LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

lunedì 18 febbraio 2013

L'ULTIMA DONNA DELLA TERRA di Ubaldina Mascia (stralcetto)


L'ULTIMA DONNA DELLA TERRA
di
Ubaldina Mascia



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- Stralcetto -


Seduta su una roccia, le ginocchia strette al petto, guardava il mare. Le onde lambivano lo scoglio e nella risacca deponevano ai suoi piedi granelli di passato. I ricordi la incatenavano, non riusciva a distaccarsi da tutto ciò che era stato, sapeva che erano solo momenti già vissuti, lacrime già versate e sorrisi ormai spenti. Non aveva altro, non un futuro in cui sperare o una speranza per il futuro, la sua solitudine era irreversibile.
«Tutti gli animali sanno dove e come vivere, e io? Non ho una casa. Il mio posto, dov’è?» si chiese angosciata. Il dubbio di non avere fatto la cosa giusta, per la prima volta si fece strada.
«E se avessero avuto ragione gli scienziati e veramente il grembo da cui siamo usciti fosse il pensiero?» continuò a chiedersi.
Non le piaceva la sensazione che provava, incolpò la solitudine in cui era costretta. Si sentiva perduta e la era. Si guardava intorno senza vedere nulla e continuava a farsi delle domande inutili, forse miseri passatempi nel niente in cui versava. Ma un altro sentimento prettamente umano la pervase: la speranza. Fu questa, proprio la speranza, che la spinse a girare per il mondo in cerca di qualche sopravvissuto, non trovò nessuno: non una donna, un uomo o un bambino erano sfuggiti al delirio di espandersi, sia pure immateriali, nello spazio.
Aveva poco meno di venticinque anni, quando scoraggiata e stanca, raggiunse il deserto. La sua solitudine durava ormai da un decennio. La Terra era mutata: gli animali e le piante erano diventati padroni indiscussi e si moltiplicavano in accordo con la Natura che li aveva accolti nuovamente e aveva ridato loro l’indole e gli scopi primari. Lei si meravigliò che nessuno le facesse del male, poteva accarezzare le belve come fossero domestiche e gli uccelli con il loro canto le facevano spesso compagnia nelle lunghe giornate di sole, oppure durante i periodi piovosi e freddi. Eppure, a parte alcune specie, la maggioranza degli animali non aveva mai fraternizzato con l’uomo: quando non lo avevano attaccato, gli erano stati a distanza, come se lo avessero considerato un estraneo del pianeta. Gli uomini ci avevano provato a vivere in armonia con loro. Certo, c’era stato un tempo in cui li avevano cacciati per svariati motivi, poi il buon senso aveva prevalso e l’umanità aveva imparato a rispettarli; forse non avevano mai dimenticato le donne che si scaldavano con le loro pellicce e gli uomini che ornavano i saloni con raccapriccianti trofei di caccia appesi alle pareti. Adesso che solo lei era rimasta, pareva che ogni ricordo ancestrale di persecuzione fosse svanito: le belve si lasciavano accarezzare come a rispettare la sua unicità, o forse in memoria di quando essi stessi, ormai a rischio di estinzione, venivano protetti.
Alcuni animali la seguirono nel deserto come un piccolo gruppo di fedelissimi e i cani, divenuti ormai selvaggi, quando intuivano la sua depressione le procuravano il cibo. Le scimmie si arrampicavano sugli alberi di cocco e dividevano con lei il loro bottino in cambio della sua velocità nello spaccare i gusci con un macete trovato durante il suo peregrinare. Poteva anche considerarsi felice e protetta con tanto fermento intorno, ma lei aveva provato una vita, seppur breve, in compagnia dei suoi simili e quindi si sentiva sola, senza nessuno con il quale dividere un pensiero. La notte a volte piangeva, il buio le faceva paura con le stelle lontane ad alimentare un profondo e doloroso odio, essendo loro la causa della sua solitudine. Quel suggestivo e muto splendore aveva da sempre drogato di sete di sapere l’umanità, portandola via dal suo mondo in un momento di overdose, e ora… a cosa sarebbe servito tutto quel fastidioso e quasi beffardo luccichio? Morta lei, nessuno le avrebbe più ammirate. E allora?
«Morta io…» disse al cielo puntellato di miraggi, perché le stelle erano sempre state miraggi per coloro che si erano definiti intelligenti e poi detentori di innegabili verità «…morirete anche voi, perché se nessuno vi potrà guardare, cesserete di esistere. Qualcuno ha scritto che neanche il cielo ha cura delle sue stelle» sibilò astiosa, chiudendo gli occhi in un dispetto assurdo che volle riservare alla volta notturna e restando in attesa di una sua improbabile vendetta.
L’alba era solita spegnere il suo rancore e il sole la riscaldava, permettendo alla vita, anche alla sua, di continuare. Da tempo viveva per forza d’inerzia. Sapeva che dopo di lei la sua specie sarebbe definitivamente scomparsa, la sua ribellione era servita a poco, a niente, la specie umana non si sarebbe salvata. Non poteva fare nulla per evitarlo, non esisteva più nessuno con cui ricominciare, mentre gli animali intorno a lei lasciavano scorrere le generazioni, partorivano ed allevavano i loro cuccioli, crescevano e ripetevano incessanti un ciclo magnifico e perfetto.

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