LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

mercoledì 8 agosto 2012

NON UN GIORNO IN PIU' di Barbara Risoli - Racconto online - Capitolo VII

NON UN GIORNO IN PIU'
di
Barbara Risoli



CAPITOLO VII

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Erano passati molti anni. Lei era cresciuta, lui era maturato. Lei aveva mutato gli eventi, lui anche. Erano passati abbastanza anni, perché le loro vite si incrociassero nuovamente, perché i loro occhi ancora scintillassero gli uni davanti agli altri. Accadde. Non era importante il luogo, ormai per entrambi lo spazio aveva poca importanza. Accadde semplicemente che i loro percorsi, influenzati da promesse solenni, si incontrassero e quando si ritrovarono l’una davanti all’altro si fissarono taciti, apparentemente distanti eppure così uniti da sentire nel sangue un brivido che era scossa e poi fremito e forse, assurdamente e ingiustamente, amore. Lei aveva poco più di vent’anni e non aveva accettato i compromessi della volta precedente, era sola e bellissima, indipendente e decisa, così attenta da apparire fredda per chi la avvicinava inebetito da una bellezza che aveva saputo coltivare. Lui non aveva fatto l’errore di credersi invincibile e i compromessi una volta rifiutati li aveva invece accettati, salvandosi dal fallimento, dalla solitudine e dalla vita irreparabile. Come lei non aveva lasciato che alcun amore si avvicinasse, fedele a una promessa solenne alla quale non avrebbe mai mancato, consapevole della seconda possibilità che qualcuno gli aveva concesso. Mentre lei non temeva di pronunciarne il nome, lui evitava accuratamente di ammettere che tutto gli era stato concesso dal diavolo. Al contrario di lei, si chiedeva spesso quale sarebbe stato il prezzo da pagare. Spesso si tormentava nel timore di un conto troppo alto, ma dimenticò quando la vide e quando il sorriso di una giovane donna gli trafisse l’anima. Non era più una bambina, non era più intrisa di rabbia evidente, non era più decisa a perseguire l’ingiusto, appariva perfetta e pacata, felice, soddisfatta. Erano ancora una volta simili, specchio uno dell’altra. Coincidenti. La osservò nella camminata decisa, ma non superba. Rimase immobile quando l’ebbe davanti, a pochi centimetri, calda come un fuoco devastatore, affascinante quanto lo era lui e sapeva d’esserlo. Ricambiò il sorriso suadente, lasciando che la luce abbagliante dei propri occhi atri scintillasse ipnotica. Ma non la ipnotizzò. Questo entrambi non avevano riconquistato: la capacità o la debolezza di lasciarsi incantare. Entrambi volevano e basta, sceglievano ciò che era migliore. Questa era loro vita. Avevano rifiutato le proposte del passato con gelo interiore, incomprensibili per chi con loro viveva, ma così certi d’essere nel giusto da apparire persino odiosi. Mondi diversi, paesi diversi, ambienti diversi, ma la linea del loro comportamento era una fotocopia perfetta. Lei finse una dolcezza che l’animo nero non possedeva più. Si accorsero che le parole erano inutili per loro, si erano dati un appuntamento tacito in quel luogo, quel giorno, e compresero in un attimo quale sarebbe stato il prezzo da pagare. Non ne furono spaventati, il tempo sapeva essere lungo se percepito con il ghiaccio che dentro avevano per non morire. Sorrisero e le note di una musica lenta e trascinante li costrinse ad avvicinarsi, a unirsi in un ballo che annullò ogni cosa intorno. Era una festa quella che li aveva fatti ritrovare, ricca come ricca era la loro vita, adesso, a scapito di quella che avevano perduto. Avevano tutto ora, lei lui e lui lei. Non si chiesero perché. Era così. Lei aveva chiesto il meglio e lui lo era, lui aveva chiesto la forza e lei era la sua forza. Non era possibile credere cecamente al proprio sentire, l’altra volta tutto era sempre stato stemperato dall’iniquità degli incontri, dalla leggerezza delle scelte, dall’irrimediabilità delle cose, dalle sconfitte continue, pressanti, inevitabili. Era tutto molto strano, pur nella menzogna che avevano perpetrato, sapevano di non mentire; avevano ucciso, ma solo se stessi e… cosa c’era di peggio? Però, tutto andava meglio, il cuore stesso aveva un battito così intenso da dare un sapore alla vita, da inebriare i sensi, da offuscare piacevolmente la mente, da far sentire felici. La felicità. Questo avevano ricevuto in cambio. In cambio di cosa?
