LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

domenica 24 agosto 2014

IL VELENO DEL CUORE - Assaggino

Continuo con i miei piccoli regalini agli assidui di questo blog...

IL VELENO DEL CUORE
di
Barbara Risoli

- ASSAGGINO -



Image and video hosting by TinyPic


 Bloccò il convoglio e scese. C’era una grotta nelle vicinanze, quella che aveva sempre immaginato come il suo castello personale. Raggiunse la sponda del fiume, baciato dai tristi salici che vi riversavano il loro pianto. Si tolse il velo. Il sole fece capolino tra le nuvole, presto la giornata avrebbe volto al meglio. Levò anche le scarpe per immergere i piedi nell’acqua. Un brivido la fede sorridere e il senso d’assoluta libertà che aveva dentro non le fece pensare alle conseguenze del proprio gesto. Neppure rifletté sul motivo che l’aveva indotta a non sposare Aldo, lo avrebbe fatto più tardi, non adesso.
«Davvero una bella scena! Non ricordo di essermi mai divertito tanto!» disse una voce alle sue spalle ed Eufrasia trasalì. Si voltò. Vide un uomo, appoggiato al tronco di un albero. Baldanzoso e ironico, aveva l’aria di chi la sapeva lunga e capiva l’incomprensibile. Repentina si alzò e lo affrontò, come se le avesse lanciato una sfida. Lui la fissò minaccioso, ma non era proprio così: il suo sguardo scuro era sottolineato da folte sopraciglia nere inarcate e taglienti. Non era attempato, anche se uno spolvero di grigio screziava il nero dei capelli e il viso era incolto. Non era eccessivamente prestante, non era bellissimo, il suo sorriso era pungente ed enigmatico. Vestiva discretamente, senza pretese, essenziale con la camicia bianca e i pantaloni scuri infilati in lucidi stivali neri.
«È dunque Eufrasia il tuo nome» le disse, turbandola. Ebbe l’impressione che la conoscesse.
«Eufrasia» ripeté avanzando verso di lei che indietreggiò
«Attenta, Eufrasia! Potresti cadere nel fiume» la riprese sardonico, fissandola insistentemente, entrandole nell’animo con ingiusta facilità. Non aveva due occhi, bensì due laghi di sangue, una vena scarlatta lo rendeva demoniaco in un’invisibilità che lei scorse nitidamente. Sorrise nella speranza di tranquillizzarla, ma ottenne l’effetto contrario.
«Ero presente al tuo matrimonio, il caso mi ha portato in quella chiesa. Il mio ritorno a Saint-Malo è stato davvero divertente! Credo che si stia parlando del tuo rifiuto in tutta la città e mi domando con quale coraggio tornerai a casa» rifletté tra sé, alzando lo sguardo al cielo e un raggio di sole cozzò contro l’iride tetra. Eufrasia non ribatté, lo scrutava diffidente.
«Non mi chiedi chi sono?» la interrogò meravigliato. Lei caparbia non mosse un muscolo.
«Mi presento. Sono Venanzio, figlio di pochi ma onesti genitori» accennò un inchino. Eufrasia alzò un sopraciglio e finalmente sorrise.
«Pochi?» gli fece notare, incuriosita dalla battuta. Venanzio, soddisfatto, allagò le palpebre.
«Mi stai ascoltando» asserì, recitando un’esagerata felicità.
«Ascolto sempre chi mi rivolge la parola» si adombrò lei.
«Oh, lo so! Tu ascolti anche chi la parola non te la rivolge affatto» fu sibillino. Non raccolse quell’oscura provocazione e continuò a fissarlo, cercando di comprenderne le intenzioni. Era difficile reggere quegli occhi che la mettevano in un forte disagio, che la facevano sentire priva di difese. Strinse i denti, non sopportava la superiorità psicologica altrui, amava esercitarla, ma non subirla. Rifiutò di distogliere l’attenzione e il cuore le cavalcò in petto senza ragione. Venanzio sembrava captare le sue emozioni, giocandoci a piacimento.
«Che cosa volete?» sibilò allo stremo, il silenzio era la sua migliore arma, ma anche quella più efficace per abbatterla. L’uomo scosse il capo in segno di diniego.
«Perché siete qui?» era rigida, l’ilarità provocata dalla battuta di poco prima era scomparsa. Venanzio sospirò rassegnato.
«Se tu potessi anche solo immaginare perché sono qui, Eufrasia! Se solo lo sospettassi, saresti esattamente come ti vorrei, ma la perfezione non esiste, anche se tu la rasenti»
