LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

domenica 9 settembre 2012

PER SEMPRE di Barbara Risoli (racconto on line)

AVVISO. Avendo io stessa faticato a riscrivere questo mio vecchio racconto, ritengo la tematica e il finale piuttosto forti per le persone sensibili alle tematiche sociali e animaliste.


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PER SEMPRE
di
Barbara Risoli
- Episodio unico -
 
 
Lo si vedeva spesso passeggiare dinoccolato per le strade del piccolo paese in cui era nato, aveva vissuto e in cui probabilmente avrebbe trovato la morte che non giungeva mai, nonostante a tratti la desiderasse. Lo definivano lo ‘scemo del villaggio’ e lui avrebbe dato l’anima per esserlo davvero, per non cogliere l’ironia e la cattiveria che lo avvolgevano al suo mostrarsi faticoso per problemi fisici che non giustificavano la sua imperfezione in un mondo perfetto. Eppure lui scorgeva negli altri anormalità interiori ed esteriori, ma non comprendeva perché ogni errore era più grande se lo riguardava. Rideva continuamente agli occhi fermi della gente, sorrideva patetico e penoso e anche la sua ilarità era inaccettabile. Non smetteva mai di ridere, era la sua unica consolazione, lo faceva sentire meglio recitare la parte dell’eterno contento, anche se nel cuore aveva il buio più cupo, rinsaldato giornalmente dalle accuse che gli venivano mosse ed era terribile quando qualcuno, caricatevole, ma freddo, affermava che in fondo lui era un poverino, che se rompeva qualcosa o si scontrava con chi gli stava accanto era perché non era capace di intendere e di volere. Ma lui intendeva la sottigliezza di certi sguardi e aveva tanta volontà. Amava le piccole cose, mentre intorno a lui tutti erano in corsa per la gloria delle grandi: si incantava davanti a un animale e i ragazzini che lo schernivano agli animali riservavano sevizie indicibili; amava le piante che sfiorava timidamente per un rispetto intrinseco che aveva per la vita in ogni sua forma e le decisioni dei potenti le abbattevano, l’incoscienza dei frettolosi le calpestava distruggendole. Gli piaceva la bellezza, perché lui non era bello, la Natura non era stata magnanima, ma adorava egualmente la beltà di una donna, la candida innocenza di un bambino e quando ne nasceva uno in paese, restava nel buio a fissare la finestra della stanza dove lo sapeva dormire e, se era estate e i vetri erano aperti, poteva ascoltare i mugugni e anche i pianti capricciosi. La vita… era bellissima e lui non cessava mai di sentirla intorno a sé, anche se forse lui non meritava di esistere. Non si curava dell’aspetto, lo riteneva inutile e nessuno gli aveva insegnato a farlo, forse per questo erano soliti allontanarlo, ma in fondo era meglio così: se non lo cercavano, poteva stare tranquillo. E nella tranquillità lui guardava chi andava e chi veniva, spiava senza malizia gli amori che sbocciavano segreti in incontri furtivi o si presentava in Chiesa per assistere a sontuosi matrimoni. Nessuno sapeva che si nutriva della felicità altrui, nessuno poteva sospettarlo perché lui era un infelice e niente poteva essere fatto per salvarlo, troppa fatica, troppo impegno, troppo in ogni senso con lui che non avrebbe apportato nessun vantaggio.
Ci fu un giorno in cui camminava nella canicola estiva dando calci barcollanti ai piccoli ostacoli che gli si paravano davanti. Un cane lo seguiva saltellante e lui di tanto in tanto lo osservava e sogghignava, come se potesse capire il suo solo pensiero. Era un randagio, un po’ come lui, sapeva riconoscere chi gli era simile e il fatto che si trattasse soltanto di un animale non significava niente. Si fermò sudando sotto il sole cocente, il mondo era serrato nella frescura delle case, solo al calare della sera qualcuno avrebbe deciso di vivere in attesa della notte. Fischiò malamente per salutarlo, il suo era un suono ridicolo perché non aveva tutti i denti, ma la bestia scodinzolò e fu certo che sorridesse. Sapeva che non era possibile, ma volle crederlo egualmente e ricambiò quell’espressione. Il cane si avvicinò ulteriormente e si mise su due zampe per appoggiarsi alle sue gambe malferme. Il cuore gli andò il gola, nessuno si era mai fermato e gli aveva rivolto la parola. Non che quella bestiola malandata e pulciosa potesse parlare, ma volle credere anche questo ed entusiasta si sedette in