LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

giovedì 24 maggio 2012

Anteprima - LA STELLA D'ORO di Barbara Risoli (inedito)

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ANTEPRIMA

LA STELLA D'ORO

di
Barbara Risoli

(disponibile a valutazione editoriale)

Non era stato il vino a farle perdere la forza di camminare, piuttosto il digiuno condito con alcool ed emozione. Fajzra aveva pagato il ristoratore, lasciando una lauta mancia, e si era incamminato verso l’appartamento di Vladimir, portandola in braccio, confusa e affranta. Appoggiata alla spalla dell’uomo, la neve le sfiorava il viso e la infastidiva. Di tanto in tanto oscillava la mano davanti al naso per liberarsi di quelle spine gelide sulla pelle incandescente. Il compagno si fermò alle prime avvisaglie dell’odore acre della fabbrica di salsicce e scrutò le strade deserte. Il freddo aveva fatto tremare Maria che, aggrappata al suo collo, si guardò intorno come se temesse qualcosa. Con un movimento gli fece intendere di voler rimettere i piedi a terra, senza che lui tentasse di dissuaderla. Fajzra si soffermò sulla sua espressione smarrita, dando un’ultima fugace occhiata alla fabbrica in piena attività. Le campane di una chiesa distante batterono la mezzanotte.
- E’ tardi, rischiamo di irritare Nadezda – asserì corrucciato. Maria sbuffò il fantasma del proprio respiro, la neve ancora sul viso, chiudendo gli occhi e respirando a pieni polmoni. Si sentiva bene e poi male, aveva paura ed era felice, il vino e la vodka la rendevano imprudente.
- Ho sempre amato la neve – disse fuori luogo.
- Non posso dire la stessa cosa, di neve ne ho vista anche troppa nella vita – rispose l’uomo, senza inflessione. Stava pensando.
- Nel mio paese nevicava poco, il mare non è amico del freddo – continuò la giovane, chinandosi per sfiorare il manto bianco in crescita, mentre i fiocchi divennero grossi e vagamente rumorosi nella lenta caduta.
- Vieni – ignorò le sue rimembranze, afferrandole un polso per trascinarla con sé, ma lei s’impuntò e il contraccolpo lo fece tornare indietro in uno sconto che rischiò di farli cadere, se lui non l’avesse abbracciata in una specie di volteggio che li tenne in piedi. Un vento fuori programma li sfiorò, il lampione alle spalle della ragazza illuminò il lago nero dello sguardo del principe che scintillò, senza che lui lo volesse, con un fremito incontrollabile, svelando qualcosa. Maria ne rimase incuriosita. Erano vicini, come spesso era accaduto. Amici di sangue, come continuavano a definirsi, i loro contatti erano frequenti e stranamente accettati da Fajzra. Adesso era diverso. Forse era colpa del Natale che aiutava a credere, forse la fredda proposta di matrimonio, forse il loro calore, le labbra, gli occhi, le braccia dell’uomo così ferree da farla sentire sicura, dopo avere creduto di essere perduta. Sposarlo. Che follia senza senso. Sposarlo, dopo averlo segretamente desiderato. Non smise di guardarlo, se lo concesse contro l’imbarazzo che sapeva infonderle, protetta dalla penombra.
- Non farti false illusioni, Zvjezda – si affrettò a dirle, sempre inutilmente crudele. Lei alzò le sopracciglia, fingendo di non comprendere. Scosse leggermente il capo per fargli intendere che non aveva pensato nulla.
- Non provocarmi, non sarebbe giusto – si difese ancora il principe, ma non allentava l’abbraccio. Attingeva vita da lei che era morta dentro. Ancora Maria tacque, parole e pensieri in tempesta dentro di lei. Inconsapevole, abbassò gli occhi sulle labbra strette del compagno, poi li rialzò intimidita da se stessa.
