LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

martedì 18 dicembre 2012

Il mio piccolo regalo di Natale per chi mi legge - Stralcetto super inedito de L'ONDA SCARLATTA di Barbara Risoli

Di questo romanzo non ho mai voluto parlare molto, l'ho tenuto un po' segreto, ma per Natale voglio fare un regalo a chi gentilmente mi legge. Qualcosa di completamente inedito dunque in attesa della pubblicazione che non tarderà, vuoi in cartaceo, vuoi in e-book. Auguro allora a chi passa di qui UN FELICE NATALE E TANTA FORTUNA PER L'ANNO NUOVO. Buona lettura a tutti!

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Bozzetta della copertina... ma saremo lì.

Stralcetto
L'ONDA SCARLATTA
di
Barbara Risoli

Genere
- assolutamente romance -

«Odio il mare» asserì Valery, sedendosi al tavolo accanto a Oscar che non smetteva di ridacchiare davanti all’insofferenza della moglie. Lei lo saettò con gli occhi verdi e lui comicamente si fece serio, divertendo Giselle che li trovava affiatati e davvero complici. Quella sera con loro c’era anche Sigfrido che non aveva chiesto abiti eleganti, presentandosi con il maglione consunto che era solito indossare durante i turni alle cime. Eppure, anche così era affascinante e Giselle lo ammise dentro di sé, dandogli di tanto in tanto un’occhiata che lui coglieva gentilmente, memore dell’aiuto che gli aveva dato con le sue visite clandestine, con il suo coltello terribile per la barba che alla fine aveva lasciato incolta, scusandosi, ma era davvero doloroso radersi a secco. La marchesa aveva riso, facendo spallucce. Il capitano tardava e si meravigliarono. Tuttavia, il ragazzetto incaricato di servirli iniziò a portare i piatti, comunicando che sarebbe giunto entro pochi minuti. Anche Ersilia mancava all’appello e Oscar, sospettoso quando si trattava di lei, osservò corrucciato la porta chiusa.
«Ha voluto medicarsi una ferita da sola» si affrettò a fargli sapere Giselle per arginarne l’ansia. Sigfrido la scrutò, memore della sua capacità di mentire e ci pensò per qualche attimo. Oscar sembrò placato e, come consigliato dal ragazzino, iniziò a mangiare come gli altri.
Era vero che si era ferita, non in maniera grave, un colpo le aveva scalfito un gomito e le faceva un gran male. Non aveva voluto essere assistita per l’ennesima volta, era stanca di essere considerata di cristallo e aveva chiesto alle amiche di andare avanti, il tempo di curarsi e le avrebbe raggiunte. Adesso lottava con la manica del vestito e la benda impossibile da avvolgere. Bussarono alla porta, chiese di attendere che aveva quasi finito. Valery sapeva essere insistente, accidenti! Ancora bussarono e ancora chiese tempo, ormai ai ferri corti con quella maledetta fascia e il sangue che non smetteva di stillare, nonostante lo tamponasse con un fazzoletto di Giselle. Al terzo colpo si alzò e zoppicò per andare ad aprire con l’ira negli occhi.
«Accidenti, Valery! Ti ho detto che ci penso da sola!» rombò, ma la voce le morì in gola davanti al verde brillante del gilet di Feroz. Alzò il viso e sorrise impacciata, la benda bianca srotolata sul pavimento della cabina. Rimasero in silenzio e lui la guardò, se lo concesse, lo volle fare, lo aveva desiderato tanto, era rimasto come un bambino deluso nella propria solitudine e non aveva avuto la pazienza di attenderla nella saletta per la cena, in mezzo agli altri, senza poterle dire nulla di ciò che avrebbe voluto. In quel momento, solo in quel momento, ricordò se stesso, il proprio aspetto, il fatto che mai le avrebbe permesso di guardarlo in faccia. Lo aveva dimenticato come uno sciocco e improvvisamente sarebbe stato meglio allontanarsi da lei, rifiutando di illudersi che qualcosa potesse andare diversamente.
«Il motivo della vostra presenza?» lo interrogò, rientrando e recuperando la benda ribelle. La gettò sul tavolino, continuando a tamponarsi il gomito. Feroz non smise di osservarla.
«Sembri essere in difficoltà» ruggì infuriato con se stesso, con le illusioni che si era regalato.
«Io sono sempre in difficoltà! Al diavolo!» imprecò poco fine, arrabbiata con se stessa, come lui.
«Impossibile fasciarsi un gomito da soli» l’uomo rimandò le distanze. Entrò, chiudendo la porta, e si chiese perché, poteva restare aperta…