terra, senza preoccuparsi delle buone maniere, del fatto che la polvere gli andasse sino alle ossa, dell’igiene. Lui poteva farlo, era lo scemo del villaggio. Prese un sasso e lo gettò lontano. Il cane corse, lo prese tra i denti e glielo riportò. Non era proprio un randagio, era stato a contatto con qualcuno, solo in questo modo aveva potuto imparare certe piccole cose. I padroni di un tempo lo avevano abituato a fare quel giochino stupido e lui, per farsi benvolere, aveva obbedito per chissà quanti mesi. Lo accarezzò prudente e il cane mugugnò contento, come se desiderasse quel tocco da sempre, che se gli fosse stata negata la dolcezza da quando era nato. Rimase atterrito quando gli porse la zampa stanca e callosa: doveva aver camminato per chilometri e le unghie gli sanguinavano. Emozionato, estrasse dalla tasca bucata un fazzoletto lercio e si guardò intorno stringendo lo sguardo, perché non ci vedeva bene e se era miope a nessuno era mai importato niente. Sapeva che poco distante c’era una fontanella e repentino, dondolante, la raggiunse, lasciando dietro di sé polvere calda e soffocante. Inumidì il brandello di stoffa e poi si inginocchiò nuovamente, battè la mano sulla coscia. Il cane non esitò ad andargli accanto. Gli prese delicatamente la zampa e piano piano la pulì dandogli, secondo lui, un po’ di sollievo. La lingua ruvida dell’animale lo sorprese con un bacio sul naso e sentì l’olezzo del fiato, ridendo per questo. Ricominciò a gettargli dei sassetti, ma non troppo lontano, e quello continuò a riportarglieli. Rimasero lì a giocare per ore, senza stancarsi, bevendo di tanto in tanto alla fonte vicina, fermandosi per riprendere le forze e poi iniziare nuovamente. Lui rideva sonoramente e gli parlava con il suo stentato idioma; il cane abbaiò mille volte e lui lo prendeva in giro perché era rauco. Quanto aveva abbaiato? Per quanto aveva chiesto aiuto? Ebbe un lampo di genio e capì che era stato abbandonato su una strada, chissà quale. Era estate, molti lo facevano, lo avevano fatto anche con lui… e ci pensò. Non aveva mai avuto una famiglia ed era sempre stato così scemo che nessuno gli aveva dato una spiegazione in merito. Forse i suoi genitori lo avevano lasciato sul ciglio di un sentiero e se era vivo, era per un miracolo spietato. Ma no! Perché spietato? Adesso aveva un amico, un caro amico, un amico al primo sguardo. Lo abbracciò e lo fece guaire per la stretta, era tutto ammaccato e non lo aveva considerato. Si scusò, ma l’animale era capace di cogliere le intenzioni e le cose fatte senza volere. Decise che sarebbero stati insieme tutta la vita. Si, sarebbe stato così. Tacitamente strinsero un patto che soddisfò entrambi. Il sole iniziò finalmente a calare e la gente non tardò a raggiungere le strade, le vie, il piccolo parco dove lui era ancora lì con il suo amico e gli gettava dei sassi per farseli riportare. Qualcuno si fermò a guardarlo disprezzandolo per la totale mancanza di educazione che lo caratterizzava, riverso com’era sul terreno. Qualcun altro lo scrutò, quando cambiò gioco e prese un bastone sottile muovendolo davanti al muso affilato del cane. Scattò un allarme che spaventò la bestia, la quale fuggì fermandosi dietro un cespuglio. Dei ragazzini, poco più che dodicenni, gli si pararono davanti e lo fissarono furiosi.
- Volevi ammazzarlo! – dissero e lui scosse il capo. Ammazzarlo? Che idea, stavano solo giocando.
- Tu volevi ammazzarlo e queste cose non si fanno! – insistettero facendosi belli dietro il più grosso e il più ardito della banda. Lui li osservò incredulo: da loro veniva la predica? Da loro che organizzavano delle vere e proprie missioni in cerca di animali innocenti da torturare? Si alzò faticosamente e percepì il loro desiderio di riservare la stessa sorte al suo amico. Volse lo sguardo opaco verso il cane che era visibile, incredulo quanto lui davanti a quell’aggressione senza senso, ansioso e persino indeciso sul da farsi. Lo pregò con la mente di andare via, di scappare, ma l’altro non resse più quando il ragazzino più grosso prese a calci l’uomo con il quale aveva passato la giornata, colui che lo aveva accarezzato. Fu una saetta, anche grazie al fatto che era piuttosto piccolino, e non esitò a saltare al collo del ragazzo facendolo cadere sul prato e ringhiandogli in faccia. La vittima sbiancò e si ribellò colpendolo alla schiena