LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

martedì 7 agosto 2012

NON UN GIORNO IN PIU' di Barbara Risoli - Racconto online - Capitolo VI

NON UN GIORNO IN PIU'
di
Barbara Risoli



CAPITOLO VI


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Era il suo turno, aveva accanto chi era stato scelto per lei. Il meglio. Era ora che uccidesse anche lei e, con il passo prudente di chi ha qualcosa da nascondere, percorsero la lunga strada. Si sentiva forte, la era e lui era forte quanto lei, uniti da un destino comune, distanti nell’età apparente eppure così coincidenti da renderli letali nel solo aspetto. Una bambina adesso, era consapevole di ciò che era stata a quell’età colma d’illusioni. Ci pensava con disprezzo, giurò a se stessa che non avrebbe permesso, in questa nuova vita, che quelle illusioni bloccassero il suo passo. Avrebbe cambiato le cose, era in tempo, aveva tempo; avrebbe fermato gli errori, mutato il fiume avvelenato della vita, salvato chi c’era da salvare, detto giusti addii.
Guardò se stessa: una ragazzina colma di speranze e di superbia, certa di potercela fare, forte e patetica, dritta nella camminata di quel giorno che la stava portando a un esame, uno dei tanti. Patetica, inguardabile con ancora addosso i segni profondi del futuro vissuto. Entrambi osservarono la scena, celati dietro un frondoso salice piangente che piangeva la loro efferatezza. La madre la salutò, mettendole a posto il fiocco nero dell’abito scelto per un giorno così importante. Lei era sempre stata così seriosa, fuori dalle righe, imprevedibile, ridicola. Lui strinse lo sguardo e la osservò. Conosceva quella sensazione, quella di uccidere se stessi. Lei lo scrutò con un brivido dentro. Era così bello che, a tratti, si commuoveva davanti allo scintillio della sua perfezione. Quando sorrideva, se sorrideva, era in grado di toglierle il fiato. Non celò una lacrima, mentre con la mano esile stringeva la pistola, la stessa che aveva usato l’uomo per uccidere.
- Non c’è futuro per noi, lo sai? - le disse crudele, ma veritiero. Lei deglutì contrariata.
- Sono un uomo accanto a te e tu sei una bambina – le fece notare.
Non era una bambina e lui lo sapeva. La era perché il tempo era stato riavvolto, perché aveva chiesto, o meglio accettato, un’altra vita, ma dentro aveva i suoi pesanti quarant’anni, come lui aveva i suoi terribili cinquantaquattro. Era sciocco se pensava davvero di cancellare la realtà occulta: era un vecchio dentro, mentre era giovane e destinato alla grandezza fuori. Sorrise e scosse il capo.
- Ti sbagli, c’è il futuro che io voglio stavolta – lo fulminò.
- Io ho chiesto la forza – ribattè.
- Io sono la forza – gli rispose ferma. Fredda, donna feroce nell’involucro levigato di ciò che era stata.
- E ti avrò, come tu avrai me – fu perentoria. Puntò l’arma carica, chiuse un occhio e mirò. La mano dell’uomo si appoggiò sul suo polso e la fissò magnifico.
- Fa male – l’avvertì. Lei ricordò i giorni precedenti il terribile incidente che l’aveva macellata sotto un motore acceso. Ripensò al sangue versato, allo scempio di sé, alle mani fredde e rassicuranti dell’essere che l’aveva strappata alla realtà ingiusta. Pensò al diavolo, perché quello era il diavolo, senza sesso, senza faccia, senza anima. Il diavolo… che aveva raccolto la sua supplica, la stessa dell’uomo bellissimo che aveva accanto. Pensò ai lutti, ai dolori, alle scelte sbagliate, ai sentimenti traditi, ai giorni gettati, al tempo inesorabile, all’illusione, alla vita. Strinse la gola, senza smettere di guardarlo. Era bella e lui lo pensò.
- Nulla potrà eguagliare il dolore che ho provato prima di essere qui – sentenziò. Mirò nuovamente.
Sparò. Centrò se stessa con la precisione di un cecchino. Uccise se stessa con la ferocia di un assassino: lei era un’assassina e stranamente ne andò fiera. Un sorriso storto e sadico attraversò il volto dolcissimo di una bambina, mentre il tempo, ancora, si fermò per loro, per permettere che il corpo della vittima scomparisse agli occhi di chi quella realtà la stava vivendo, inconsapevole della loro presenza letale. Anche lei cadavere fu gettata via, cancellata dalla terra, annullata, dimenticata. Senza pietà e senza rimpianti eliminò un presente distorto che avrebbe raddrizzato. Fu un attimo quello in cui guardò la madre, congelata nel tempo di cui aveva bisogno, un secondo, un lampo e su di lei, in trasparenza scorse la tomba che aveva visto chiudere dalla benna di una ruspa. Deglutì. Guardò l’uomo e l’uomo la guardò, avviandosi sulla via che lo avrebbe portato lontano, separato da lei. L’orologio della realtà ricominciò a ticchettare nella mente di ognuno. Si lasciò sistemare il fiocco nero del vestito. Sorrise senza ascoltare le parole della donna, la salutò trattenendo a stento la voglia di abbracciarla, salì sulla bicicletta e andò a fare il suo esame.

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