LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

sabato 31 marzo 2012

Anteprima - LA STELLA D'ORO (in lavorazione)

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ANTEPRIMA

LA STELLA D'ORO

Золотая звезда
 
di
Barbara Risoli
(in lavorazione)


      Non poteva biasimare Lenin e la sua avversione per quella parte di popolo che viveva nell’abbondanza e nel lusso. Maria osservò Pietrogrado con gli occhi incantati dello straniero che nulla sa e tutto scopre. Fajzra si limitò a farle conoscere i luoghi della nobiltà, evitando accuratamente quelli del popolo in fermento. Questo bastò per conquistarla, per ricordarle chi era, cosa era, per farle dimenticare l’ideologia di Vladimir contro i padroni: lei era un padrone, di nascita e per titolo acquisito. Pietrogrado, quella Pietrogrado, era ricca, sfarzosa, barocca e dettagliata nella finezza degli edifici. Ciò che lei notò più d’ogni altra cosa fu la sontuosità che già di notte non le era sfuggita: massi di potenza conficcati nel terreno, questo era ogni palazzo che, dalla carrozza aperta, potè ammirare, stringendosi in un mantellino di lana, perché in aprile in Russia non era primavera, non del tutto almeno. Il fiato saliva ancora come un fantasma al cielo, l’aria sferzava le gote, gli occhi lacrimavano di tanto in tanto.
Le braccia inarcate e neoclassiche della cattedrale di Kazan, improvvise, parvero spalancarsi davanti a lei: un invito divino che la bloccò, neppure si accorse del contraccolpo della carrozza, che si fermò per volere del marito. Rimase immobile, colpita dentro, tremante come un vampiro davanti alla croce capace di polverizzarlo, colma di ricordi dolenti, di preghiere che echeggiarono nella mente assordandola e offuscando lo sguardo azzurro. Quello sguardo divenne grigio e feroce, le sopracciglia auree a corrucciarsi, ombreggiando il viso perfetto. Gli occhi di Fajzra si soffermarono su di lei, come a voler saggiare il terreno impervio e contraddittorio che era il suo animo addolorato. A Pietrogrado la casa del Signore era grandiosa, il duomo candido di Palmanova, al confronto, era un punto in un infinito indefinito. Maria, al contrario di tanti anni addietro, non espresse il desiderio di scendere per entrare. Piuttosto diede un’occhiata recriminante al marito.
- Il tuo nemico sa essere grande – la schernì. Lei lo invidiò. Era così distaccato da Dio, neppure lo considerava, non portava dentro alcun segno del Cielo, era libero, come libera era lei, anche se il graffio del tradimento le faceva male ogni volta che si ricordava di Lui.
- Presto tutto questo non avrà più motivo d’essere – asserì seccamente, ancora scura in volto, riferendosi palesemente all’ateismo assoluto dell’ideologia di Lenin.
- Non ne ha mai avuto – ribattè l’uomo, dando l’ordine di ripartire. Il sole squarciò le nuvole di quella giornata a colpì le cesellature perfette della grande, maestosa cattedrale di Kazan, la sua piazza, le sue braccia accoglienti.
Pur nel silenzio ostico della donna, il loro giro continuò, i cavalli guidati dal cocchiere non correvano, passeggiavano calmi e sbuffavano di tanto in tanto. Maria, dopo aver sentito il velo dell’astio dissolversi in sé, guardò ancora quel paese per lei sconosciuto, neppure immagini sui libri rammentava della Russia, della quale adesso era una principessa. Tutto la meravigliò: il grande fiume Neva che scorreva tagliando la città, il grande e controllatissimo Palazzo d’Inverno, bersaglio principale, lei lo sapeva, di Vladimir. Ciò che la sorprese fu, invece, l’apparente modestia del barocco Palazzo d’Estate che, paragonato all’indubbia sontuosità di Pietrogrado, sembrava una villetta modesta. Era un inganno visivo, in realtà possedeva tutti i requisiti per dirsi dimora di alta nobiltà, primo tra tutti un sistema di riscaldamento all’avanguardia che Fajzra dettagliò alla moglie, annoiandola. Si divertiva, a volte, a tediarla perché, tale era l’amore che la legava a lui, da non osare mai interromperlo e recitava sorrisi e interesse lungi da lei. Era un gioco innocente che si concedeva e che la faceva sentire più vicino a sé.
La giornata volse presto al tramonto che, dipanate le nubi all’orizzonte, adesso colorava il cielo di un sangue aranciato a riversarsi su edifici e monumenti, rendendo la città fatata. La carrozza si avviò verso il palazzo Restjev, posto verso la periferia. Il principe non amava ostentare più di tanto il proprio stato sociale. Proprio la posizione della dimora che raggiunsero permise a Maria di soffermarsi su uno strano brusio, qualcosa di simile a lamenti, o forse grida, distanti. Quando il convoglio si fermò sulla piazzola, lei rimase in ascolto. Non comprese. Lo scricchiolio della ghiaia sotto le ruote e gli zoccoli non copriva più quel fastidioso strepitio.
- Il vociare della miseria – la esaudì Fajzra, porgendole il braccio per farla scendere. Era quasi ora di cena. Lei lo interrogò silenziosamente.
- La Russia che non hai ancora visto – rettificò, entrando nel salone principale, scintillante con il lucido marmo nero dei pavimenti e con le luci accese per il ritorno del padrone.
- E’ bella la tua città – sorvolò lei su quelle parole sempre taglienti, simili allo sguardo che le riservò il marito, togliendole lui stesso il mantello per porgerlo a una magra domestica.
- Non è la mia città – sbottò.

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