LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

venerdì 3 maggio 2013

LA STELLA D'ORO di Barbara Risoli - Stralcetto

Stralcetto tratto dal romanzo

LA STELLA D'ORO
(Zolotaja Zvjezda)
di
Barbara Risoli

Formato Kindle




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Pokrovskoe d’oblast Tobolsk (Siberia) – 15 giugno 1917 (2 giugno 1917 del calendario giuliano)

Non era cambiato il villaggio, dove era nato padrone indiscusso, erede unico di una famiglia che aveva lasciato un’immensa ricchezza. Fermò il mulo che aveva trovato nelle campagne circostanti, pagandolo a peso d’oro e facendo la felicità di un contadino affamato. Osservò la strada dissestata e fangosa: il disgelo, terminato da poco in Siberia, aveva lasciato lo strascico melmoso di un duro inverno. La miseria dilagava amplificata rispetto a Pietrogrado, sparuti crocicchi di donne, vecchi e bambini oziavano in quelle strade impervie, davanti a casupole distanti dal concetto umano di abitazione. Sulla collina più bassa, alle spalle gli Urali svettanti, il palazzo dei principi Restjev sovrastava ogni cosa, scuro e disabitato da anni, incolto nel parco che lo circondava; un’ombra minacciosa su un popolo che nulla capiva degli accadimenti, che semplicemente si era visto portare via la forza lavoro giovane per una guerra che non sapeva definire. Contadini, braccianti, qualche artigiano, questo era Pokrovskoe, il suo paese, lasciato anni addietro per l’incapacità di reggere la solitudine che il destino gli aveva imposto, inadeguato nei tentativi di rendere la vita di quella gente meno dura con generose elargizioni a scapito delle richieste dello zar. Era fuggito, lo ricordava bene, da se stesso; aveva scelto l’oblio, il rifiuto. Era il principe degli straccioni a Pokrovskoe, l’uomo della cultura e dell’eleganza in quel lembo di miserevole umanità, ambito e amato tra le donne che lo dicevano bello da starci male, che ridacchiavano al suo passaggio e civettavano vestite con i cenci migliori del loro guardaroba, fatto di due abiti: quello del lavoro e quello della festa. Ricordò ogni giorno passato in quel luogo, freddo e inospitale, che solo sangue altrettanto freddo poteva sopportare. Diede un leggero sprone al mulo che lento continuò la camminata di un’apparente condanna a morte, il rumore degli zoccoli attutito dal fango che stracciava un cupo silenzio. Scorse la vecchia e lercia locanda, dove gli uomini erano soliti riunirsi e dove lui stesso, giovane e incosciente, spesso era entrato, ribellandosi alle direttive del padre. Il vecchio non voleva che si mischiasse con la plebaglia, temeva come peste nera che il figlio potesse scegliere una popolana senza arte né parte e sporcare la sacralità del rango. Il destino beffardo aveva fatto il resto: la peste l’aveva attaccata proprio a coloro che più Fajzra aveva amato nella vita, uno dopo l’altro, senza il tempo di metabolizzare, esattamente com’era accaduto a Maria, la sua stella che tanto gli somigliava, senza saperlo. Pensò a lei, avanzando nelle strade della sua vita, al primo sguardo e alla storia che il carceriere, lo stesso che aveva lasciato aperta la loro via di fuga dalle prigioni di Palmanova, gli aveva raccontato. Senza neppure conoscerla aveva visto se stesso in quella piccola stella nella stella, arrabbiata e blasfema, dopo avere pianto al cospetto di Dio. Pensò a lei, mentre il mulo si fermò davanti ai grandi cancelli con lo stemma principesco della sua tenuta. Osservò il ferro battuto, ormai preda della ruggine. Nulla di tutto ciò era più suo, il ricevimento del denaro era stato la conferma che le proprietà Restjev di Pokrovskoe non gli appartenevano più. Mancava qualcosa, per questo era tornato. Voltò l’animale