LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

venerdì 3 agosto 2012

NON UN GIORNO IN PIU' di Barbara Risoli - Racconto online - Capitolo II

NON UN GIORNO IN PIU'
di
Barbara Risoli



CAPITOLO II

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Non amava guardarsi allo specchio. Aveva perduto quell’abitudine, eppure una volta la propria immagine era stata qualcosa che aveva saputo emozionare. Di lui si era sempre detto che la perfezione lo aveva sfiorato, la gloria ammantato, il supremo graziato. Poi il tempo aveva deciso di rovinare ogni cosa, prima tra tutte lui: lo aveva graffiato, sformato, reso semplicemente vecchio, ma di una vecchiaia segnata dagli eccessi cui non aveva rinunciato, a tavola e davanti al bancone di un bar. Era disceso in un inferno fatto di solitudine, senza riuscire a comprendere il mutare degli eventi, delle situazioni. Aveva sempre avuto un aspetto fiero, simile a un guerriero, un’ironia sottile capace di abbacinare, una specie di magico tocco che incantava. Non aveva retto il cambiamento del mondo, del suo mondo, e aveva cercato riparo nell’acqua avvelenata di una bottiglia. All’inizio era stata roba buona, poi qualsiasi intruglio che gli desse forza era andato bene. Ogni esagerazione adesso lo segnava. Non si guardò allo specchio neppure quel giorno freddissimo di dicembre, nevoso all’inverosimile, ghiacciato come il fiume che volle andare a guardare. Non era un alcolista, semplicemente era solo e sconsolato, consapevole di avere gettato la vita, attendendo di capire senza mai esserci riuscito. Forse superbo o forse fragile, aveva lasciato che ogni cosa scorresse e con essa il suo sangue adesso rallentato, provato da un cuore che funzionava male. Glielo diceva sempre il dottore, quello che lui non era solito ascoltare. Voleva il suo grande fiume, bellissimo, impetuoso, a volte blu come il cielo oppure cupo come i suoi occhi che avevano mantenuto gelosamente il loro nero abissale e unico: non c’era niente di più scuro, di più bello; leggermente strabico, anche quel difetto lo rendeva eccezionale, regalandogli un fascino che non era possibile contrastare con la ragione. Quel giorno voleva il suo fiume e lo trovò semi-ghiacciato, l’inverno da quelle parti era morte bianca, temperatura folle, ma lui si sedette su una delle tante pietre che costeggiavano un tratto sconosciuto del suo fiume, accanto a un prato che il cemento non aveva violentato. Ricordò. I ricordi erano spade nel cuore, capaci di mozzare il fiato un po’ rantolante per le sigarette. Fumò e tossì. Guardò il fiume, il porto distante e rise di se stesso. Si rivide altissimo, come la sua strana razza imponeva, affaticato, ma certo di vincere sempre, ovunque, contro chiunque. Giocava nel ricordo, con amici della sua età, ragazzini. Il pallone s’incastrava nella neve, la gara era di riuscire a calciarlo egualmente. Lui vinceva, sempre. Lui era il migliore, nato per essere il numero uno. Cadeva con la faccina pallida nella neve fredda e rideva, insensibile al gelo, simile a una di quelle tigri che vivevano oltre il fiume, dove non era mai stato. Aveva attraversato il mondo, visitato Paesi distanti, ma oltre il fiume non ci era mai andato, rimandando sempre quel viaggio esplorativo, come se il timore d’esser deluso lo avesse portato altrove. Cancellò le immagini del passato, dolorose e nostalgiche, strinse lo sguardo tagliente oltre il fiume grande, enorme, feroce con i suoi vortici ingannevoli. Immaginò distese immense, alte montagne e vide le tigri bianche, le loro zanne, un mondo diverso, distante, fantastico. Gettò la sigaretta. Guardò l’acqua quasi ghiacciata, osservò il pendio che vi si immergeva: un bellissimo fiume, lungo e maestoso, navigabile, ricco, il più bello del mondo, il suo fiume. Mosse i piedi: udì uno scricchiolio che conosceva bene, chi viveva in quel lembo di terra sapeva riconoscere il ghiaccio minaccioso e si spostava in tempo. Lo sapeva anche lui cosa significava quello scricchiolio, ma non si mosse. Ancora lo ascoltò, ripetitivo, veloce, secco, freddo. Il suo fiume lo reclamava e non ebbe paura. Era tutto molto strano, amava la vita che tutto gli aveva tolto, che lo aveva tradito. Istintivamente, ultimo spasimo di difesa, appoggiò una mano sul ghiaccio affilato e si ferì. Un rivolo di sangue macchiò quel ghiaccio e cadde nell’acqua, arrossandola.

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