LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

mercoledì 1 agosto 2012

NON UN GIORNO IN PIU' di Barbara Risoli - Racconto online - Capitolo I

NON UN GIORNO IN PIU'
di
Barbara Risoli



CAPITOLO I


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Buio. Disperazione. Vuoto interiore. Senso di assoluta irrimediabilità, neppure era importante il motivo che l’aveva indotta a salire in auto, accendere il motore, dare esagerato gas, sgommare e infilarsi nella notte, lungo le sue vie, sull’asfalto invisibile, a fari spenti. La luna sembrò farsi più luminosa per tentare un improbabile salvataggio. Poi le luci dell’illuminazione pubblica, il casello dell’autostrada, il volume alto della radio, frastornante, una canzone ritmata a scandire il passare dei minuti, il battito del motore che sembrava cuore, che cantava e ululava, ululava e cantava. Poi l’autostrada, poco traffico, era notte. Curve d’entrata, stop non rispettati e infine l’accelerazione, sempre più intensa, l’auto velocissima, troppo per la cilindrata, i pistoni a battere in testa, un leggero rallentamento, la musica assordante, la radio brandì note altisonanti, marce trionfali mascherate da rock, poi techno e qualcosa di romantico che fermò il petto. Poi ancora ritmo, melodia incalzante, un’entrata nella corsia opposta, luci distanti, forse un rumore più forte, luci alte, grandi, troppo per una semplice auto. Rallentamento, il volante verso sinistra, solo un lieve testacoda, la guida contromano portò il sangue alla testa. Luci in avvicinamento. Sorrise, credendosi alla guida di un’astronave e quello era lo spazio, le stelle guardavano, Selene oscurata da quelle luci sempre più vicine. Un rombo sovrastò la musica, sul più bello.
Poi lo schianto. Accecata dai fari dell’astronave nemica neppure frenò, afferrando il volante a due mani, non lo faceva mai. L’impatto fu forte, poderoso, senza pietà. I fari erano quelli di un camion che la centrò o forse lei centrò lui. L’auto si accartocciò contro il muso ringhiante del mezzo enorme, a fisarmonica, poi sembrò esplodere: il motore schizzò verso di lei colpendola, trafiggendola, mentre ancora i pistoni battevano in testa. Il suo sangue, quello del cuore, entrò mischiandosi con la benzina, continuando ad alimentarlo. Assurdo. Il rombo cessò. Il motore si fermò dentro di lei, facendone uno scempio. Il fuoco divampò per poi spegnersi senza un motivo, come per un rispetto inutile nei confronti della vittima. Lei. Il silenzio. Una voce, l’uomo del camion che piangeva. Poco tempo. Luci blu. Una sirena, di più. Due uomini in uniforme. Qualcuno osò guardare, un sospiro mozzato ruppe l’aria pesante. Il camionista continuava a piangere. Straziante. Poi smise. Gli chiesero dove fosse il guidatore del mezzo che aveva investito e per il quale lui stesso aveva chiamato i soccorsi. L’uomo indicò la macchina deformata, il motore strappato e gettato su una donna. Gli uomini in divisa lo cercarono e lo trovarono spento, inclinato sul sedile divelto dell’auto. Il sedile vuoto. Il camionista svenne, forse era ubriaco. Lo avrebbero verificato. Per ora si soccorse lui. Poi il silenzio.

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