LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

mercoledì 13 agosto 2014

L'ERRORE DI CRONOS - Assaggino

E' agosto, fa caldo... un piccolo regalo per pensarci meno!

L'ERRORE DI CRONOS
di
Barbara Risoli

- ASSAGGINO -


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Affacciato al terrazzo e intento a osservare il buio, il figlio del lupo si lasciava avvolgere dalla quiete della notte: quello era il momento che preferiva, silenzioso e privo di rischi, di parole e affronti. La notte pareva concedergli una tregua, anche se adesso dentro un turbine fastidioso lo rendeva inquieto. Non sopportava le questioni lasciate in sospeso, non comprendere se stesso, mentre degli altri non gliene importava niente. Un tossicchiare sommesso lo fece voltare. La straniera era giunta nella sala da pranzo. La squadrò, certo di metterla in imbarazzo, divertito dalle emozioni che sapeva infonderle con la sola forza degli occhi neri come l'ombra dell'Ade profondo. Era bellissima, vestita di meraviglia con l'abito rifinito in oro che aveva voluto per lei. Cosa gli stava accadendo? Davvero Afrodite aveva detto il vero? In un attimo, assurdo e imprevisto, smise di lottare con ciò che nel petto sembrava essere un cuore in fermento e la raggiunse con il passo falcato di sempre, abile a mascherare l'insicurezza che la sua presenza sapeva regalargli. La sua presenza. Ormai fondamentale per lui, necessaria, un brutto pensiero quello di perderla, un senso di smarrimento immaginare i giorni senza gli affronti e i sorrisi di una forestiera senza speranze.
«Questo sorriso mi lascia presumere che il tuo animo si sia quietato e non sia più rivolto a me per accusarmi di viltà» la salutò a modo suo, chiedendole la mano per poterla accompagnare al tavolo imbandito.
«Non sto sorridendo» gli fece notare, negandogli la mano.
«Lo sguardo tradisce le labbra ferme» la rimbeccò, accomodandosi a capotavola, accanto a lei che lo scrutò corrucciata. Ci furono alcuni minuti di silenzio che indussero il re a scontrarsi con quegli occhi che la tradivano, appunto. Zaira accennò un sorrisetto beffardo e poco rassicurante. Era impossibile prevederne le parole e questo mise l'uomo sulle difensive.
«Voi mi detestate» sorseggiò dell'acqua. Dunamis colse il tremito che la pervadeva.
«Detestare è altra cosa. Non ti approvo, questo sì» sorseggiò come lei l'acqua, mentre alcune ancelle iniziavano ad appoggiare i piatti di portata sulla mensa e a mescere il vino. Zaira analizzò le pietanze, constatando che le cicale fritte non mancavano neppure in quell'occasione. Ebbe una smorfia di disgusto, il re con un cenno ordinò di portarle via. Lei ebbe un sospiro di sollievo.
«E voglio giustificare il tuo ultimo affronto con il fatto che il tuo mondo è certamente differente dal mio» aggiunse dopo un po', interessandola e ricordandole d'essere in pericolo. Zaira deglutì. Lo guardò preoccupata, mentre si concedeva un sorso del pesante vino.
«Contro ogni apparenza, dunque, Dunamis sa concederti il perdono» continuò con sufficienza, odioso come riusciva a essere. Guardava altrove mentre parlava.
La baldanza di pochi istanti addietro era svanita in lei come per un sortilegio malefico che quell'uomo sapeva scatenare.
«Devo ringraziarvi per questo?» assunse tuttavia un atteggiamento sicuro per non sentirsi preda senza scampo.
«Sarebbe auspicabile» sorrise seccamente, senza trasporto. Zaira accennò con il capo un'approvazione lungi da lei.
«Posso accontentarmi» quasi sbuffò lui, osservando il piatto fumante dell'arrosto per scegliere il pezzo migliore.
«Sarà mia premura ringraziarvi ulteriormente quando…» lo provocò ferma, dimentica di avere a che fare con un sovrano.
«… quando verrà il giusto tempo, Zaira. Non ti arrovellare, gli dei sanno tessere le giuste trame per noi mortali» la interruppe repentino, infilando con uno spiedo di ferro il pezzo migliore e posandolo sul suo piatto. Zaira trovò quel gesto gentile. Ne incontrò lo sguardo immobile e poi un sorriso senza sentimento che la inquietava.
