LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

domenica 12 febbraio 2012

L'ALBA DI UN AMORE (racconto) - Su gentile richiesta (replica)

Dalla rivista bimestrale
ROMANCE MAGAZINE
Uscita n. 3

Ecco il mio racconto
gentilmente selezionato
dalla redazione


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L’ALBA DI UN AMORE

di
Barbara Risoli


Pietrogrado, 26 ottobre 1917 (calendario giuliano)

Oltre la finestra del misero appartamento il popolo era in fermento, un ringhio aleggiava nell’aria annunciando il cambiamento organizzato dai bolscevichi di Lenin. Come un capobranco, il loro condottiero attendeva di instaurare il potere nella sua Russia, dopo la caduta dell’impero zarista. L’ideologia stava vincendo e quando la gente si muove, il trionfo è inevitabile. Slogan e pubblicazioni clandestine fomentavano da anni la svolta e quel giorno, proprio quello, era l’inizio di una nuova era. Così era stato deciso.
Zvijezda, ma il suo vero nome era Maria, osservava l’alba senza spostare le tende logore, intenta a lucidare il fucile che le era stato assegnato dai compagni e che sapeva usare bene. Era abile, un ottimo cecchino se necessario. Indossava abiti maschili, vecchi, poveri ed essenziali, come ogni donna della rivoluzione che sosteneva il proprio uomo, le proprie idee o che semplicemente aborriva lo zar. Lei non era sovietica, come amavano già definirsi, non aveva il sangue guerriero della stirpe slava. Veniva da lontano Zvijezda, che si chiamava Maria, da un paese in quei giorni massacrato nelle trincee. Era italiana, anche se parlava perfettamente il russo, con grandi occhi azzurri e lunghi capelli biondi ora raccolti, senza valore, in una coda di cavallo folta e ondeggiante. Aveva perduto i modi alteri del suo rango, cessando d’essere una contessa il giorno in cui aveva conosciuto Fajzrachman, adesso con lei in quella stanza, marito per la causa. Vladimir, il loro amico, li aveva voluti come spie tra la nobiltà russa. Fajzrachman era nato voivoda siberiano in un paese freddo e inclemente. Come ombre abili e agili avevano informato i ribelli, cospirando infallibili, tradendo e denunciando ufficiali e aristocratici che avrebbero potuto far fallire il prossimo tentativo dei Soviet. Lui era un sovversivo che aveva giocato bene la carta del fascino. In quel momento importante e tanto atteso la fissava, seduto su una sedia scricchiolante, le lunghe gambe fasciate dai pantaloni neri, stivali al ginocchio, appoggiate sul tavolo, un bicchiere di vodka che girava, in mano, come una trottola. Zvijezda si accorse d’essere osservata e lo scrutò sospettosa. Lo conosceva abbastanza bene, i suoi silenzi erano un segno di disagio. Ebbe il solito colpo al cuore incontrandone gli occhi nerissimi, sottili, ferini. Lo interrogò tacita, mentre si era deciso a bere il liquore.
- Non varcherai questa porta – disse annoiato, dandole il profilo perfetto, il naso dritto, le labbra invitanti. Lei perse un respiro senza capire cosa stesse cercando di dirle.
- Ti farai ammazzare – il tono inequivocabile la trafisse. Si alzò di scatto e si diresse verso la porta, senza tuttavia riuscire a raggiungerla, perché l’uomo le si parò davanti. Era bellissima, pur distante dal concetto di donna elegante: guerrigliera, rivoluzionaria, feroce e sanguinaria più di lui, più dei compagni, letale come un intero esercito. Zvijezda lo fissò secca, gli occhi azzurri oscurati da nubi che cavalcavano dall’animo, calpestando il cuore, dandole più anni. Ne aveva solo ventidue ed era morta dentro da quando l’aveva incontrato due anni prima.
- Togliti di mezzo, Fajzra. Non mi impedirai di entrare in quel palazzo e fare a pezzi… - sibilò a denti stretti.
- Fare a pezzi cosa? – la interruppe algido, siberiano forse per la prima volta dal giorno in cui si erano conosciuti in una lurida prigione della distante Palmanova. Zvijezda ringhiò, era un animale allo stato brado; lui stesso aveva assistito a quella terribile trasformazione.
- Non sei una di noi e io non sono uno di loro – sentenziò imprevisto, mentre colpi di fucile echeggiavano oltre la finestra. Zvijezda non retrocesse al suo avanzare; era altissimo, sovrastante, pericoloso se voleva, forte e potente come gli era impossibile nascondere, falsamente pacato. Il fuoco lo animava e gli occhi neri come la pece ne tradivano l’indole. Era consapevole di avere davanti un guerriero, una volpe vestita da agnello, un lupo che sapeva come uccidere e come salvare. Non faticò a disarmarla, afferrando il fucile e gettandolo in un angolo della stanza. Lo fronteggiò con il mento alzato che tradì la sua nobiltà.
- Non ti permetterò di morire – sussurrò adirato contro il destino, tremante per una lotta che lei non poteva immaginare. Zvijezda assistette allo scintillio dello sguardo che sapeva abbatterla. Non coglieva in lui crudeltà, non comprendeva sino in fondo dove volesse arrivare.
- Tu mi hai voluta con te, tu hai confidato in me, tu e quel tuo maledetto amico Lenin – gli ricordò allo stremo, così confusa da scoprire carte da sempre celate.
Fajzrachman sorrise. Non poté sfuggirgli, la schiena stampata sulla carta da parati lercia.
- Non è la giustizia a muoverti, non il senso dell’oppressione, non la condivisione degli ideali. Nulla di ciò che fai credere ti interessa, porti avanti una sfida che non potrai mai vincere, inutile, contro qualcosa che non esiste e che ti condurrà alla morte. Scegli uno scopo che abbia un senso e aprirò quella porta per te – fu oscuro. Zvijezda abbassò le spalle come un cucciolo perduto. Aveva ragione, non poteva mentire con lui che gli era amico prima che marito, perché non aveva mai fatto nulla di ciò che un marito avrebbe dovuto fare, recitando la splendida commedia voluta da Lenin per la causa. Non si erano mai sfiorati, soffermati su se stessi, erano stati ligi soldati del nuovo potere emergente, avevano messo in gioco le proprie esistenze ed erano stati bravi, forse al regime incalzante sarebbero serviti ancora… o forse no.
- E la tua rivoluzione, Fajzra? Tradisci i compagni? – tentò di confonderlo.
- E’ cosa mia, Zvijezda. Posso scegliere di perderla – la sorprese. Non era logico che un uomo ligio al dovere all’improvviso gettasse tutto al vento e poi… per cosa?
- Per amore – le rispose. Essere letta dentro la infastidiva, ma tra loro c’era sempre stata una tale complicità da rendere impossibile mentire uno all’altra. Lo studiò diffidente.
- Dove vuoi arrivare? – chiese flebile, imbarazzata da una vicinanza che non le aveva mai imposto nella loro lunga avventura.
- Qui, per fermarti, perché Dio non esiste e tu non lo combatterai – le chiuse la bocca con un bacio rovente, deciso e subito profondo per non darle il tempo di realizzare, di ribellarsi, di fuggire via. La serrò in un abbraccio così stretto da farle temere di scoppiare, le tolse il fiato riducendolo a un rantolo che fu lamento. Caddero sul letto sfondato e il peso di Fajzra non le permise di fermarne l’azione. Non lo avrebbe fatto, il calore che la travolse come carezza senza violenza fu devastante. Qualcosa le squarciò il cuore e sangue ardente le invase il petto, ardita e folle lo privò della camicia, mentre si ritrovò nuda tra braccia capaci di cancellare in un attimo il dolore che la tormentava rendendola gelida e spietata, in grado di uccidere a sangue freddo, senza pietà, senza tentennamenti. Quelle carezze, quei baci, quei sospiri alle orecchie la stavano salvando da… Dio che l’aveva trascinata nel baratro del male, del Suo male. Travolti dal vento della rivoluzione, il lenzuolo sotto al quale ripararono li protesse, l’aria fumosa del trionfo dei bolscevichi non li sfiorò nell’onda che invece li portò via con i gemiti e le mezze parole a fare da sottofondo a una passione che esplose come nessuna delle bombe gettate contro il Palazzo d’Inverno. Il dardo nero degli occhi di Fajzra la zittì per sempre, la atterrì e la placò come vento morente contro bandiera che scende.

