LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

lunedì 18 agosto 2014

LA GRAZIA DEL FATO - Assaggino

E' sempre agosto e fa un po' meno caldo. ma io continuo con qualche regalo che spero gradito

LA GRAZIA DEL FATO
di
Barbara Risoli

- ASSAGGINO -


Image and video hosting by TinyPic



«Lo ucciderai» sussurrò Atir. Fos era inginocchiata accanto al re che respirava a scatti, con il sangue che non voleva smettere di uscire dal naso e dalla bocca. Era sempre più pallido.
«È già morto» rispose. Il consigliere abbassò la testa.
Flogos stava scaldando la lama di un sottile pugnale sulla fiamma del focolare. Non era stato possibile spostare il sovrano che giaceva sotto il trono in una chiazza rossa che le ancelle di tanto in tanto pulivano. Numerosi crateri in terracotta d'acqua tiepida erano allineati. Alcune serve attendevano gli ordini della guaritrice.
Flogos si avvicinò con il coltello riposto su un panno bianco, Fos si sistemò dietro al re, appoggiando la sua testa in grembo e spostando i capelli che coprivano la tempia colpita. Scese con la mano dietro l'orecchio e trovò, un gonfiore. Chiuse gli occhi e respirò. Ricordò Nyx, chiese alla dea l'ultimo aiuto. La piccola protuberanza palpitava, pressandola l'uomo emise un lamento. Guardò, era un grosso ristagno violaceo sotto la pelle. Dubitò d'essere sulla buona strada. Attese. Tremò. Ascoltò il respiro del re, Atir zelante lo pulì sotto il naso. Fos alzò gli occhi su Flogos che le porgeva il coltello pulito dal fuoco.
'Libera il suo sangue' le aveva detto Nyx. Aveva capito bene? Ciò che aveva capito era che doveva farlo al più presto perché Thanatos poteva tornare con tutto il suo potere da un momento all'altro.
«Ho paura» sussurrò, sostenuta dai due uomini. Flogos le sorrise.
«Ascolta te stessa. Non hai mai fallito» le disse rassicurante. Lei prese il coltello. Lo strinse e continuò a tremare.
«Lo hai detto, principessa, è già morto» volle metterci del suo Atir che ancora pulì il naso del sovrano. Sì, lo aveva detto. Prese fiato. Ne prese altro. Portò la punta del coltello sul livido rigonfio. Si fermò. Prese fiato. Ne prese ancora. Ingoiò fiumi di paura. Rimandò di secondo in secondo. Prese fiato. Ne prese ancora. Chiuse gli occhi, li riaprì. Pianse silenziosa, Flogos asciugò le sue lacrime con il lembo del mantello. Tremò. Tremò. Tremò. Non riusciva a non tremare. Doveva liberare quel sangue che pressava ovunque nella testa di Dunamis, che stava soffocando il suo cervello, la sua vita. Tremò. Tremò. Prese fiato. Ne prese altro. Atir trattenne il respiro. Flogos distolse lo sguardo. Giunse Dicaia sulla porta.
Il colpo fu secco. La schiena del re s'inarcò, un suo sordo lamento strozzato gli fece vomitare altro sangue che schizzò ancora dal naso e raggiunse il consigliere. L'ematoma si spaccò nel grembo di Fos che non si mosse, che percepì un calore liquido inzuppare la stoffa dell'abito, scenderle tra le gambe. Estrasse il pugnale, altro sangue uscì in un'ultima cascata bruciante. Dunamis vomitò nuovamente sulla pietra, sino a versare solo saliva. Fos non cantò vittoria, anche se quello sembrava un buon segno. Gli fece sorseggiare dell'acqua faticosamente. Flogos prese in consegna il pugnale e lo appoggiò su un tavolo delle mense, sotto lo sguardo inorridito di Ormè, sfuggita al controllo della schiava che avrebbe dovuto tenerla lontana. Dicaia attraversò la sala, osservò l'arma. Continuò ad assistere agli accadimenti in corso. Lentamente la ferita sanguinò meno, il respiro dell'uomo si fece più pacato, non perfetto, sempre sofferente, ma accettabile dal punto di vista della guaritrice che continuò a farlo bere. Istintivamente ritenne sufficiente per il momento la somministrazione d'acqua e delicata si liberò di lui per alzarsi, mentre Atir disponeva sotto la testa del re un cuscino di lenzuola arrotolate. Si allontanò. Camminò verso uno dei lunghi tavoli, sul quale c'era del vino che sorseggiò sotto lo sguardo fermo di Dicaia che non osava parlare, che cercava di cogliere in ogni cosa un segno. Fos era agitatissima, stanca e spaventata. Non aveva più il coraggio di pochi istanti prima, non riuscì a guardare il re riverso nel fango rossastro. Flogos si avvicinò e la guardò tacito. Era scompigliata e madida, con l'abito di un'assassina che aveva appena massacrato un uomo a vederla. L'omone era certo che lo aveva salvato, sentiva come lei quel respiro meno rantolante, sentiva come lei l'aria meno pesante.
«Presto Dunamis potrà ringraziarti» le disse. Lei scosse il capo, si osservò facendosi ribrezzo da sola.
«Gli dei vogliano che tu abbia ragione» sospirò, desiderando solo lavarsi. Sentiva l'odore dolciastro e nauseante del sangue che si stava rapprendendo. Fece per uscire dalla sala. Poi si fermò e guardò il soldato.

«Deve bere molto, il più possibile. Io tornerò presto» tagliò corto. Aveva voglia di vomitare per ciò che aveva fatto, che aveva visto, che aveva vissuto, per la tensione, la paura. Aveva voglia di piangere, di dormire, di fare qualcosa in più per porre fine alla disperazione dilagante. Raggiunse la stanza delle abluzioni con la vasca e la luce tremula delle torce ad accoglierla. S'immerse con gli abiti nel grande specchio d'acqua tiepida per togliersi di dosso tutto quel sangue.

Nessun commento:

Posta un commento