- Non cercare di mascherare tutto questo con qualcosa che io non sono disposto a darti – continuava a parlare e lei fece per liberarlo della propria vicinanza. Stava mentendo il principe siberiano e non era abile come quando mentiva ai nemici, non era convincente come quando aveva fatto in modo che Lenin fosse liberato dalla prigionia austriaca anni addietro. Pensava a Vladimir per non pensare a lei, ma lei era meglio di Vladimir, era una stella luminosa in quella notte di tormenta del cuore.
Da quando si era accorto di amarla? Il giorno in cui il destino gliela aveva fatta incontrare, in condizioni funeste, aveva per un attimo creduto nel Cielo, per poi ritrattare, violentare se stesso e definirla solo una bambina perduta, scampata alla morte. Aveva mentito senza convincersi e non convinse neppure lei, in quel momento. Non servì farsi ghiaccio tra i ghiacci, il fremere raro e scintillante dello sguardo lo tradiva facilmente. Inevitabile fu l’apprestasi a quel volto pallido, dai grandi occhi color del paradiso, sfiorare con un bacio la guancia raffreddata dal vento, percorrerne la curva sinuosa che lo portò alle labbra semiaperte che non si ritrassero a un contatto così lieve e poi così profondo da togliere il fiato. Chi lo perse per primo fu lui e lei ebbe un attimo di mancamento che Fajzra sostenne, impedendole di scivolare via.
La neve candida sui capelli corvini di Fajzra celere si faceva acqua e gocciolò sulla fronte della ragazza che aveva chiuso gli occhi in un sogno dal quale si sarebbe amaramente svegliata. Non aveva mai sperato tanto, lo aveva desiderato, ma non aveva mai creduto che in lui potesse esserci qualcosa per lei, se non pietà, comprensione, amicizia. Era troppo caldo il suo respiro per crederlo frutto di amicizia; troppo delicato il suo tocco per pensare che solo la compassione lo muovesse. Temeva di infrangerla e lo percepì: quando si teme di fare del male, è solo per amore. Amore. Non voleva farsi false illusioni: temette che altro non stesse facendo che approfittare della sua solitudine. Era una preda così facile per un uomo come lui. Il distacco fu strazio per entrambi, ma lo sguardo lucido di Fajzra fu consolazione per lei che non si mosse, pietrificata in attesa d’essere spezzata.
- Non è così che doveva andare – sussurrò, stringendola in vita, per poi accarezzarle la fronte bagnata di neve sciolta. Si passò una mano tra i capelli fradici che lo rendevano meno nobile nell’aspetto. Maria non replicò. Stillava ogni attimo per poterlo poi rammentare.
- Non meriti una falsa illusione – si affrettò ad affermare, ma la voce era stonata.
- Non la è – osò Maria, scuotendolo senza saperlo. Non la era. Lo sapeva lui, lo sapeva lei.
- Che cosa vuoi che ti dica adesso? – parve lamentarsi il principe, ma non la lasciava, la stringeva con una forza che sapeva di strana costernazione. Maria conosceva quei sentori, li aveva dentro come semi maledetti, capaci di renderla letale.
- Puoi tacere – accennò un sorriso amaro.
- Impossibile – accennò anche lui un vago sorriso. Si guardarono nuovamente, intensamente, pericolosamente.
- Impossibile negarlo oltre, giusto? – aggiunse, stava tornando se stesso.
- Giusto – lo imitò nella risposta.
- Ti senti forte per questo – le recriminò assurdo, strappandole un singulto di riso che smorzò per non offenderlo. Lei si sentiva forte? E per quale arcano motivo? Se lo chiese con un’espressione buffa.
- Come ci sei riuscita? – la interrogò dopo un po’, ma non la liberava di sé, manteneva quel contatto che stava oltrepassando gli abiti con il proprio calore. Maria non capiva.
Fajzra scosse il capo esasperato e guardò in direzione opposta alla casa di Vladimir. Finalmente il loro abbraccio si dissolse, il silenzio dilagò e il passo ampio dell’uomo la costrinse a seguirlo verso una destinazione ignota. Maria diede un’occhiata fuggevole alla via dell’appartamento di Lenin. Forse aveva ragione il compagno: era tardi e avrebbero irritato Nadezda, come se non la fosse abbastanza.

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