LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

sabato 2 marzo 2013

LA STELLA D'ORO di Barbara Risoli - Inedito in pubblicazione (Stralcetto)

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LA STELLA D'ORO
di
Barbara Risoli

Poi tutto finì, improvvisamente. No, non improvvisamente, Maria aveva seguito pensieri e ricordi, muovendosi meccanicamente nella Chiesa, lungo la strada che aveva portato la salma al cimitero, davanti alle pale degli addetti che coprivano la bara. Aveva visto il becchino piantare la croce sulla terra smossa e si era risvegliata. Aveva pianto per tutto il tempo, mentre nuvole gonfie di pioggia giungevano dalle montagne, promettendo refrigerio. La contessa Vera fu accompagnata al palazzo dai domestici. Lei rimase senza parole davanti alla fossa chiusa. Il vento la sfiorò dapprima lieve, poi impetuoso, facendo ondeggiare il lussuoso abito scuro, alzando il velo che le copriva il volto. Alzò gli occhi al cielo che sembrava arrabbiato. Era lei a essere adirata, che il Signore la perdonasse. Troppo dolore la stava lancinando da giorni ormai, si sentiva stanca e vittima degli eventi.
- Perché? – chiese a Dio che non rispose. Un tuono la fece sobbalzare, le sembrò di udire lo scherno divino di un essere supremo. Si morse il labbro inferiore per non avere cattivi pensieri, per non lasciarsi irretire dal male che Satana, lo sapeva, infondeva negli uomini per renderli fragili, per tentarli, poi salvarli, poi prenderli per sempre. Cadde in ginocchio sulla terra ancora asciutta, mentre la pioggia iniziava a cadere ticchettante, allegra nel miasma dell’angoscia in cui lei nuotava, costringendosi a essere forte, perché adesso lei e sua madre erano rimaste sole.
Si rialzò con la fierezza della sconfitta e fece per incamminarsi verso il cancello divelto del camposanto, percorrendo lentamente le tetre viuzze di dimore estreme. Guardava in terra, vedendo ogni goccia cadere, udendone il fragore assurdo, un’eco insopportabile si mischiava con il rimbombare del cuore furioso e con il fruscio dell’abito. Un altro rumore prevalse e si fermò, senza alzare il volto, ascoltando il giungere lento di un cavallo, gli zoccoli a far quasi stridere la ghiaia polverosa. Ne vide le zampe scure e continuò a non alzare il volto; tentò di scartarlo, allungando il passo, ma il cavaliere non le permise di passare. Ebbe paura. Vide davanti a sé una mano guantata e lo trovò insolito, vista la stagione. L’invito a salire in sella era palese, allora indietreggiò. Cos’altro doveva accaderle? Il cimitero era deserto, distanti i tuoni della guerra echeggiavano con bombardamenti a tappeto che sarebbero potuti giungere anche a Palmanova. Serrò la gola terrorizzata, mentre quella mano grande continuava ad attendere d’essere afferrata. Scosse il capo frenetica, ma il cavallo continuava a sbarrarle la strada. Le gambe cedettero, fu inevitabile. Cadde in ginocchio avvolta dall’abito vaporoso, le mani al petto in una preghiera che non riuscì a recitare, la gola bloccata, il Diavolo a frenare la sua fede. Chinò il capo rassegnata, sapeva cosa accadeva alle donne colte sole nelle strade, lo sapeva! Pianse silenziosa, a caccia del proprio orgoglio, e lasciò che adesso braccia forti la prendessero, ponendola sul cavallo, seguita da un uomo sconosciuto, deciso a portarla con sé, a rapirla, a ucciderla. Non si ribellò, consapevole di non poter nulla contro il destino, ancora una volta confusa dall’assenza di protezione da parte di Dio. Nonostante tutto strinse la criniera della bestia, senza che fosse necessario, perché lo sconosciuto si era premurato di cingerle la vita per evitare che scivolasse dalla sella. L’animale prese un’andatura più sostenuta, ma non un galoppo, entrò nelle mura della città senza che nessuna delle guardie li fermasse e percorse spudoratamente le vie silenziose, mentre la pioggia aveva iniziato a cadere copiosa e fredda, i tuoni di un temporale a confondersi con quelli degli aerei impegnati chissà dove a seminare morte. Arrivarono davanti al Palazzo dell’Astro. Lo sconosciuto scese per primo, aiutandola a fare la stessa cosa. Tremante riconobbe la propria casa e, senza pensare, senza ringraziare, senza capire cosa stesse facendo, raggiunse il portone, iniziando a battere forte. Passarono pochi minuti. Mentre uno dei domestici muoveva il chiavistello, finalmente Maria si voltò, ma non vide nessuno. La paura l’aveva resa sorda e non aveva udito il rumore degli zoccoli in allontanamento. Il respiro grosso, la schiena contro il legno del portone, Maria si sentì mancare, ma non svenne, semplicemente si precipitò all’interno, quando finalmente le fu aperto.

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