Prese la fascia e le chiese di porgergli il braccio che avvolse senza alcun impedimento. Legò i due lembi, strappati con i denti, e tirò giù la manica con un tocco che simulò magico.
«Non lo dirò a nessuno che ti ho aiutato, così passerai per eroina» la prese in giro, porgendole il braccio come aveva immaginato di fare, quando aveva bussato alla porta. E la paura di se stesso? Dov’era? La accantonò, faceva sempre in tempo a retrocedere, aveva una nave per farlo! La tristezza di pochi momenti addietro scemò davanti allo sguardo complice e divertito di Ersilia che non smetteva mai di scrutarlo, quando erano vicini, in cerca di un suo lineamento in più da scoprire. Avesse immaginato, quel cucciolo, cosa nascondeva il cappello dalla piuma rossa.
«Volete arrivare a cena con Ersilia al braccio?» gli chiese incredula, ma così allegra da metterlo in crisi.
«Perché no?» fu ovvio.
«Non avete paura di mio fratello?» lo provocò o forse lo saggiò.
«Sigfrido?» sogghignò, insistendo perché prendesse il braccio.
«Oscar» lo corresse.
«Hai perduto il bastone durante la tempesta, non lo trovavi, ti sto aiutando a camminare»
«Mentite sempre così bene, capitano?» accettò finalmente il braccio, senza prendere dunque il bastone.
«Quando ne vale la pena» rispose, uscendo all’aperto. Era buio e la luna era tornata per riflettersi negli occhi di Ersilia che la guardò affascinata dal bagliore. Fecero alcuni passi, poi l’uomo si fermò.
«Un ripensamento?» lo schernì la ragazzina. Un ripensamento, quanto avrebbe voluto fosse così, mentre a scuoterlo fu il desiderio di avere di più, di mostrarsi con lei come se gli appartenesse, senza mentire, senza mascherarsi, senza assumere quell’aria sufficiente e fasulla che nascondeva soltanto emozione. Il calore del contatto tra loro superava le stoffe degli abiti pesanti, mirando al cuore. Un ripensamento. Che follia.
«Lui scappava senza un motivo» sussurrò, riferendosi ad Astolfo, turbandola con quell’argomento che restava scottante «Lui non aveva nulla da celare, solo la paura lo frenava, solo la viltà lo ha fatto fuggire» ringhiò, volgendo il buio di sé su di lei che non retrocesse, che piuttosto lo ascoltava, la luna ancora a illuminarla, a mostrare un volto perfetto.
«Dimenticate Astolfo, capitano! Siamo scampati a una tempesta, riteniamoci fortunati» sorrise, rifiutando di farsi intristire dal ricordo dell’uomo che l’aveva delusa.
«Io non sono scampato a una tempesta, ci sto ancora in mezzo» fu sibillino. Lei inclinò il capo, dopo essersi guardata intorno.
«Non vi capisco» mormorò tenera e ingenua. Adesso la era davvero, impreparata a lui e ai suoi sentori. Lo esortò con una lieve spinta a procedere, ma non obbedì, lui non aveva padroni.
«Non puoi farlo» sibilò. Ersilia sbiancò e lo scrutò ferma, quando colse un avvicinamento del volto oscuro. Strinse la bocca e accese un fuoco sconosciuto negli occhi atri che lo soffocarono, come aveva immaginato mille volte.
«Non fatelo» lo fermò algida. Feroz avrebbe potuto ancora negare, farle credere di avere inteso male «Non fatelo, se avete intenzione di comprendere in ritardo che non è giusto» difese se stessa con una determinazione flebile eppure sferzante.
«Il rischio è tuo, non mio. Non sono solito fuggire e non dubito mai delle mie azioni, ma tu…» la sfidò e gli piacque farlo. Quella piccola donna era capace di sostenerla una sfida.
«Io cosa?» alzò il mento, quasi antipatica.
«Non sai chi sono» le ricordò.
«Questo è quello che vi piace credere» lo meravigliò, gli strappò un sorriso che fu certa di scorgere. Ancora quell’intenzione impossibile da celare la mise in guardia, irrigidendola.
«Non fatelo» gli ordinò nuovamente, tentando di camminare, ma la presa del capitano la fermò, l’abbraccio che non trattenne più le tolse la volontà.
«Se ho intenzione di comprendere in ritardo che non è giusto?» ripeté le sue parole a se stesso. La giovane annuì con le braccia al petto per cercare di allontanarlo. Poca convinzione, niente forza, la curiosità forse a muoverla e poteva bastargli.
