LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

mercoledì 10 settembre 2014

LA STELLA D'ORO (Zolotaja Zvjezda) - Assaggino

IL PIU' TEMUTO?
Forse.

LA STELLA D'ORO
(Zolotaja Zvjezda)

La metafora del mio dolore




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Non era mai accaduto che Maria ballasse con il marito. Avevano vissuto gli ultimi mesi insieme, affrontato avventure e rischi, mascherato se stessi e contratto un matrimonio, ma non avevano mai ballato durante un ricevimento, perché ai ricevimenti non avevano mai partecipato. Ancora emozione scosse l’anima della giovane, nel momento in cui l’uomo la invitò, come la prassi richiedeva e come il profondo desiderio di Fajzra gli suggerì di fare. Pur nella freddezza che la propria missione gli imponeva, la vicinanza della sua stella non gli era indifferente, la sua stessa voce, lieve ed educata nel conversare con i componenti del governo, lo faceva vibrare dentro. Non comprendeva sino in fondo cosa gli stesse accadendo, la consapevolezza di amarla ormai era consolidata in lui e continuava a percepire, nel proprio comportamento, la manchevolezza di non averglielo ancora detto, caparbio e sciocco, immotivato. Rifiutava di dirle quanto amore era riuscita a stanare in lui, facendogli rinnegare convinzioni e decisioni. Stava mantenendo ancora le proprie promesse, presto avrebbe pensato a se stesso, a ciò che il destino gli aveva posto tra le braccia. Pensava a questo, mentre il secondo valzer di Dmitri Shostakovich, tanto apprezzato in quegli anni, aleggiava avvolgendoli, portandoli in una dimensione che non era politica o rivoluzionaria.
«Credo che tu lo sappia, e sia cosa ormai monotona per te, sentirti dire quanto sei bella e quale grazia dimostri nel solo volgere lo sguardo su una folla che ti è inferiore» le sussurrò all’orecchio imprevisto, stringendo la presa alla sottile vita, lasciandosi accecare dallo scintillio dei diamanti che ornavano la stoffa dell’abito principesco che aveva voluto per lei. Maria perse un passo che lui mascherò bene con un volteggio, facendole capire di avere capito con un sorriso che, lo sapeva per primo, lo rese più affascinante del solito.
«Sei gentile» riuscì semplicemente a rispondere la donna che era sua moglie e che sapeva imbarazzarsi, come se lo incontrasse ogni giorno per la prima volta. Lui sentiva il suo amore, lo percepiva nel respiro e negli sguardi bassi; sapeva di essere amato come mai nella vita avrebbe creduto, il calore che lei sapeva emanare lo inondava a sua volta di un sentimento che in quel momento fu frenato da obblighi che gli pesarono addosso come macigni. La voleva, al più presto, pur non avendola più sfiorata per una sorta di timore di infrangerla, ma la voleva e scese con lo sguardo nero sulla scollatura appena accennata, illuminata dai diamanti che aveva comprato per lei.
«Non sono gentile, Zvjezda. Ti sto dicendo che voglio andarmene per portarti nel nostro letto e fare l’amore con te» fu così diretto che lei arrossì senza dignità, tossicchiò allibita, lo fissò con gli occhi lucidi d’incredulità. Non aveva mai parlato così il principe siberiano senza emozioni, freddo come il suo ghiaccio, ponderato anche nei momenti in cui avrebbe dovuto dimenticare se stesso. Maria deglutì con un sorrisetto ridicolo sulle labbra scarlatte e corse con lo sguardo ovunque, temendo che qualcuno avesse potuto udire quelle parole sfrontate, non certo degne di un principe e tanto meno opportune nei confronti di una principessa.
«Non puoi» sussurrò dopo un po’, lo sguardo basso, la musica a farle credere di volare.
«Io posso ciò che voglio. Ogni azione contro la volontà che mi anima è una mia concessione. Non ho padroni, sono io il padrone» le rispose con la logica del suo rango che emergeva spesso a tradimento.
«Ti sentisse Vladimir…» temporeggiò in ansia, il brano stava per finire.
«Vladimir sa bene come la penso, ma mi conosce, sa che non manco mai alle promesse e gli va bene così, ora più che mai» tornò nella strada dei discorsi distanti, trascinato dalla lucidità che straordinariamente lei manifestava più di lui in quella serata fatata.
«Non comprendo» corrucciò le sopracciglia la principessa.
«È a un passo dal suo trono, presto non gli servirò più e lui non servirà più a me. Così va la vita» fece spallucce indifferente, turbandola. Lei credeva nell’ideologia di Lenin, le piaceva l’intenzione, più volte manifestata, di annullare Dio dai giorni degli uomini. Si sentì delusa, ma non ebbe il tempo di rifletterci troppo, attirata dai movimenti di Kerenskij che stava abbandonando la sala, seguito da altri uomini, non del governo.
La musica finì, i principi Restjev raggiunsero il primo ministro, estasiato dalla bellezza della donna e dall’eleganza di un abito senza eguali, esagerato per certi versi, emblema però di un potere che a lui piaceva ancora. Per mascherare, forse, l’emozione che la giovane consorte di Fajzrahman gli incuteva, intraprese con lo stesso un altro discorso che annoiò la donna, seduta su una sedia dorata accanto a loro. Maria si rese subito conto che i due si erano immersi in una discussione accorata e quasi privata. Continuò a guardarsi intorno, notando altri uomini infilarsi nella porta dove poco prima aveva visto scomparire il ministro della giustizia. Ne rimase perplessa e diede un’occhiata fuggevole al marito che, a sua volta, ascoltava il ministro con interesse simulato. Il suo desiderio primo era andarsene e lei sorrise per questo. Vide un altro ospite infilarsi nella stessa porta. La curiosità emerse, alimentata anche dalla noia.

Non passarono molti minuti e Maria si alzò con la grazia di sempre, sventolando il ventaglio di pizzo scuro davanti al viso accaldato. Si allontanò dal marito lentamente, rasentò la sala per non farsi notare, non sempre le riuscì e si fermò più volte, sfoderando un sorriso, o un inchino, che le permettesse di procedere verso quella porta tanto frequentata.


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