LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

domenica 11 dicembre 2011

IL BARATRO DELL'AMORE - Racconto on line a episodi (replica)

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IL BARATRO DELL'AMORE
di
Barbara Risoli


- Primo episodio -

Giugno 1809 – Venezia – Palazzo Grando

Lo vide per la prima volta durante una delle tante feste del fastoso palazzo di famiglia. Lo osservò avanzare nella sala con la sicurezza di chi conosceva il mondo. Era così, lo sapeva. Era ricco, ricchissimo, un buon partito per la figlia di un nobile sull’orlo del tracollo. Aveva accettato di sposarla senza conoscerla in cambio di notevoli vantaggi, primo tra tutti l’acquisizione di ogni proprietà del casato pur concedendone l’usufrutto. Il conte Grando lo osservò con lo sguardo fermo, già conquistato dall’innegabile carisma. Neppure lo conosceva, aveva concluso le trattative con un intermediario. Lo riconobbe dall’abbigliamento lussuoso e dal portamento fiero di un guerriero. L’ospite atteso si fermò davanti a lui e lo scrutò inespressivo, la sala ammutolita, la musica stentorea a mantenere una parvenza di normalità. Il conte si vide gettare ai piedi un sacchetto che si ruppe con l’impatto rovesciando il prezioso contenuto sul pavimento di marmo pregiato. Ogni sorta di pietra preziosa scintillò sotto le candele accese dei lampadari di cristallo. Un sospiro ammirato degli ospiti parve infastidire il nuovo arrivato che strinse gli occhi senza distoglierli dal nobile che aveva davanti, il quale non sorrise e tacito gli recriminò quel gesto irrispettoso.
- Abbassate le vostre grandi ali, conte… e mostratemi la merce che sto pagando – lo gelò. Gli strumentisti stonarono la melodia, optando poi per il silenzio con mesta incredulità. L’altro non ribattè, lo invitò con lo sguardo duro a tacere, a non umiliarlo, visto che gli accordi lo agevolavano.
- Non ve lo ha detto il mio servo? – lo interrogò allora avvicinando il volto chiaro a quello paonazzo dell’uomo.
- Velo dico io allora. Sono solito valutare la merce che compro prima di firmare un contratto e… in questo caso pretendo un controllo accurato e personale – fu volgare, l’allusione non sfuggì a nessuno, le donne presenti si portarono le mani o i ventagli alle labbra scandalizzate. Qualcuna arrossì, la diretta interessata percepì un baratro dentro.
- Siete spudorato e indisponente – intervenne quella che doveva essere la contessa, una donna alta e altera che non aveva l’aria di essere disposta a rinunciare al benessere che la circondava. Lo sconosciuto la squadrò con l’intensione di imbarazzarla e ci riuscì, capace com’era di spogliare una donna con la sola forza dello sguardo. Lei si ritrasse chiedendosi con quale forza la figlia avrebbe sopportato quel carattere che non prometteva nulla di buono.
- Dov’è? – chiese il promesso sposo. Un brivido percorse la schiena di tutti i presenti che pensarono a lei e la cercarono con gli sguardi impietositi. Lui se ne accorse e seguì quella sorta di freccia invisibile, cogliendo la presenza di una piccola ragazza quasi rannicchiata in un angolo della sala, sola, abbandonata probabilmente dalle amiche dopo aver visto chi avrebbe dovuto sposare. La osservò frettoloso e altrettanto frettoloso la raggiunse, incutendole vero e proprio terrore. Le si parò davanti in un’altezza notevole. Con uno sguardaccio costrinse i musicanti a suonare e quelli solerti obbedirono. Le note di una melodia piacevole ricominciarono ad aleggiare nella sala.
- Considerando che io sono il futuro sposo e voi la fortunata, direi che ballare con me sia il minimo che possiate fare – la invitò così sgarbatamente da illuderla che stesse scherzando, che magari era solo un burlone avvezzo a turbare per poi chiedere allegramente scusa. Ma non ne aveva l’aria. Tremò e lo guardò in faccia con un timore che divampò confondendosi con qualcosa che non seppe definire. Nell’attimo in cui le fu così vicino, ebbe un salto del respiro, una sorta di mancamento, un fremito, freddo e caldo alla schiena, il cuore impazzito e scandalizzato, la repulsione che cozzava contro un desiderio che non era ancora possibile soppesare. Avrebbe voluto salvare le apparenze con i modi eleganti e raffinati che conosceva, con l’educazione che a lui mancava, con il sorriso di circostanza che sapeva sfoggiare e che aveva promesso a sua madre. Avrebbe voluto, ma non riuscì a fare nulla, non resse la vista dell’uomo, il verde degli occhi, il biondo dei capelli corti leggermente scarmigliati, l’eleganza sfarzosa degli abiti damascati, la mano ossuta che la invitava bruscamente al ballo. Non resse nulla e non riuscì a muovere un solo muscolo, semplicemente socchiuse lo sguardo e vide il mondo volteggiare. Oscillò sulla poltrona in velluto, sospirò tentando tuttavia di parlare e infine rinunciò, consapevole di essere sul punto di svenire. E svenne.

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