«E tu, lo vuoi correre il rischio?» la interrogò roco, un respiro che non era quello che rammentava, non quello ascoltato per quattro lunghi giorni a cavallo con lui. Non rispose. La decisione di non farsi più male si sciolse dentro di lei. Cosa di lui la attirava? Cosa la affascinava? Era intrinseco che la necessità di nascondersi celava qualcosa di terribile. Era pronta ad affrontarlo? Era disposta a sopportarlo? Quale amore poteva dare a un uomo che non conosceva e che avrebbe potuto essere disgustoso? Quale amore? Perché amore? Prese fiato tra le sue braccia. Chiuse gli occhi, quando percepì il profumo speziato che lo aveva sempre avvolto; aprì il cuore ferito, quando il tocco lieve di labbra ferree sfiorarono le sue, morbide e incredule; slacciò l’anima, quando le mani di Feroz la strinsero alla schiena in una carezza così dolce da farle battere il petto, come fosse un tamburo in una parata. Ancora percepì una forza che andava oltre le apparenze, mille volte superiore a ciò che ci si poteva attendere, guardandolo con il suo passo di pietra, i suoi modi sgraziati che tuttavia sapevano trasformarsi, come se nelle vene avesse sangue nobile, come se nella vita avesse ricevuto l’educazione di un rango superiore.
Appoggiò il capo sulla sua spalla con il fiato grosso, certamente arrossata e scompaginata. Com’era potuto accadere? Era stata lei a lasciare che la baciasse, che la abbracciasse, che la scaldasse dal gelo di una delusione che adesso, solo adesso, le apparve stupida, esagerata, quasi inesistente. Non era giusto, era lei a dirlo dopo averlo messo in guardia. Non era giusto, non era logico. Chi accidenti era quell’uomo? Che faccia aveva? Da dove veniva e dove sarebbe andato? Deglutì pentita eppure ansimante di una gioia insensata. Neppure aveva tentato di vederlo, si era dimenticata di carpirli un segreto, aveva solo assaporato un bacio dal gusto insolito, dal tocco simile al filo di una spada che non feriva, piuttosto leniva ferite profonde, nascoste, sanguinanti ai margini dell’anima.
Feroz rimase ad avvolgerla, massaggiandole la schiena con la leggerezza del vento, con il calore di un’estate lontana. Usava la prudenza di chi teme davvero di infrangere un prezioso cristallo e lei era cristallo dai colori iridati; era luce con il nero degli occhi, con il passo incerto, con la tristezza che avrebbe voluto strapparle di dosso più dell’abito blu che indossava adesso! Rimase attonito con il suo sapore sulle labbra, erano anni che non sentiva il turbine della passione nelle vene, anni che ogni incontro era sancito da una moneta d’oro, anni che non amava. Amore. Quale amore avrebbe potuto dare a una donna dalla bellezza disarmante? Dall’età distante? Dal cuore spezzato dalla vita e poi da un uomo stolto?
«Tutto sbagliato?» chiese lei flebile, svegliandolo brutalmente.
«Per certi versi» rispose.
«Un altro dei vostri versi» sogghignò mestamente.
«Per te lo è?» indagò allora, non poteva perdersi, non ora. Le mani incessanti in quel massaggio che la scaldava.
«Non lo so» era più confusa di lui. La cercò.
«Di cosa hai paura?» non smise di interrogarla.
«Di mio fratello»
«Sigfrido?» insistette con quella celia.
«Oscar» stette al gioco.
«A lui penserò io, quando sarà il momento» le sfiorò la guancia. Lei sorrise, gli occhi lucidi di tenerezza, le mani sempre sul suo petto, a scottarlo «Se ci sarà un momento, gioiello» aggiunse, come a concederle un tempo di cui sapeva avere bisogno. Lei annuì. Se ci fosse stato un momento.
Paradossalmente mesti, raggiunsero la saletta della cena, udendo i commensali impegnati in una conversazione che vedeva coinvolto anche Sigfrido. Come due clandestini restarono in ascolto, colpevoli ebbero un attimo di tentennamento. Poi entrarono e tutti li salutarono con gentilezza.
«Abbiamo iniziato senza di voi, spero non sia un problema» disse Oscar, spostando una sedia per la sorella che si accomodò sorridendo.
«Ersilia ha perduto il bastone durante la tempesta, non riesce a trovarlo e l’ho incontrata appoggiata alle pareti» dichiarò Feroz, sedendosi con disinvoltura.
«Forse si trova nella vostra cabina, lo aveva durante la tempesta» asserì Valery e la sorella di Oscar le diede ragione.
«Verificherò» tagliò corto il capitano. Sapeva mentire bene, quando ne valeva la pena. Ersilia lo pensò.



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