portare via Eufrasia, al più presto. La sua reazione avrebbe potuto insospettire qualcuno, essere intesa, a ragione, come pietà e se la pietà verso un nobile non era perdonabile, verso la regina… non volle neppure saperlo.
«Dimmi dove» le disse in corsa alla cieca, mente crocicchi di persone si incamminavano verso la piazza con i loro fazzoletti bianchi. Eufrasia sussurrò qualcosa. Aldo comprese. Seguì una strada più lunga rispetto a quella che era solita fare lei, ma giunse egualmente a destinazione, evitando di essere scorto, mentre discendeva la riva della Senna. La città era quasi deserta, un gruppo di soldati lo avevano colto nei pressi della china e lui aveva finto di baciare la donna che portava davanti a sé. Sbronzi e in festa lo avevano invitato a concepire un figlio quel giorno, il giorno della libertà. Lui aveva accettato il consiglio, chiudendo la bocca di Eufrasia, perché non li tradisse con qualche espressione sospetta. Il cavallo era letteralmente scivolato, seguendo il dito alzato di Eufrasia erano arrivati davanti all’anfratto celato dalla sterpaglia. Aldo scese e spostò la copertura. Eufrasia esausta quasi cadde al suolo e fu lui a evitare che si facesse male.
In quel momento Venanzio si voltò e li vide. Era sotto il cunicolo, il sacco di foglie secche rinforzato in attesa d’essere usato, Geneviève non era con lui. La presenza di Aldo non era prevista, ma non era il momento di fare domande.
«Dalle da bere» gli ordinò guardingo, gli occhi puntati verso l’alto adesso. Aldo notò una cassa semivuota di bottiglie di rum e, come il bandito, non fece domande, porse il liquore a Eufrasia che non esitò a bere senza badare all’etichetta, alla sua presenza, a niente. Era uno straccio, il pallore era aumentato, faceva paura. Scolò mezza bottiglia e prese fiato. Faceva freddo, ma lei sudava. Aldo osservò la grotta e notò un carro al quale era aggiogato un altro cavallo. Da buon militare sapeva riconoscere una fuga. Incontrò lo sguardo di Venanzio.

«Ci sei caduto dentro ragazzo e adesso ci rimani» disse oscuro. Eufrasia intanto si era seduta in terra con il fiato grosso, lo sguardo appannato. Pochi minuti e avrebbe ripreso in mano la situazione; pochi minuti e avrebbe fatto ciò che le era stato detto di fare. Osservò il marito per lunghi istanti. Lo trovò bello, forte, desiderabile. Chiuse gli occhi, solo un attimo, poi avrebbe fatto quello che c’era da fare.

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