«Voi avete in mente qualcosa» lo studiò. Dunamis nascose bene la sorpresa. Quella donna lo sapeva leggere, comprendeva le intenzioni come se tra loro esistesse un contatto invisibile. Ne rimase turbato, abbassò lo sguardo sul proprio piatto e iniziò a desinare, senza fretta, come se il tempo non avesse importanza, come la notte intorno a loro potesse attendere.
«Non ti sbagli, straniera» ricominciò a parlare dopo un po' masticando lentamente e volgendo lo sguardo verso l'alto, poi ancora verso di lei «Ultimamente ho in mente solo te» la gelò, lo fece davvero, tanto che il boccone le andò di traverso. Si ricompose faticosamente e cercò altro vino, capace di darle coraggio. Il re continuò a mangiare.
«Continua a sorprendermi la vostra preoccupazione per la mia sorte» addusse Zaira nervosamente, lo stomaco chiuso per una sorta di premonizione.
«La tua sorte non mi toglie il sonno, essa è stata già decisa dal Fato che tutto dispone e io so accettare il volere del Fato» la incuriosì. Lo vide annuire con se stesso e pulirsi la bocca con un panno di lino che fungeva da tovagliolo. Il re versò dell'altro vino nei rithon d'oro dalla testa di civetta e ne alzò uno invitando lei a fare la medesima cosa. La straniera stette al gioco senza smettere di scrutarlo.
«Domani Astos conoscerà la sua regina, un buon motivo per festeggiare» disse l'uomo lasciandola di stucco. La regina? Zaira ebbe un sobbalzo interiore. Non aveva mai considerato che il re potesse avere una moglie o una promessa sposa, non era mai stato detto nulla in merito, ma parlare di lui era vietato, forse Atir ed Eucide avevano omesso una cosa importante. Deglutì senza darlo a vedere e si sforzò di sorridere, ma fu un'espressione delusa ciò che manifestò senza rendersene conto. Un vuoto immenso la scavò, improvviso, e ogni rabbia, ogni orgoglio, ogni atteggiamento altero vennero meno. Tuttavia lo invitò a sua volta a brindare, simulando una specie di comica felicità.
«Vogliano i vostri dei che ella sia degna del regno caro a un dio» fece la splendida usando il linguaggio che ormai le era familiare.
«Gli dei dispongono sempre per il meglio e hanno scelto per me un'eletta che renderà il mio regno glorioso per fama e merito» le fece notare strappandole un altro misero sorrisetto. Zaira sorseggiò tutta la coppa di vino, in cerca inconsciamente dell'oblio. Quell'uomo l'aveva affascinata, dal primo istante e solo adesso ne comprendeva il valore e l'importanza.
«E per l'occasione vestirai con stoffa aurea e indosserai la collana che ti renderà riconoscibile agli occhi di…» continuò Dunamis alzandosi, ma fu interrotto da un altro attacco di tosse della giovane. Si voltò. Si guardarono lungamente, attimi infiniti per entrambi, scanditi da un silenzio pesante. Zaira si ricompose nuovamente, cercò il respiro che le era venuto a mancare.
«Mi state chiedendo di sposarvi?» farfugliò. Si sentì sciocca, dopo avere creduto che parlasse di qualcun altro. La confusione non ci mise molto a renderla poco lucida.
«Ti sto dicendo che domani Astos conoscerà la sua regina» rettificò. A quel punto Zaira si alzò e lo raggiunse parandosi davanti a lui.
«Parlate chiaro, maestà, perché io possa accettare oppure declinare la vostra offerta» fu dura, non comprendendo per prima dove trovasse tanta determinazione.
«Non ti è concesso scegliere, Zaira d'Enotria. Semplicemente, l'unica tua salvezza è divenire nobile di stirpe e rifugiarti in un regno sicuro e per farlo io ti renderò la mia sposa» fu ovvio, scontato nella decisione che aveva preso tutto da solo.