con un braccio. Il cane guaì e chi aveva assistito alla scena concluse che quella bestia sconosciuta doveva avere la rabbia. L’uomo non sapeva cosa fare e scappò, augurandosi che lo seguisse, così avrebbe potuto salvarlo dall’ira della gente. Fu così e corsero così forte che lui stesso si meravigliò, non era mai stato capace di tanta velocità, era zoppo, lo era sempre stato. Corsero sino a trovarsi in mezzo ai campi aridi di quell’estate afosa, sino a perdersi nella campagna. Esausto si lasciò cadere sotto un albero e guardò il cielo che piano si stava tingendo del tramonto. Il cane accanto a lui ansimava, era stanco e debilitato. Li avrebbero cercati. Li avrebbero braccati. Li avrebbero trovati. Li avrebbero uccisi. Forse a lui non avrebbero riservato una sentenza di morte, ma al cane sì, al cane avrebbero riservato un colpo di fucile in mezzo agli occhi. Pianse davanti a quella possibilità e pianse ancora di più rendendosi conto di non potersi sbagliare. Lasciò che il cane si accoccolasse sulle sue gambe distese, lo abbracciò forte e questa volta non lo sentì lamentarsi. Non voleva che gli facessero del male, non poteva succedere, era l’unico amico che aveva e al quale non importava niente se era scemo. No, non lo avrebbe permesso, ma cosa poteva fare? Giunse la notte e il cane dormiva su di lui, dolce e rassicurato, finalmente tranquillo, ignaro del destino che lo attendeva, probabilmente avvezzo alla fuga da quando aveva perduto tutto.
Si parlò molto dell’accaduto e del cane rabbioso, ma gli animi si quietarono quando nessuno lo vide più. Tutti pensavano che se ne era andato in preda alla ferocia e forse aveva attaccato qualcun altro in qualche altro paese. Poco importava, loro erano al sicuro e chi non aveva fatto vaccinare il proprio animale si affrettò si presentarsi negli uffici competenti o a chiamare il veterinario di fiducia. Tutto si calmò e dello scemo del villaggio presto si dimenticarono. Passarono molti giorni, solo il prete si ricordò di lui e chiese notizie ricevendo come risposta lo scrollare del capo o qualche odioso sorriso. Non che lui si fosse mai preoccupato dello scomparso… forse lo muoveva la curiosità. Poi ci fu un gran trambusto nel paese, le coscienze vennero scosse e qualcuno ebbe il coraggio di versare una lacrima per la morte dello scemo, per la misera morte dello scemo, trovato cadavere in un campo, sotto un albero, con addosso il cane rabbioso, anch’esso morto. Il cane lo aveva ucciso, lo aveva morso e fatto morire. Maledette bestiacce che venivano da chissà dove a sconquassare il mondo! Era morto con quella bestia!
Il prete corse sul posto al vociare del ritrovamento e vide la commovente scena: il volto dell’uomo, che solo adesso era un uomo, era sereno, un vago sorriso attraversava quelle labbra un po’ sformate e le braccia erano incrociate sul petto; il cane non aveva la bava alla bocca e dormiva teneramente in un abbraccio invisibile, ma stretto. Il religioso si avvicinò, superando il cordone delle Forze dell’Ordine e osservò più attentamente. Scorse del sangue che inzuppava gli abiti lerci ai fianchi, partendo dai polsi. Ebbe una vampata di calore e strinse gli occhi sulle zampe del cane, seminascoste dalla stoffa dei pantaloni. Si chinò e c’era dell’altro sangue che moriva tra le cosce dell’uomo. Chiuse lo sguardo impietosito e ricordò l’accaduto, risentì dentro i racconti che erano stati fatti, la tragedia del ragazzino che diceva di essere stato morso senza avere addosso alcun segno, la determinazione del padre a fare giustizia, la fuga dello scemo verso le campagne seguito dal cane. Ricordò tutto e comprese. Si inginocchiò sotto il controllo altero di un carabiniere e fece il segno della croce sui due cadaveri, dolci come due amanti, ma erano due amici, due amici così veri e sinceri che erano morti insieme. L’uomo aveva tagliato le vene delle zampe del cane con il vetro di una bottiglia, poi aveva reciso le proprie.
Adesso erano felici, entrambi e per sempre. Camminando nella via principale del paese il prete guardò la gente, tutta, indistintamente, e sorrise amaro. Poi guardò il cielo, nuvole bianche lo solcavano pigramente, ma due nuvole più bianche delle altre parevano rincorrersi nell’immensità azzurra, unendosi e separandosi senza smettere mai. Lui, solo lui, capì.

- FINE –

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