verso quello che era considerato il centro del paese, con la piccola e decadente chiesa ortodossa, il misero e deserto albergo che era solo una stanza disponibile per chi volesse fermarsi, per riposare in un viaggio improbabile. Nulla c’era oltre i colli aspri che portavano agli Urali. Una fontana asciutta e muschiosa si mostrò, un triste saluto dal passato che non sarebbe tornato. Sul ciglio di quella fontana aveva baciato una donna per la prima volta, sotto le stelle di un cielo di agosto che faceva rabbrividire, anche se era estate. Sorrise nostalgico, ma neppure tanto: della giovane non gliene era importato nulla. Un gruppo di vecchi stanchi lo notò e qualcuno chiamò qualcun altro, alzandosi faticosamente da una sedia traballante, appoggiandosi a un ramo robusto che era un bastone. Una donna uscì dall’albergo e rimase immobile a guardarlo, come fosse un fantasma. Lo era, nell’aspetto e nell’anima. Non era più il giovane principe algido eppure disponibile di tanti anni addietro, non aveva più i suoi vividi venticinque anni, ne portava addosso trentacinque, ma il fascino e la bellezza non erano mutati in lui. La maturità gli aveva concesso quel tocco magico che adesso lo rendeva folgorante. Con il bavero del mantello alzato era l’immagine di un ritorno atteso, anche se chi lo guardava sapeva bene che non sarebbe rimasto. Il paese era piccolo, le cose si sapevano, tutte.
La donna avanzò titubante: impietosi, il tempo e gli stenti l’avevano screziata, poco più giovane di lui sembrava quasi sua madre, ma lo sguardo acceso tradiva un amore mai sepolto. Fajzra la osservò, mentre si avvicinava, e tirò le redini del mulo obbediente, senza scendere, rimandando quel momento, come se la terra sotto di lui avesse potuto aprirsi e ingoiarlo per sempre per il suo tradimento. Lei lo guardò insistente, adesso a pochi metri, le mani al petto, i capelli scarmigliati e chiari a lasciarsi sfiorare da un vento nefasto che era quello del cambiamento. Fajzra non aveva mai dimenticato il verde di quegli occhi, insolito e straziante, luminoso e appassionato, discordante in inverno con il biancore totale della Siberia.
«Zvetlana» la salutò senza enfasi, quasi seccato di essere ricevuto proprio da lei che aveva sempre espresso il desiderio innocente di divenire sua moglie, disposta a rinunciare a ogni diritto pur di essere sua. Non l’aveva mai presa, in nome del rispetto che era solito riservare alle donne che sapeva di poter ferire facilmente.
«Fajzrahman» rispose timidamente lei e fece ancora qualche passo, desiderosa di guardarlo e sognare, dopo anni di buio interiore «Quanto tempo» sospirò con un sorriso che scoprì la perdita di un paio di denti, segnale inequivocabile di un’alimentazione ai limiti della sopravvivenza. Era anche dimagrita la guerriera Zvetlana, che non tollerava i commenti dei maschi e li metteva al loro posto con parole taglienti.
«Non resterò molto» rispose il principe freddamente, non concedeva mai speranze, era il suo modo d’essere e lei accennò un’espressione disincantata.
«La stanza è libera, se vorrai riposare» si affrettò a fargli sapere, mentre sulla porta dell’albergo si affacciò un uomo scuro, sovrappeso e crucciato. Le folte sopraciglia nere ombreggiavano uno sguardo torvo senza colore. Lunghi baffoni celavano la bocca. Fajzra gli diede un’occhiata, senza manifestare alcuna emozione.
