LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

martedì 17 luglio 2012

Sondaggio - Stesso inizio, diverso incipit. QUALE IL MIGLIORE?

SONDAGGINO ESTIVO
per passare un po' del mio tempo dilatato

Riporto qui sotto due inizi, due incipit per l'esattezza, che descrivono la medesima scena.

QUAL E' IL MIGLIORE, SECONDO VOI?

INCIPIT NO. 1

Si svegliò nel silenzio di un caldo tramonto, il sole accecante colpì lo sguardo offuscato e il mare cantò sotto il precipizio che raggiunse lentamente. Una rigogliosa vallata scivolava verso il mare, morendo tra le pietre di una brulla spiaggia, lambita da onde increspate di luce. Le ombre inquiete di gabbiani urlanti sorvolavano quel paesaggio contrario a se stesso, con i monti poco distanti a sovrastare ogni cosa, come un’arcana minaccia. Si voltò verso frondosi alberi sfiorati dal vento in un inchino d’altra epoca che parve un saluto, con il cinguettio incessante di uccelli in cerca del riparo per la sera.  Si guardò intorno confusa, accorgendosi solo allora d’essere scalza. Frettolosa infilò le scarpe e fece qualche prudente passo in un luogo che non conosceva e non ricordava. Ascoltò ancora quel silenzio, spezzato dalle manifestazioni di una natura benevola, e inspirò profondamente. Farlo le causò un dolore pungente al petto, costringendola a piegarsi leggermente, vincendo a stento un giramento del capo. Cercò con lo sguardo una via che non la costringesse a inoltrarsi in quella che appariva come una foresta, ma non vi era altra via se non quella per cercare di comprendere cosa stesse accadendo. Trovò il coraggio e iniziò a camminare, entrando nell’ombra fresca di chiome alte e imponenti. Ciò che aveva considerato una semplice foresta, iniziò ad apparirle come un parco, curato nei dettagli, profumato, accogliente. Si fermò più volte, anche per riprendere un respiro che a tratti le mancava, come se l’aria non fosse la stessa cui era abituata. La solitudine iniziò improvvisamente a farsi preoccupante, con il giungere veloce della notte preceduta dal crepuscolo. Il cuore iniziò a battere troppo veloce, togliendole quel poco fiato che riusciva a mantenere con un lento passo. Il buio dilagò intorno a lei senza che potesse trovare un riparo nel quale attendere il nuovo giorno e tremando si appoggiò a un tronco, tastandolo in cerca di un fittizio appiglio. Gli uccelli non cinguettavano più, la tiepida brezza non penetrava più i sentieri e il silenzio questa divenne totale. Zaira si rese conto, per la prima volta nella vita, cosa significasse essere ciechi e si spaventò per questo, scivolando seduta e rannicchiandosi con le ginocchia strette al petto. Pianse, senza un singhiozzo, un lamento, una parola, vinta da un sogno che stava diventando incubo. Solo la certezza di aprire presto gli occhi e guardare oltre la finestra della propria stanza non le faceva perdere il controllo di sé. Certo, quello doveva essere un sogno, brutto e assurdo, ma pur sempre una visione onirica che si sarebbe dissolta.

INCIPIT NO. 2

Si svegliò nel silenzio di un tramonto accecante che caldo illuminava il mondo. Insonnolita sollevò il volto, si guardò intorno, alzandosi, e osservò il sole infuocato. Avanzò fino al ciglio di un precipizio, davanti al quale una rigogliosa vallata sembrava scivolare nel mare blu attraverso una spiaggia brulla e incontaminata. Il paesaggio era contrario a se stesso: i monti sovrastavano le acque con un apparente tuffo disperato; le onde quiete s’infrangevano sulla costa poco invitante; i gabbiani lontani giocavano rincorrendosi e sfuggendosi. Alle sue spalle il cinguettio degli uccelli, nascosti in un bosco, la fece voltare. Alberi frondosi e ondeggianti la salutarono con una galanteria d’altra epoca, mentre i fiori del sottobosco si pavoneggiarono fieri con i loro colori irreali. Il terreno le scottò la pianta dei piedi, nonostante i calzini bianchi alla caviglia, e si affrettò a rimettersi le scarpe. Si inoltrò allora nella foresta, in cerca di spiegazioni perché non sapeva dove si trovata e tanto meno come vi era giunta. Cosa ci faceva in un parco? Forse si trattava di uno scherzo che però non faceva ridere. O forse stava sognando: tutto aveva un aspetto onirico, poco vero, la stessa aria che stava respirando aveva qualcosa di diverso, quasi doloroso con un giramento di testa e il sottile dolore che sentiva al petto.
Zaira veniva da Roma. Aveva sedici anni, sapeva essere allegra e simpatica ma era anche capace di farsi delle feroci inimicizie con atteggiamenti a volte intransigenti e ottusi. Da due anni frequentava un collegio dalle rigide regole che le erano state strette sin dal primo giorno, ma il suo modo d’essere l’aveva resa abile nell’adeguarsi, nel rispettarle senza eccezioni, prima fra tutte l’obbligo di indossare un’uniforme ridicola, quella che aveva addosso nel suo strano sogno. Tuttavia, interiormente non ammetteva le vie di mezzo, ma era convinta che qualche piccolo compromesso l’avrebbe sempre fatta vivere senza troppe tribolazioni. La vita per lei era una piccola guerra effimera, più una questione di sopravvivenza che d’esistenza. Diffidente nei confronti delle grandi manifestazioni d’amicizia o d’amore, per l’età che aveva era decisamente disincantata anche se coltivava comunque dei desideri, accettava coinvolgenti palpiti e impossibili illusioni. Aveva nel cuore la tipica insoddisfazione adolescenziale, riteneva inconsciamente che tutto fosse inutile, che ogni lotta fosse insensata in un mondo dove i più elementari principi stavano crollando inesorabilmente sotto i colpi del progresso e dell’interesse economico. Questo la faceva soffrire profondamente, la sensazione di non poter fare nulla per se stessa e per il proprio futuro la disarmava e la rendeva a volte aggressiva, caparbia e sciocca. Aveva il suo caratterino, se vogliamo; decisa nelle sue idee, le sosteneva con la forza e la determinazione di un soldato, andava in scontro frontale con chiunque, se lo riteneva giusto, ma batteva ritirata se le si chiedeva di andare oltre le parole, perché non riteneva nulla degno di azione diretta, non c’era niente al mondo per cui rischiare vita o reputazione. Si definiva da sola, avvolgendosi di un assurdo orgoglio, vigliacca e se non era vigliacca, era folle e per lei la follia era uno stato di grazia. Così zittiva tutti, con dei nonsensi spesso definiti stupidaggini e lei ne era contenta, perché essere sottovalutati era la cosa migliore per non farsi sopraffare.

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