LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

sabato 8 settembre 2012

INSIEME ALL'INFERNO di Barbara Risoli (racconto on line)

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INSIEME ALL’INFERNO
di
Barbara Risoli

         Aveva captato la sofferenza di quella giovane donna perché era come la sua. L’aveva incontrata per caso e notato la lieve curva delle spalle, la piega amara delle labbra, la solitudine interiore cui pareva abituata. Gli somigliava, ma non per la bellezza, sfuggente alla luce come un vampiro, piuttosto per un’arcana sensazione d’irrimediabilità che portava addosso, come un vestito, in quella tarda mattinata assolata, così calda da svelarne tutta l’insofferenza per la vita, per il respiro, per la stessa speranza cui era ancorata.
L’aveva guardata per un attimo e aveva desiderato ascoltare la sua voce. Tentennò prima di avvicinarsi e colse, quando alzò gli occhi, qualcosa d’insolito, un incantesimo crudele e incancellabile su di lei. L’aprirsi insperato del sorriso spento fu magia, allora capì che era lei a essere magica e che da dentro creava un alone di magnificenza.
L’amò. Lo fece subito, nel turbinio delle parole figlie del suo coraggio, parenti strette di un carattere estroverso e folle. Lui era folle. Lo dicevano tutti. Era stato generato dalla tenebra. Lo diceva lui e ne era tragicamente convinto. La tenebra l’aveva toccata con mano, la portava stampata sulla pelle, nei graffi impietosi che gli aveva lasciato e che circondavano lo sguardo scuro, attento, instancabile e penetrante. Il buio, e poi il burrone del male, li aveva visti e ci si era perduto. Ma aveva amato la luce, anche se ora lo negava, e lentamente aveva scelto di esistere, spaventato dall’inferno. La vita non era stata magnanima, non ne aveva fatto un eroe ma era certo d’esserlo: la sua forza l’aveva nella mente, nel ragionare vivo, versatile e testardo. Poteva permettersi tutto perché aveva visto la morte in faccia e ora poteva discorrerne a piacimento, senza la paura ad azzannargli il cuore.
Qualcos’altro gli morse il petto, mentre diceva di non capire cos’è l’amore. Lei era triste e assente, così lontana dal mondo, forse un’aliena caduta da un disco volante o un angelo al quale avevano sparato in volo. Lo osservava benevola ed era una donna, mentre affermava di non sentirsi tale. La guardava furtivamente, lui che non era solito governare gli istinti, lui che era un libro aperto, di quei suoi libri neri e nefasti. La scrutava minuziosamente e coglieva le reazioni più segrete, quando quello sguardo, di un colore inesistente, si abbassava in cerca di un appiglio o quando la bocca, dolce come il miele, taceva mestamente e si stringeva in una smorfia inconsapevole dell’animo vinto.
Desiderò rivederla e il destino lo accontentò mille volte e mille volte potè ascoltare il suo struggimento crescente che scemava e risorgeva, come un demone prepotente. Poi lei scomparve e la pensò molto. Forse qualche notte aveva chiuso le palpebre l’aveva vista, ma sicuramente aveva sentito che stava soffrendo. La cercò spasmodico, intimamente sperò in lei, ma non seppe più nulla, per tanti mesi, che poi erano secoli ed eternità. Mesto diede il passo alla quotidianità, sempre uguale, monotona, parvenza di quella vita alla quale non era mai riuscito a rinunciare.
Il tempo, che dicono sia infinito, non curò le sue ferite, non alla perfezione, e bastò un momento, sempre fuggitivo, frettoloso e delirante, per risentire dentro il fuoco che a stento aveva spento. La rivide senza cercarla o senza sapere di farlo. Non rinunciò a lei e fulmineo la fermò nella sua corsa costante, estenuante, faticosa e inutile. Non era cambiata, era solo un po’ stanca, forse quanto lui. Gli sorrise, lo salutò con il suo entusiasmo centellinato e accettò ancora una volta di ascoltarlo, lo fece con un interesse che lo illuminò e rese la sua inconfessabile malinconia un ricordo.
L’amò nuovamente, mentre gli parlava della fine di un amore. La guardò così tanto da poterla capire sino in fondo all’animo simile a un lago, una fossa nell’oceano. La guardò senza tregua, la sezionò come un disegno geometrico, la lesse tutta e le disse di riuscire a comprenderla. Quello sguardo di un colore inesistente si abbassò e le sue labbra dolci come il miele tacquero sconfitte. Poi posò gli occhi umidi sui suoi e sogghignò scettica, chiedendogli come poteva capirla e sorrise ancora con l’espressione inconfondibile di una donna che sa con certezza di avere colpito un lontanissimo bersaglio.
Decise di dirle la verità, di confessarle i propri sentimenti, anche se non avrebbe voluto farlo, anche se dopo, in giornata, li avrebbe in qualche modo mascherati. Ma gli mancò il coraggio e glielo disse così oscuramente che si sentì salvo e valoroso, in pace con la parte di sé che si era inventata un sentore, quella che detestava.
Ma lei capì. Contro ogni previsione alzò gli occhi e lui tremò. La sensazione di avere sbagliato lo atterrì e sparlò. Lei lo assecondò.
Era un uomo che d’amore non aveva mai vissuto. Era una donna apparentemente giovane che l’amore lo aveva visto schiantarsi al suolo. Forse non s’incontrarono più, ma entrambi sanno tutto l’uno dell’altra… e quando andranno all’inferno, vorranno stare insieme e se uno dei due non ci sarà, l’altro violerà il Paradiso… per ritrovarlo.

- FINE -

2 commenti:

  1. adoro come scrivi!!! È un racconto molto bello *u*
    complimenti

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  2. Sei gentilissima! E mi piace che adori come scrivo... un po' di vanità me la concedo! Bacio.

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