«È Ivan, mio marito» si affrettò a fargli sapere lei, come se questo potesse convincerlo a dimorare nel suo albergo terribile. Solo allora il principe sorrise e, vincendo la repulsione che aveva dentro, scese dall’animale, affidandolo a un ragazzetto che, incantato, iniziò più a coccolarlo che a prendersene cura. Con un sacco in spalla, Fajzra attraversò la piccola piazza fangosa chiazzata di ghiaia, come se questo bastasse per evitare di inzaccherarsi. Ivan lo scrutò astioso e lo salutò con un grugnito poco amichevole. Il principe ricordava anche lui, un ragazzotto più grande degli altri che aveva sempre creduto d’essere il migliore, anche se mai aveva detto in cosa. Capo indiscusso di una generazione adesso perduta, Ivan non era in guerra per il semplice fatto d’essere zoppo dalla nascita.
«Che accidenti sei venuto a fare qua, Fajzrahman?» lo apostrofò, quando si ritrovarono tutti all’interno del locale essenziale. Non lesinò di offrirgli un bicchiere di vodka, versandosene per sé con generosità. Il nobile appoggiò il sacco e accettò, sorseggiando il liquore con un tremito nostalgico a scuoterlo. Quel sapore non lo avrebbe più trovato, inimitabile con l’aroma delle noci dei cedri siberiani e la purezza delle acque della sorgente Altaj. Poteva girare il mondo intero, quel gusto non lo avrebbe più assaporato, mai più il fuoco freddo della sua terra gli avrebbe inondato il cuore. Guardò la stanza e notò la fretta di Zvetlana nel preparare qualcosa da mangiare. Era quasi ora di cena.
«Tua moglie lo sa» rispose in ritardo, interessando il minaccioso padrone di casa.
«Lei ha sempre saputo tutto di te. Si è accontentata di prendere me, perché tu te ne sei andato» rise amaro l’uomo, sedendosi stancamente su una sedia. La gamba gli doleva, come un tempo.
«Evidentemente, la felicità più grande è toccata a te» ribatté il principe, accomodandosi anche lui, la schiena a pezzi. Ivan scoppiò a ridere sguaiato e batté una mano sul tavolo tarlato, facendo tremare anche il pavimento di legno. Fissò il nobile con fermezza e lo scintillio degli occhi senza colore colpirono l’interlocutore.
«Neppure un figlio, questa cagna, è capace di darmi! Diciamo che il fortunato tra noi resti tu» sibilò, senza premurarsi di non farsi udire dalla donna di spalle, intenta accanto alla stufa. Fajzra ne percepì il sobbalzo, osservando la sua curva magrezza. Non l’aveva mai amata, non si riteneva fortunato; non aveva mai amato alcuna donna sino al giorno in cui Maria era precipitata nei suoi giorni. Non replicò e chiese gentilmente, con un gesto, altra vodka.
«Sia chiaro che il principe decaduto di Pokrovskoe, qui paga tutto!» mise le cose in chiaro l’astioso Ivan. Fajzra estrasse una moneta d’oro dal panciotto e la fece roteare sul tavolo.
«Mai pensato il contrario, Ivan» sussurrò. Alla vista del denaro il padrone di casa sfoderò un falso sorriso di approvazione. Versò la vodka e gli mise a disposizione l’intera bottiglia opaca.
«Hai saputo della terribile notizia?» s’intromise Zvetlana, imbarazzata dalla maleducazione del marito. L’ospite volse lo sguardo verso di lei, sapeva di cosa stesse per parlare.
«Grigorijc è morto» si asciugò le mani con uno strofinaccio lercio, mentre l’inconfondibile aroma di cavoli neri aleggiava nella stanza.
«Assassinato» le fece sapere il principe, confermando di essere a conoscenza del decesso di Rasputin.
«E magari lo hai ammazzato tu lo stregone!» rise Ivan, ingurgitando altra vodka e ridendo come un ossesso, i fumi dell’alcool già si facevano strada nella sua mente. Dentro Fajzra ebbe un tremito.
«Era uno starec» storse il naso, a sottolinearne la gretta ignoranza.
«Non mi sono mai piaciuti la tua faccia pallida e i tuoi occhi senza pupilla, non escludo che tu sia capace di uccidere» gli puntò un dito contro, ricevendo in cambio un’ironica scrollata di spalle che placò i suoi dubbi.
«I miei occhi sono soltanto neri» continuò a evidenziare quella profonda ignoranza. L’altro grugnì con un gestaccio della mano.
Era acuto, Ivan lo sciancato.

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