LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

sabato 6 aprile 2013

Aspettando LA STELLA D'ORO - Ultimo stralcetto prima della pubblicazione!

Aspettando LA STELLA D'ORO

Stralcetto



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Il compagno Parvus era cambiato. Vladimir lo guardò senza espressione, nascondendo bene l’astio. Pingue, probabilmente dedito all’alcool, insopportabilmente elegante, Lenin lo squadrò, facendo leva sul disagio che lo vestiva meglio del suo costoso abito. Il compagno Parvus non era più il giovane ringhiante convinto che si era fatto la Siberia a seguito delle sommosse del 1905 e che, vigliaccamente, era riuscito a scappare, raggiungendo la Germania. Il compagno Parvus era un avvoltoio adesso, ne aveva l’aspetto leggermente curvo, il sorriso senza emozione sulle labbra sottili, lo sguardo fermo di chi attende la morte per avventarsi sul cadavere e dilaniarlo. Il compagno Parvus si chiamava Aleksandr Gelfand, quello era il suo vero nome, lo pseudonimo scelto si era perso nella notte dei tempi. La guerra aveva arricchito il compagno Parvus che stringeva fiorenti affari con i tedeschi, che aveva conoscenze nell’esercito, che avrebbe potuto ottenere ciò che un bolscevico, esule e povero, non poteva neppure sognarsi. Il compagno Parvus era l’ultimo aggancio che Lenin sapeva di avere e lo doveva a un aristocratico che neppure aveva voluto partecipare a quell’incontro tra vecchi amici. Vile pure lui! O furbo.
«Aleksandr» sussurrò il leader senza alzarsi. L’altro sorrise impacciato, cercando con lo sguardo la sedia che gli fu indicata, perché si accomodasse.
«È passato tanto tempo» fu scontato, sedendosi.
«Dodici anni» lo fulminò Lenin, continuando a scrivere. Scriveva in qualsiasi momento.
«E tu non sei cambiato» ebbe la stupidità di dire Parvus, strappandogli un sogghigno divertito e amaro. Arrossì, perché lesse il pensiero di un amico che aveva tradito, diventando un ricco industriale; ciò che adesso, come allora, veniva contrastato.
«Qual è il motivo che ti ha portato qui, Aleksandr? Cosa ti ha raccontato la volpe dei ghiacci che mi rappresenta con quelli come te?» sussurrò diffidente.
«La Russia ha bisogno di te e io posso aiutarti» andò al sodo l’ospite.
«Perché?» volle sapere Lenin, gli era difficile tollerare sino in fondo la presenza di chi disprezzava profondamente. Parvus sostenne quella tensione con uno slancio di antico orgoglio, corrucciò le folte sopracciglia e prese fiato.
«Te lo devo, Vladimir» ammise, con la voce rotta da una nostalgia che lo rese patetico. Era un uomo arrivato, ricco e rispettato, ma nel cuore, nascosto, lo spirito socialista fremeva e di tanto in tanto gli rammentava di avere rinnegato se stesso, per il benessere e il prestigio. L’alcool spesso lo aiutava, ma in quel momento non c’era una bottiglia per lui e non la chiese, avvinghiato a una fierezza che serviva a poco. Lenin lo osservò lungamente e sospirò accondiscendente.
«Dunque, il destino ti ha reso ciò che non volevi per poter un giorno aiutare la madre Russia?» lo imboccò benevolo, facendogli sbocciare un sorriso rincuorato sulle labbra secche.
«Bene, allora ti ascolto» fu magnanimo Lenin e rinunciò alla penna che appoggiò lentamente sul tavolino disordinato. Parvus stirò la schiena e appoggiò un gomito sul legno traballante, lo scintillio degli occhi svelò la sua capacità di trattare, il senso degli affari.
«Sono in ottimi rapporti con Max Hoffman» esordì, mettendo in crisi il leader che non poteva conoscere tutti. Sorrise porcino e spostò alcuni fogli, a figurare una strada spianata.
«Il capo dello stato maggiore del fronte orientale tedesco» lo esaudì, davanti al suo silenzio.

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