LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

sabato 10 marzo 2012

L'ULTIMA DONNA DELLA TERRA di Ubaldina Mascia - L'inizio

Genere fantascienza

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L'ULTIMA DONNA DELLA TERRA
di
Ubaldina Mascia
(1946 - 2010)

- ROMANZO IN REVISIONE -

L'INIZIO


     Vigeva una legge terribile, frutto di una corrente neo-razionalista capeggiata e poi governata dalla Scienza, una scienza che presto aveva dimenticato il benessere della gente per proiettarsi sull’obiettivo spasmodico della navigazione nello Spazio. Gli scienziati, all’inizio pochi adepti, poi numerosi in congregazioni segrete e infine totalitari, in veri e propri movimenti giunti al potere, avevano tratto l’altera conclusione che, sino a quando l’uomo avesse posseduto un corpo materiale, non avrebbe mai potuto raggiungere neppure il pianeta della stella più vicina. Il corpo, per quanto evoluto, condizionava inesorabilmente la sete di sapere, limitando la realizzazione della loro profonda convinzione che l’unico mezzo per esplorare l’Universo fosse il pensiero, ma non quello fantasioso, bensì il vero pensiero, puro e fine a se stesso, inteso come mera capacità di elaborare, classificare e capire.
- Esisteremo per sempre – erano soliti affermare.
- Non per un periodo limitato e su un pianeta completamente asservito alla materia. Vedremo altri mondi e finalmente comprenderemo il mistero che avvolge ogni cosa in quanto esistente e apparentemente destinata alla fine – aggiungevano sentenziosi e convincenti. L’Umanità si era convinta. Aveva lentamente accettato la teoria di un’autodistruzione di massa come liberazione assoluta e raggiungimento dell’infallibilità. Così l’ordine globale di non contaminare più l’ambiente era stato accettato, come tutto il resto, con la devozione, quasi religiosa, che ormai caratterizzava i popoli che avevano straordinariamente raggiunto una fede comune, capace di annullare guerre, conflitti e scontri ideologici.
Dovevano lasciare la Terra allo stato naturale, per permettere alla vita di compiere il suo ciclo, senza la presenza nociva dell’uomo che si sarebbe volontariamente estinto. Per ottenere la totale scomparsa della genia umana fu ideata una macchina che avrebbe disintegrato coloro che vi sarebbero entrati, nulla lasciando dell’uomo, neanche la più piccola cellula, al fine di evitare una nuova e futura contaminazione. Tutte le tecnologie, i robot, le stazioni spaziali, le case e quanto altro era stato costruito venne preventivamente e sistematicamente distrutto, con i rottami rimanenti destinati a essere cancellati dal tempo. I cimiteri furono metodicamente disintegrati, in quanto contenevano resti umani. L’Umanità si era convinta anche di questo: estinguersi non avrebbe più permesso alla superiorità dell’uomo di sottomettersi alle regole costrittive della materia, il pensiero libero non avrebbe più trovato ingannevole riparo in un corpo, perché nessun corpo si sarebbe più evoluto. Solo le grandi macchine disintegratrici si ergevano ovunque, con un’autonomia di un anno, quanto necessario per lo sterminio di massa. Poi, dei congegni sarebbero scattati, provocandone la distruzione.

            Tutto ciò era stato preceduto da un periodo oscuro e terribile.
Coloro che avevano predicato una religione diversa, perché in religione si era trasformata la follia degli studiosi, erano stati considerati eretici, quindi perseguitati e costretti al suicidio; i più tenaci, ritenuti pericolosi per l’evoluzione immateriale dell’umanità, avevano subito pubblici processi, sfociati senza eccezioni, in condanne a morte. Gli incerti erano stati spiati, i deboli plagiati, i dementi giustiziati. Negli ultimi giorni il clima di sospetto era stato maniacale: ogni parola o comportamento non completamente aderenti al nuovo pensiero, avevano subito analisi, studi e meticolose indagini. Nel dubbio, i sospettati erano stati imprigionati. Il terrore che qualche stolto potesse rovinare il grande salto verso l’infinito aveva trasformato l’umanità in prede e in cacciatori, come agli albori.
Gli ultimi uomini si recavano frettolosamente ai congegni per intraprendere il viaggio tra le stelle. Tra loro vi erano due adolescenti. Il ragazzo aveva abbracciato entusiasta la nuova dottrina, mentre la ragazzina non ci aveva mai creduto sino in fondo. Dentro la sala d’attesa, stretta all’amico come fosse il suo ultimo appiglio, tremò e lui scambiò quella paura per gioia e impazienza. Le sorrise per darle un sostegno che gli occhi di quella bambina un po’ cresciuta rifiutarono. Si allontanò da lui, fissandolo attonita, facendosi mille e assordanti domande che non trovavano una sola risposta. Lei, tanto giovane, quanto determinata, non poteva agire senza risposte, non riusciva ad accettare nulla senza la convinzione delle proprie idee. Indietreggiò, lo fece piano, senza destare alcun sospetto nell’amico, emozionato all’avvicinarsi del proprio turno.
Fuggì. Non voleva morire in quel modo disumano, ma vivere tutta la vita terrena che aveva davanti e affidare il proprio pensiero all’Universo, quando la morte l’avrebbe cercata. Sarebbe stata una morte giusta, non un’anticipazione innaturale di un destino ancora da compiersi. Il ragazzo, con il tempo ormai agli sgoccioli e i richiami a recarsi ai dispositivi preposti, la cercò ovunque. L’ansia di compiere il grande passo lo fece demordere facilmente e raggiunse le stelle, senza sapere che lei si era nascosta proprio all’interno di una di quelle macchine distruttrici, certa che nessuno l’avrebbe scoperta. Anche se fosse successo, non avrebbero potuto tacciarla di eresia: era lì per adempiere il suo dovere, questa sarebbe stata la giustificazione. Tra gli ingranaggi e gli alimentatori a metano, rimase rannicchiata per giorni, ascoltando il sinistro lavorio che, a ogni turno, cancellava una parte dell’Umanità per catapultarne le illusioni nel nulla del cosmo distante. Aveva chiuso gli occhi a ogni avvio, a ogni sibilo e poi a ogni richiamo della sirena per i “volontari” successivi. Infine, dopo un lungo silenzio, udì lontane esplosioni e comprese che quelle macchine, come la sua gente, si stavano autodistruggendo, senza lasciare traccia della propria nefandezza. Raccolse lo zaino e abbandonò repentina il nascondiglio.
Rimase sulla Terra, il suo destino si era compiuto. Fu sola in un mondo distrutto. Anche l’ultima macchina esplose e la Terra divenne un mondo di piante e animali. Solo una ragazzina ribelle si aggirava fra loro, con tutte le essenze dell’Umanità, anche la paura.
I gatti miagolarono a lungo tra le macerie degli edifici devastati, in cerca di cibo e forse anche di quella protezione che un tempo ricevevano, ma tornarono a essere i felini che erano stati agli inizi dei tempi, raggiungendo nuovamente i loro ambienti primordiali. I cani latrarono, abbaiarono e ulularono, si raggrupparono in branchi compatti e, quando smisero di cercare l’Uomo creduto amico, ritrovarono i loro istinti atavici. Gli uccelli non avevano mai avuto bisogno dell’Uomo e continuarono a cinguettare, incuranti dello sfacelo sul quale svolazzavano.

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