Lei tremò ancora.
«Che cosa sapete di me?» aggrottò lo sguardo minaccioso.
«Nulla che possa farmi dire che ti conosco. Di te so solo che esisti e ho passato quattro lunghi anni con questa consapevolezza» non era chiaro, proprio non lo era ed Eufrasia scivolava nella più completa confusione.
«Non lo so se sono tornato per te, in realtà ti avevo dimenticato, e con te il tuo profumo e la tua pelle, così liscia. Ti ho rivista per un gioco del destino e ti ho seguita» fu così diretto che lei quasi barcollò.
«La mia pelle? Che cosa state dicendo? Siete ubriaco» si attaccò a ciò che di più osceno vi fosse in quel discorso sconnesso.
«Un tempo. Non più» ribatté pronto. Sorrise malefico, spaventoso e lei si spaventò. La vide sbiancare, rendersi conto che la sua memoria si stava srotolando fu gratificante. Eufrasia oscillò il capo. Sospirò incredula.
«Voi» sussurrò con un filo di voce. Lui non reagì «Voi siete l’uomo della locanda» finalmente ogni nebbia si dipanò.
«Non mi hai dimenticato?» fu sottile, forse speranzoso. La ragazza tentennò e lo superò pensierosa, dandogli così le spalle.
«Voi siete l’uomo che m’impedì di bere. Sì, lo ricordo bene, ricordo tutto come fosse stato ieri! E voi ricordate me?» fu infantile, turbata dal fatto che davanti all’altare aveva rammentato proprio quella sera. Venanzio ebbe un’espressione scontata, come se trovasse tutto logico e ovvio. Eufrasia rise sommessamente.
«È soltanto il mio polso ciò che avete toccato» aggiunse sollevata.
«Tutto è stampato nella tua mente» le fece notare.
«Quella notte ero disperata, volevo morire. Di quella notte non ho dimenticato un solo minuto» ammise tristemente, poi sogghignò sdrammatizzando il momento. Si sedette su una grossa pietra, appoggiandosi sulle mani e regalandogli il profilo.
«Che cosa fate accanto a me nel momento più difficile della mia vita?» chiese dopo un po’, con un sussurro.
«Questo non è un momento difficile per te» la corresse, ricevendo uno sguardaccio.
«Che cosa dite?» storse il naso.
«La verità» si sedette vicino a lei impunemente, senza essere allontanato.
«Non siate troppo sicuro delle vostre affermazioni» si difese.
«Non sei abbattuta, nei tuoi occhi non c’è una lacrima e non piangerai per quello che hai fatto» sorrise suadente. La ragazza tacque «Non te ne importa nulla» calcò la mano, chinandosi sulle ginocchia. Lei sospirò.
«Non è giusto che parliate così» si lamentò senza slancio.
«È forse giusto ciò che lui ti ha fatto?» era recidivo. La giovane incontrò ancora quello sguardo abissale e feroce, e tratti fatto di fiamme.
«Che cosa volete saperne?» si ribellò, ma era inchiodata a quella pietra.
«Soltanto che ti ha costretto a rifiutarlo e che non ha cercato di fermarti. È rimasto immobile e non ha detto una parola, si è sentito semplicemente ferito nell’orgoglio. È facile amarti e lo è anche odiarti, ma lui non fa né l’uno né l’altro» fu esplicito. Eufrasia lo squadrò infastidita.
«L’ho solo stupito» sbottò per giustificarlo, ancora una volta. Venanzio sogghignò.
«Chi trova il tempo per stupirsi, non ne avrà mai per combattere e tanto meno per vincere» concluse. La seguì, mentre improvvisa raggiunse la carrozza, decisa a non ascoltarlo più, a non farsi altro male.
«Trovi le mie parole sbagliate, Eufrasia?» le chiese, quando la vide afferrare le redini. Lo guardò freddamente e non rispose.
«Presto ci rivedremo» la salutò, per poi dirigersi verso il proprio cavallo, che sbucò da dietro un cespuglio. Eufrasia ebbe un brivido lungo la schiena: era uno splendido stallone nero, con finimenti rossi, pareva una creatura dell’Inferno. L’uomo montò in sella e le diede un’ultima occhiata.
«Sentirai parlare di Venanzio Sauvage e saprai chi sono»
Dopo avere impennato l’animale, galoppò nella direzione opposta alla sua. Lei esitò, poi spronò i destrieri per tornare al palazzo del padre.

Nessun commento:

Posta un commento