Continuarono a ballare, tutta la sera. E quella fu la sera in cui la vita tanto agognata iniziò davvero. Erano caldi, vivi, veri. Erano ciò che un tempo nessuno dei due avrebbe creduto di poter tornare a essere.
Erano ingiusti, generati dall’ingiustizia, da esistenze perse, smarrite, sprecate. Morti in certa della morte, erano risorti per una vendetta della stessa e a loro volta si erano vendicati perseguendo il magnifico, raggiungendolo. Il magnifico erano l’una per l’altra, il resto, che tanto era stato importante nelle loro disperazioni, aveva cessato di avere rilevanza, egoisti sino al paradosso non avevano salvato chi c’era da salvare, non avevano aiutato chi aiuto non ne aveva avuto, non avevano fatto del bene, avevano solo fatto il meglio per se stessi, centro di un mondo che in realtà non vedevano e non volevano. Era la felicità che mai avevano assaporato e ora, nello scintillio di una festa senza importanza, la assaporavano, la macinavano sotto i denti gustandone il succo dolce e allucinogeno. Potevano morire nuovamente, adesso, non faceva differenza, perché la completa gioia che i loro cuori mordaci provavano era qualcosa che anche la punizione più crudele non avrebbe cancellato. Volevano di più e lo presero. Si presero, distanti dalla gente, invisibili, lontano dai luoghi sfavillanti, in una camera preziosa, pagata con la ricchezza di cui disponevano, esagerata nel lusso, nell’inutilità della materialità in cui nuotavano ormai da anni, da quando avevano ucciso se stessi. Non era rimasto nulla, se non l’aspetto perfetto e curato che si erano premurati di non scalfire, fermando il tempo con la sola forza della volontà. Bellissimi come due statue, degni soggetti di fotografie stupende, erano uno nelle braccia dell’altra con l’amore a nascere, divampare, bruciare quel poco che dentro ancora si muoveva. Non erano loro, non avevano nell’anima ciò che in passato li aveva mossi: la speranza. Non avevano speranza, il giorno dopo non esisteva, non interessava, era iniquo, irrilevante. E il giorno dopo invece ci sarebbe stato, ancora più grande, magnifico, un conto alla rovescia di cui erano consapevoli, pensando al momento in cui tutto sarebbe finito, come era finito precedentemente. Sapevano il giorno in cui sarebbero morti, ma questa volta avrebbero scelto loro come e perché. Non ci sarebbe stato un perché, non erano necessarie le spiegazioni nella loro scelta folle.
- Quanto pensi ci costerà tutto questo? – chiese lui avvolgendola in un abbraccio, mentre lei ascoltava il battito del suo cuore rallentato dalla quiete dopo la tempesta che li aveva travolti per un’intera notte. Oltre la finestra una giornata di sole si faceva annunciare da una luce fievole eppure chiara. La donna sogghignò amara.
- La vita – rispose seccamente, affatto atterrita dall’idea. La guardò negli occhi, incontrandone la rassegnazione che screziò per un attimo la felicità che li stava possedendo come un demone. Un demone…
- Hai paura? – volle sapere.
- Tu? –
- No –
- Neppure io – sorrise fiera di lui, fiera di sé, guerriera destinata alla fine con l’orgoglio d’essere tale. Nessuno dei due era un eroe, tuttavia lo ignorarono. Il sole sorse luminoso, quasi accecante.
- Quando? – si chiese lui pensieroso.
- Non ci verrà regalato un solo giorno in più – lo esaudì logica.
- Quando sei morta? – le domandò a bruciapelo. Lei pensò e gli fece sapere che mancavano vent’anni a quel giorno, il giorno esatto. Era lo stesso in cui lui era scivolato, o si era lasciato scivolare, nel suo fiume. Deglutì e lei anche. Vent’anni e poi tutto sarebbe finito, perché non viene mai concesso un giorno in più.

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