LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

domenica 11 dicembre 2011

Stralci - LA GIUSTIZIA DEL SANGUE (storico sentimentale)

LA GIUSTIZIA DEL SANGUE
di
Barbara Risoli
(sequel de Il veleno del cuore)

La vide. Nella penombra dell’angolo più distante la vide. Le mani incrociate al petto, la camicia da uomo sbuffante, i pantaloni scuri. Ma ciò che vide bene di lei fu lo scintillio degli occhi. Si alzò minaccioso.
- I giochi sono fatti, Stolfo. Evitate gesti inconsulti perché non potete tornare indietro – avanzò verso di lui.
- Credi di avermi meravigliato? – la sbeffeggiò, cercò un sigaro, ma la mano della donna lo fermò afferrandogli il polso.
 
- Affatto, avete messo su una commedia grandiosa, il solito palco da teatrante per trascinarmi con voi – non celò di avere capito. Si fissarono duramente, ma si capivano, Dio solo sapeva quanto. Si scrutarono come un tempo, con il sangue di quel tempo, con la follia di quei giorni. Eufrasia non interruppe il contato con lui, serrò la mano e conficcò le unghie nella pelle senza che l’uomo manifestasse dolore.
- Mi è costato un occhio farti credere che ho passato la notte con una prostituta – si liberò di lei.
- Mi costa la dignità farvi credere che vi credo – si sedette sulla sedia della piccola scrivania. Era tutto piccolo in quella cabina.
- Penso che sarebbe opportuno dirmi cosa state combinando voi e mio padre, visto che ci sono dentro fino al collo. Per quale motivo sto ... omissis ...? E’ un motivo importante oppure è una delle vostre commedie? – fu grezza nel parlare e nel muoversi.
- Saprai tutto a tempo debito, tu pensa a muoverti come ti dico io – tagliò corto, finalmente trovò il sigaro tanto agognato.
Stava tornando tutto come prima. Il sapore dell’inganno, della complicità dava un senso a quel viaggio senza senso. Eufrasia lo osservò, mentre il caldo lo costringeva a levarsi la camicia.
- Puoi fare la stessa cosa, non mi scandalizzo – la invitò ironico.
- Non siate ridicolo – non lo accontentò, estrasse una bottiglia di rhum dall’armadietto del capitano. Lo aprì per berne un sorso a collo.
- Non sembri una duchessa – le fece notare respirando l’aria proveniente dall’oblò.
- Non la sono – rise di sé. Non la riconosceva. Non era vero che aveva inscenato una commedia, non era vero che l’aveva voluta a bordo e non era vero che aveva speso un occhio per fingere di andare con una prostituta, lo aveva fatto davvero. Sbuffò tra sé, ma si sentiva felice, sentiva lei addosso pur distante e trasformata nuovamente in qualcosa che non era la sua vera apparenza. La regina di pochi giorni prima, sulla scalinata, ora sembrava un uomo avvezzo alle bevute pronto a uccidere. Eufrasia sapeva uccidere, la sua bellezza la rendeva insospettabile. La scrutò oltre la spalla nuda, lei alzò la bottiglia in un tacito brindisi. Le tolse dalle mani il rhum e lo ripose nell’armadietto.
- Grazie – sussurrò inaspettato. Eufrasia ebbe un colpo al cuore. Lo interrogò silente.
 Nessuno di noi lo voleva – aggiunse. Chinandosi verso il mobile si era
avvicinato al suo viso. Ne sentì il calore, percepì il profumo intenso di una donna che avrebbe voluto prendere subito, senza chiedere, senza avere paura. Gli occhi così vicini da scavarsi a vicenda.
- Ve lo avevo detto che non vi avrei aspettato - aprì una porta, o meglio, la socchiuse. Venanzio tentennò, brutta cosa la paura di spezzare un incantesimo.
- Ho creduto una cosa diversa – sussurrò. Le risparmiò gli occhi addosso per dirigerli in un vuoto senza confini.
- Voi non siete solito credere, voi siete sempre certo – lo stuzzicò cercando lo stesso vuoto.
- Giusto - sorrise tagliente, se stesso a tutti gli effetti.
- Giusto – ripetè lei. Lo bloccò piantando un piede contro il muro.
- Cosa vuoi, Eufrasia? – accettò l’assedio.
- La mia vita – ringhiò tagliente, se stessa a tutti gli effetti.
- Quale vita? La prima, la seconda o la terza? – la prese in giro, la gamba rigida a pressargli il retro delle ginocchia.
- La migliore – gli impedì di liberarsi. Si fissarono rabbiosi eppure languidi. La mano del duca le sfiorò il mento, le loro bocche si unirono in un morso che fu bacio secco, diretto, profondo e volgare. Eufrasia non si irrigidì, lui se ne accorse. La guardò ancora e ancora.
- Un assaggio, Eufrasia, solo un assaggio per ricordarti cosa ti stai perdendo da mesi – le disse ilare, facilmente si liberò della sua labile presa con la gamba. Uscì dalla cabina, aveva caldo, troppo per respirare la stessa aria della moglie che rimase immobile.
Eufrasia fissò la porta, anch’essa piccola. Si lasciò andare all’indietro sulla sedia. Si sentiva leggera, il sapore di tabacco in bocca, il profumo di un uomo sulla pelle delle labbra. Sorrise.

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