«State scherzando» lo apostrofò con uno sbuffo d'ilarità. Dunamis alzò un sopracciglio «Mi state obbligando a un matrimonio adducendo che sia per la mia salvezza e pretendete che io vi creda. State scherzando, certo» tagliò corto. Fece per allontanarsi. Aveva capito che Dunamis non era un uomo ironico e come tale i suoi scherzi sapevano essere pesanti. La mano dell'uomo la fermò afferrandole un braccio. Il contraccolpo la costrinse ad appoggiarsi al suo petto trovandoselo a pochi centimetri dal viso, gli occhi nerissimi, prepotenti, a zittirla. Finalmente. Lui ebbe un attimo di tentennamento che lei colse e trovò insolito. Si fissarono così fermi da apparire nemici, ma non era così, tra loro scorreva un fiume che presto sarebbe straripato e avrebbe travolto qualsiasi cosa.
«Accanto a me sarai al sicuro» le disse quasi mesto, come se dentro sentisse un morso che lo stava ferendo «Avrai il prestigio, il rispetto, la ricchezza. Niente potrà scalfirti perché la mia dimora è dimora sicura, protetta da un dio, glorificata dagli olimpici» insistette con l'intenzione di convincerla a tutti i costi. Ancora la giovane non replicò, in attesa di qualcosa «Siederai accanto al re più temuto dell'intera Ellade e avrai un esercito che non conosce sconfitta» non la smetteva di offrile ciò che riteneva importante. Zaira non spezzò il loro contatto.
«Solo questo? E illuminatemi sul motivo che tanto vi rende ansioso per la mia incolumità» sussurrò. Un ringhio interiore lo rese simile al lupo di cui si diceva fosse figlio, un moto di stizza lo innervosì rendendo la sua stretta più ferrea.
«Sei scaltra» le recriminò oscuro.
«Meno di quanto il vostro oracolo non vi abbia convinto» sbottò decisa.
«Non cadi nei tranelli umani, forse li sai tendere e pretendi che io vi cada»
Il signore della rocca temporeggiava. Solo allora Zaira si liberò della sua presa e fece spallucce.
«Non sono interessata al prestigio e a tutto quello che neppure ricordo avete detto, maestà. Pur ringraziandovi dell'aiuto che mi offrite, non sono interessata a nulla di ciò che…»
«Amore. Questo è concesso a chi possiede un cuore, vero?» la interruppe. L'indifferenza manifestata dalla donna si trasformò subito in interesse «Allora l'amore mi sta muovendo, senza senso e senza diritto, ma per amore ti sto offrendo il mio regno» ammise. Fu una sconfitta, quella predetta che tuttavia aveva l'ingannevole sapore della vittoria.
Zaira non si ritrasse al desiderio del re di avvolgerla in un abbraccio inatteso e lasciò che in tutta la sua altezza la sovrastasse dandole un incredibile senso di protezione. Ne percepì un calore travolgente, un tremito potente; ascoltò il suo respiro scandito da un distante lamento, come se una ferita lo stesse tormentando.
«Non è la stoltezza a muovere il tuo pensiero, straniera. Sei viva e da sola hai compreso che solo l'amore può avermi impedito di ucciderti» le sussurrò all'orecchio. Lei lo volle guardare in faccia. Non era vero. Non aveva mai capito niente. Tuttavia tacque e non lo fermò neppure quando lento si apprestò al suo viso in cerca di un bacio, un altro, profondo e coinvolgente, bruciante e sincero. Sincero. La straniera colse quella diversità d'intenti, cercò nella sua stretta la sfida di sempre senza trovarla, si scontrò piuttosto con un trasporto che il figlio del lupo non si era mai concesso.
«Potrei importi il mio volere, ma il vuoto che dilaga in me laddove un tempo pulsava il cuore ti concede una scelta» disse quando il fiato tornò. Zaira aveva perduto lo smalto di sempre, illuminata da un tenero languore appoggiò il capo sul suo petto ascoltando quello stesso cuore che lui era convinto di avere dato in pasto ai lupi.
«Sono consapevole di quale onore mi concedete offrendomi di divenire vostra sposa, maestà» sussurrò. Le alzò il mento in un'attesa persino tenera. Era così insolito un uomo come lui scosso dalla paura di un rifiuto. Era uno sciocco, ma non lo sapeva. Quale donna avrebbe rifiutato Dunamis di Astos, non fosse stato che per la sua indubbia bellezza?


«E io accetto tanto onore, signore di Astos divina, cara alla dea Artemide» fu solenne, aveva imparato a esserlo. Il sorriso del re fu ciò che di più abbacinante Zaira avesse mai visto nella vita, un miracolo divino su quel volto rigido e screziato da una barba incolta.

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