LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

giovedì 28 agosto 2014

LA GIUSTIZIA DEL SANGUE - Assaggino

Continuo con i miei piccoli regalini agli assidui di questo blog...

LA GIUSTIZIA DEL SANGUE
di
Barbara Risoli

- ASSAGGINO -



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Percorsero le vie acciottolate di una Parigi in fermento, nei locali si festeggiava la separazione dei figli dalla lupa, avvenuta il giorno prima con la reclusone del Delfino al terzo piano.
«Il terzo piano, quello sospetto» sussurrò Venanzio, mentre cavalcava.
«Dove stiamo andando?» chiese lei preoccupata.
«Lo vedrai»
Rasentò la placida Senna. Superò i ponti principali e scese lungo uno sterrato che portava alla riva lambita in maniera invasiva dalla corrente. Il cavallo camminò con l’acqua alle caviglie e si fermò davanti a della vegetazione poco rigogliosa a causa dell’ombra che il ponte riversava in quel punto durante il giorno. Venanzio accese la lampada a olio con un acciarino, il bagliore scoprì un passaggio dietro i rovi. Eufrasia si avvicinò. Chiese silenziosamente spiegazioni incontrando il sorriso del marito soddisfatto.
«Preti» ripeté a se stesso ricordando ancora Xavier, le sue convinzioni. Lei corrucciò le sopraciglia sospettosa.
«Dove volete arrivare?» lo interrogò attirata senza motivo dai diamanti della giacca.
«Il Tempio era una roccaforte di preti» spiegò.
«Non erano preti» lo corresse, sottolineando la sua ignoranza.
«Più o meno, roba di Chiesa e se si tratta di roba di Chiesa, nessuno avrebbe potuto gabbarli»
«Roba di Chiesa… Siete blasfemo, erano cavalieri di Cristo, monaci obbedienti, casti e guerrieri, erano i Templari» sbuffò continuando a guardare il pertugio semicelato.
«Preti» ribadì l’uomo e spostò le ramaglie. Entrarono. Si ritrovarono in un corridoio antico, pieno di ragnatele, immondizie, segni del tempo che era passato e ne era passato parecchio, secoli, non dava idea di essere stato percorso recentemente. Camminarono alla luce del lume per alcuni metri, rasentarono altri cunicoli che si perdevano chissà dove. Poi il corridoio di pietra e mattoni iniziò a restringersi, a salire sino a essere quasi verticale con dei pioli di pietra consunta ricoperti di muschio.
«E qui ci fermiamo» la bloccò Venanzio. Il passaggio era strettissimo. Il tempo lo aveva ostruito con piante oscure e muschio, lo stesso dei pioli. Rimuovere quell’impedimento avrebbe significato non solo rumore, ma caduta libera del materiale di risulta, un’impresa lunga e difficile, forse impossibile.
«Dove siamo?» chiese Eufrasia poco convinta. Scoprire un passaggio inagibile non le sembrò molto furbo.
«Sotto il Tempio» rispose fissandola bieco.
«State scherzando?»
«Era prevedibile, solo che i pezzenti, che dicono di essere giusti, non conoscono i preti, li ostano, ma non li conoscono, non sanno che sono scaltri, che non lasciano mai nulla al caso e che hanno sempre una via di fuga e questa è la via di fuga del Tempio» esplicò fiero di sé. Eufrasia guardò in alto scorgendo la tenebra finale.
«Come ci siete arrivato?»
«Lo spessore delle pareti della finestra al terzo piano, inutilmente grosso» affermò pensieroso.
«Volete dire che da qui si arriva al terzo piano?» sgranò gli occhi la ragazza.
«Nella cella del Delfino, la sorte gioca a nostro vantaggio» ridacchiò.
«È dunque libero» farfugliò incredula.
«Lo sarà, dopo le adeguate precauzioni» era così fiero di sé da apparire persino antipatico, l’abito elegante che indossava gli ridava lo smalto suadente e infallibile dei giorni della beffa, quando si spacciava per duca e sembrava esserlo veramente. Eufrasia si rimise dritta e stirò la schiena come sollevata. Avere una possibilità le diede uno slancio che forse in quei giorni di ricognizione non aveva mai avuto. Pensò che presto tutto sarebbe finito, al viaggio di ritorno in Martinica, al futuro. Sospirò e Venanzio la strinse a sé.
«Saremo veloci, nessuno sospetterà di noi perché…» continuò senza interessarla. Se ne accorse. Ascoltò il suo respiro addolcito dalla speranza. Erano anni che in lei non la scorgeva, mesi che nel suo solo respiro non coglieva la fiducia. Qualcosa era cambiato la sera in cui era tornato e aveva visto lei e Geneviève addormentate, quando aveva ammesso di averlo creduto una bestia. Tutto era mutato in un attimo con il tocco caldo di quell’unica lacrima. Il modo di guardarlo, di parlargli, di rivolgersi a lui, la complicità perfetta dimostrata alla locanda, la vicinanza che percepiva, anche se era distante, erano segnali che non gli erano sfuggiti. Si emozionò tenendola tra le braccia ed Eufrasia non negò a se stessa quella stessa emozione. Quasi si accoccolò contro di lui, non si ribellò, quando lentamente si sedette, tenendosela addosso.
«Siete uno stupido» lo svegliò, ma il suo tono era dolce, raro in lei, così raro da apparire impossibile.
«Sopravvivo» scherzò, capendo a cosa si riferiva.
«Pensate di potermi abbagliare con la luce dei vostri diamanti» gli recriminò giocandoci come un tempo, sfiorandone la luce incantevole e fuori luogo.
«Non lo penso affatto, lo so. E come vedi, non mi sbaglio» la prese in giro. Alzò il viso e lo fissò cupa, illuminata dalla lampada a olio fu bellissima, la rilassatezza dei lineamenti le ridavano la sua vera giovane età.
«Non sono i vostri diamanti ad abbagliarmi» storse il naso, il cuore in subbuglio come se lo avesse accanto per la prima volta.
«No? Cos’altro?» strinse lo sguardo. Lei arrossì, questa volta il buio non la salvò.
«Siete voi»
«Vestito da principe. Una piccola perversione la tua» ridacchiò. Sobbalzò appoggiata al suo petto tutto pizzi di seta.
«Mi state offendendo» si indurì.
«Una piccola perversione la mia» alzò le folte sopraciglia in segno di resa. Lei sbuffò esasperata, tornando sul galoppo del cuore del marito. Rideva e scherzava, ma aveva dentro una tempesta che lei amava ascoltare.
«Ma va bene così, sopporterò stoico le tue manie, come questo nero che detesto e che continui a indossare. Ma non mi sottilizzo, mi interessa quello che c’è sotto questo abito maledetto» la provocò. Iniziò l’impresa più ardua che ricordasse, quella di sbottonare un abito luttuoso dai mille lacci. Come facessero le donne a vestirsi era un mistero insoluto. Era stancante liberarle di quelle torture, ma doveva esserlo anche subirli quegli abiti inespugnabili!
«Perché siete sempre volgare?» chiese rassegnata, ai limiti del disgusto.
«Perché ti piaccio così. Non faccio mai niente per niente, Eufrasia» rispose vittorioso sulla prima parte dei lacci dietro la schiena che gli permisero di scoprirle le spalle, poi quel seno invitante e serrato che aveva dimenticato. Il lume tremò vicino a loro annunciando il prossimo esaurimento.
«No! Non ti spegni adesso, bastardo» soffiò, abbassando la fiamma perché l’olio durasse di più, continuando a illuminarla.
«Credete sia giusto?» si trasformò improvvisamente in un’educanda. Venanzio ebbe un attimo di discernimento che neppure quel petto appetitoso smorzò. Deglutì.
«Giusto cosa?» indagò incredulo.
«Questo» allargò le braccia come a mostrare un niente colmo di presupposti.
«Ma dico… sei mia moglie o cosa?» ribatté messo alle strette dalla stupidità della domanda.
«Credete davvero che sia giusto?» sorvolò e insistette senza un senso. Lui rifletté lungamente.
«Sì, credo sia giusto» concluse. Le fu addosso senza troppi preamboli, al diavolo la prudenza, al diavolo la dolcezza! Che diamine, aveva davvero rischiato la testa per farla contenta, i diamanti che portava addosso avrebbero potuto costargli uno sgozzamento in qualsiasi momento e lei… gli chiedeva se era giusto? Certo che lo era! Per avere sua moglie, sua moglie, aveva messo su una delle sue recite e neppure Dio, con i suoi giochi, lo avrebbe fermato.
«Siete ridicolo se pensate di…» inaspettata tentò di smorzarlo, i sensi a battere in testa come l’aria di uno stantuffo contro la brace sopita. Non l’avrebbe lasciata parlare, era stanco di ascoltarla, era esausto di subire le sue parole brucianti, i suoi sguardi accusatori, la sua freddezza di difesa estrema contrapposte a cedimenti incerti, a sorrisi illusori. La finisse di difendersi, lasciasse che la ferita più grande si aprisse, lasciasse quel cuore libero di palpitare, quel respiro libero di respirare! Non ci pensò, non l’ascoltò, la prese con un ringhio che si fece bacio appassionato, stretta ferrea, graffio interiore e poi carezza lieve. Le tolse il fiato, le tagliò il pensiero, la piegò così facilmente che comprese in un attimo che erano stati mesi di attesa quelli che aveva passato, non di fuga. Bloccò con un solo sguardo un singulto di ribellione neppure convinta.