- Come hai potuto farlo? – chiese mentre il treno giungeva sbuffante. Faceva molto freddo per essere ottobre e laddove sarebbero andati si diceva già nevicasse.
- La vita è fatta di scelte – rispose Fajzra intabarrato, lo sguardo fisso sui binari. Il trionfo dei bolscevichi echeggiava nella città e dentro la stazione affollata. Le bandiere della vittoria erano mantelli sui pesanti cappotti.
- Quale scelta ti ha spinto a tradire? – insistette. Era felice e contrariata nello stesso istante. Il treno frenò assordante e sobbalzò. Repentino Fajzra l’abbracciò con un gesto di protezione. Zvijezda credette per un attimo che anche per lei ci sarebbe stato qualcosa nel futuro, che forse davvero tra loro, sposati per facciata, c’era un sentimento a unirli che non fosse l’ideologia alla quale lei non aveva creduto, pur sostenendola, perché contro Dio e le preghiere inutili che aveva recitato perdendo tutto, restando sola.
- Il tuo dolore, Zvijezda, poi la tua decisione e infine l’amore, il mio amore, mi hanno mosso e non lascio nulla alle spalle se non la fortuna di averti incontrata – le sussurrò, mentre il frastuono dei freni scemava benevolo.
- Non c’è spada, non esiste sparo, non conosco lama che possano affondare come il tuo sguardo fa con il mio cuore, fermandolo e poi regalandogli aria e sangue per continuare a battere – concluse e lei lo guardò emozionata. La bellezza di quell’uomo era qualcosa che Vladimir aveva valutato bene, il fascino che emanava era qualcosa che andava oltre la logica e persino politicamente era stato utile quello sguardo tagliente, quel pallore che lo elevava, quell’altezza che lo faceva sembrare una divinità.
- Ci cercheranno – farfugliò lasciando che le sfiorasse le labbra con le dita affusolate e fredde.
- Sapremo sfuggirgli, ce lo hanno insegnato loro come si fa – sorrise magnifico, luminoso come la sua terra che stavano per raggiungere, immensa, impenetrabile a tratti, ostile e fredda. La Siberia li attendeva, quella che neppure Lenin conosceva, anche se ci era vissuto come deportato, quella dei sentieri e dei paesi sconosciuti, quella che si sarebbe salvata dal vento del rinnovamento. Una dimensione distante li avrebbe accolti, avrebbero vissuto una vita degna d’essere vissuta. Per sempre.


Estratto e adattato dal romanzo in lavorazione LA STELLA D’ORO di Barbara Risoli.

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