LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

lunedì 6 agosto 2012

NON UN GIORNO IN PIU' di Barbara Risoli - Racconto online - Capitolo V

NON UN GIORNO IN PIU'
di
Barbara Risoli



CAPITOLO V




Image and video hosting by TinyPic


- Uccidilo - disse la ragazzina, fissando la sagoma distante di un uomo bellissimo. Accanto aveva un giovane, simile a lei nel comportamento glaciale. Entrambi non sembravano appartenere al mondo, a quel mondo, al loro mondo. Lui non rispose, l’imprevista compagna si agitò intimorita da un suo ripensamento.
- Devi farlo –
Distolse gli occhi dal bersaglio per posarli su di lei, ferma e giovanissima. La osservò senza cercare alcuna conferma, nessun’altra sua parola avrebbe potuto annullare l’ultimo brandello di umanità che sentiva ancora di avere. Lei aveva velocemente accettato la realtà, l’aveva studiata facendo dei conti mentali che davano il risultato esatto della situazione in cui si erano trovati all’improvviso. La giovane, poco più che tredicenne, esile e magra, grandi occhi verdi, serrò i denti e corrucciò le sopraciglia. Lui ebbe un fremito, una specie di brivido che assomigliò a un sentimento, ma deglutì perché lui era un uomo, lei quasi una bambina.
- Non hai scelta, non puoi esistere con lui - sentenziò fissandolo, abbacinata da tanta bellezza. Era bello, qualcosa di simile alla perfezione e pensò a ciò che lui stesso le aveva raccontato, alla vita che aveva gettato via, all’aspetto che il destino gli aveva regalato per l’assurda legge del contrappasso. Poi qualcosa era successo, a entrambi, in una dimensione che aveva abolito gli spazi e ora erano lì, indietro nel tempo, memori di ciò che sarebbero divenuti, armati della possibilità di cambiare le cose, di mutare gli eventi, di prendersi tutto ciò cui avevano rinunciato per un motivo o per l’altro, sconosciuti nel futuro, uniti in un passato che era divenuto presente. Erano giunti nella dimora dell’uomo per compiere un destino, un altro. Lei credeva e lui con lei. Lui come lei sapeva che per riprendersi la vita perduta, la gloria giocata, la bellezza sfiorita, la forza sfiorita, dovevano uccidere e i loro bersagli erano solo due.
- Quale diritto ho di esistere ancora? – riflettè a voce alta, ma non era convinto, era come se tentasse di salvare la faccia, di dimostrarsi titubante, di credere sbagliato ciò che invece lo inebriava e faceva scintillare di luce l’abisso scuro degli occhi. Era vivo, fremente, il sangue che scorreva nelle sue vene ferme era caldo e veloce. Era giovane, forte, si sentiva ancora giovane e ancora forte. Un sorriso impossibile da annullare screziava la piega delle labbra invitanti, una specie di crudele ironia lo rendeva affascinante oltre il limite che aveva già sfiorato nella sua vita gettata. Un’altra possibilità. Il riflesso di una vetrata che dava sulla notte mostrava nuovamente di lui quell’aspetto che ne aveva fatto un uomo amato, cercato, potente e infallibile. Poi il destino aveva steso strani manti su strane strade e le aveva percorse perdendosi in bivi ingannevoli. Si guardò fuggevole, l’altezza, la magrezza, la prestanza annullavano lo scintillio delle stelle oltre il vetro. Poi tornò sull’uomo distante, intento a parlare, a dire chissà cosa, non lo ricordava.
Lento, inesorabile puntò l’arma. Era distante, ma ci vedeva molto bene, vedeva solo lui e la sua alterigia sciocca, la superbia che lo avrebbe portato al dolore e al fallimento, la sicurezza vestita di una bellezza che nessuno di coloro che lo circondavano osava negare. Abbagliava lo sciocco, confondeva e quasi camminava sollevato da una terra che sentiva indegna e che lo avrebbe risucchiato e macellato come un animale maledetto. Strinse i denti in un profondo e sconfinato odio: conosceva quell’uomo così bene, le sue debolezze, le sue certezze, la sua poca intelligenza. Lo avrebbe accoltellato, se soltanto la situazione glielo avesse permesso. Ma, doveva semplicemente ucciderlo, il tempo si sarebbe fermato e nessuno si sarebbe accorto di nulla, solo lui e lei, accanto a lui. Le diede un’occhiata senza emozione e incontrò la stessa freddezza che sentiva dentro. Non tremò, non ebbe paura. L’annuire della ragazzina gli diede il via e sparò, fissando al rallentatore il percorso del proiettile, il momento in cui trafisse il cuore del bersaglio che smise di respirare, così, con la stessa naturalezza con la quale stava sorridendo. Quel sorriso morì con lui e il tempo si fermò, il mondo, quel mondo, si congelò. Il freddo entrò nella gola di entrambi, unici in grado di muoversi in una dimensione sconosciuta, eppure così facile da gestire. Nessuno si sarebbe accorto della sostituzione, perché non sarebbe stata una sostituzione. Lo avrebbero gettato via quel corpo.

Nessun commento:

Posta un commento