«La mia forza, rivoglio la mia forza, perché ne ho bisogno» sussurrò in una violenza nel tono diametralmente opposta a quella dei gesti che erano così leggeri eppure determinati, suadenti quanto decisi. L’alito di rum lo inondò, la luce tremula stese un velo di magnifico su di lei che chiuse lo sguardo in una sensazione di già vissuto così distante da far sembrare quell’abbraccio rozzo e rassicurante il primo della sua vita. Ascoltò le sue labbra scendere sulla pelle umida e fresca, percepì l’affanno del suo fiato, non si chiese più se era giusto, non pensò alle conseguenze di quel momento, non ricordò il dolore di una gravidanza perduta, non ragionò. Scivolò via, altrove. Se ne andò con lui, neppure seppe dove, semplicemente tutto apparve possibile, l’ultimo brandello di paura si strappò con un fragore che fu schianto, poi volo radente. Non volle comprendere: la notte a nascondere ogni loro invenzione, il terreno duro sotto la schiena a ricordare che esisteva una realtà, che presto il comparire di una nuova notte avrebbe dato il passo alla loro impresa impossibile. Rimasero ansimanti sul sentiero battuto dal tempo, Venanzio su di lei, sospeso sulle braccia per non soffocarla, in ascolto del suo rantolo, assordato dal respiro a scatti, segno inconfondibile della sua identità, qualsiasi abito indossasse. Percorse il suo profilo, non si trattenne dallo sfiorarle il naso con il dito ruvido. Lei distolse il volto sorridendo. Lo aveva salvato. Ferita e dolorante lo aveva salvato. E lui avrebbe salvato lei, lo giurò nell’abbraccio silenzioso che le riservò, mentre il lume languiva accanto a loro.



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