LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

mercoledì 30 maggio 2012

Stralci - LA GIUSTIZIA DEL SANGUE di Barbara Risoli (romanzo edito)

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 Stralcio

LA GIUSTIZIA DEL SANGUE
di
Barbara Risoli
0111 Edizioni
- Sequel de IL VELENO DEL CUORE -

14 ottobre 1793 – Parigi - Francia


L’intera città si era riversata nella piazza antistante la Conciergerie, occupando tutte le strade che vi confluivano. Anche Place de la Rèvolution era affollata, dove svettava inquietante e lustrata la ghigliottina, controllata da uno stuolo di soldati con barbe incolte e capelli neppure tagliati come la regola voleva. Le stesse uniformi erano sporche e sgualcite. La gente parlava, parlava, parlava, era una musica ossessiva che trovava alti e bassi, alcuni erano già ubriachi senza distinzione di sesso o di età. La Rivoluzione aveva cancellato le differenze: uomini e donne erano debosciati alla stessa maniera, persino i bambini festeggiavano simulando l’esecuzione capitale con gesti sin troppo reali. Il processo alla regina, una folla incalcolabile all’interno, sembrava aver creato un bazar orientale con mercanti che vendevano tutto, anche se stessi, dignità e onore. Eufrasia rimase a osservare una bancarella di legno che vendeva fazzoletti. Fazzoletti… deglutì, non lo faceva spesso, ma quella vendita la fece trasecolare, la turbò così profondamente che fu certa d’essere sul punto di svenire. Le pezze bianche ondeggiavano, sfiorate dai passanti, alla lieve brezza di quella tarda mattina. Il commerciante faceva affari, terribili affari, vendeva i fazzoletti e quelli di seta, che costavano il doppio, venivano stranamente preferiti per lo sfregio che avrebbero rappresentato. Distolse lo sguardo e immaginò cose ne avrebbe fatto la gente di quella stoffa volutamente candida come nulla intorno a lei, simile a un faro nello squallore che la circondava. Socchiuse per un attimo gli occhi per ritrovare se stessa, ma l’immagine di iene che si gettavano sul sangue della regina per intingere il loro fazzoletto continuò a turbarla come la consapevolezza della successiva messa in vendita di quei trofei al miglior offerente, ai collezionisti. Ma collezionisti di cosa? Scacciò quel pensiero e superò la bancarella frettolosa, come inseguita dal demonio. Il demonio c’era, ne fu certa, come fu sicura che Dio invece era distante. L’abito a lutto la preservava dalle avance di uomini allo sbando, facendole ricevere una specie di blando rispetto, ma pur sempre utile, che le permise di avvicinarsi più del previsto alle scale della Conciergerie dove le notizie giungevano con il passaparola. Erano state disposte delle scale per poter osservare dall’esterno il processo, ragazzini e bambini avrebbero descritto ogni avvenimento, ogni reazione e infine annunciato la condanna a morte. Rimase assorta in quella bolgia, ricordò solo allora che tra loro lei era nobile di sangue, lo stesso aborrito dalle parole e dai fatti. Se soltanto avessero saputo che era Eufrasia des Fleuves, contessa di Saint-Malo, l’avrebbero linciata. Per lei non ci sarebbe stato processo, nessuno l’avrebbe portata sul banco degli imputati, inventandosi qualsiasi colpa. Rabbrividì, per la prima volta sentì il sapore della paura sotto i denti serrati. Tuttavia, decisa ad andare sino in fondo, non demorse. Attese. Come tutti gli altri attese. Sotto un sole pallido e autunnale, attese. Non rimase ferma, troppa staticità poteva insospettire, le istruzioni di Venanzio erano state precise. Camminò nella folla, rasentò i muri, si sedette su alcuni scalini. Si rialzò sempre in attesa, fermandosi a ogni dimostrazione di giubilo, ascoltando bestemmie e insulti. Il processo era un’escalation che infervorava gli animi. Era lunga, l’accusa torturava Maria Antonietta, la folla interrompeva spesso. Eufrasia cercò un vicolo dove potersi riposare, trovò lo stesso dove Venanzio aveva incontrato Lepitre. Una buona postazione, dove nessuno fino ad allora si era infilato, forse per il timore d’essere ostacolato, quando la festa sarebbe esplosa. Ma lei non doveva festeggiare, lei doveva solo sapere. Si lasciò scivolare con la schiena contro il muro scalcinato. Appoggiò le braccia sulle ginocchia, il capo sulle stesse. Il fremito interiore le toglieva la freddezza. Sollevò il velo nero per respirare, nonostante fosse autunno sentiva caldo, un caldo che partiva dallo stomaco. Chiuse gli occhi in una preghiera senz
a un destinatario preciso, pregò perché tutto filasse liscio, perché…
- Eufrasia des Fleuves – la raggelò una voce, tanto da farla scattare in piedi con la mano in cerca della pistola.
- Dunque è vero, sei viva – aggiunse quella stessa voce. Con gli occhi corse nel vicolo in penombra, scorgendo la sagoma di un uomo, uno dei tanti che affollavano le strade. Strinse lo sguardo. L’altra mano trovò il pugnale celato dall’ampia sottana. Sentire pronunciare il proprio nome, quello vero, quello segreto, la fece tremare. Sarebbe bastato un tono più alto della voce e i timori di pochi istanti addietro si sarebbero realizzati in un momento. L’ebbrezza che dilagava, quella del vino che scorreva a fiumi, non l’avrebbe risparmiata.
Lo sconosciuto avanzò, come se volesse uscire allo scoperto e gridare al mondo che tra loro c’era una nobile vestita da popolana, seppure in lutto stretto, da sgozzare.
- Mi è bastato vederti di sfuggita per riconoscerti – continuò a parlare quella voce che dopo alcuni minuti le parve familiare. Lasciò che l’uomo si avvicinasse ancora, sino ad assediarla con una mano sulla parete ruvida, il volto rivelato dalla luce a pochi centimetri, gli occhi fermi dentro i suoi che si fecero improvvisamente scuri più del nero, immobili come fossero morti.

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