LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

sabato 24 dicembre 2011

Anteprima - LA STELLA D'ORO (in lavorazione)

Piccolo regalo natalizio per chi gentilmente ama leggermi...


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ANTEPRIMA

LA STELLA D'ORO

di
Barbara Risoli
(in lavorazione)


Zurigo, gennaio 1917

     Uno. Due. Tre. Venti! Venticinque secondi e ogni bottiglia era stata centrata. Issur gettò il fucile sulla neve con forza, consapevole che non lo avrebbe danneggiato.
- Tu ti alleni di nascosto – le recriminò divertito, nonostante la scottante sconfitta subita da una donna. Era la migliore, ne era sempre più convinto. Maria sorrise fingendo un’espressione malefica e gli diede una pacca sulla grande spalla.
- Certo, in una stanza d’albergo, di notte, quando tutti dormono – lo prese in giro e Issur si consolò con un sorso di vodka che bevve direttamente dalla bottiglia, poi gliene offrì un sorso. Lei rifiutò con un gesto plateale della mano. Fajzra, poco distante e accanto ad altri compagni, la guardò lasciandosi sfuggire un sorriso soddisfatto. La osservava con estremo interesse, perché adesso era diversa dalla principessa che gli dormiva accanto e che desinava con lui vestita preziosamente. Era una ragazzaccia che solo i capelli sciolti distinguevano dai compagni. Intabarrata in un cappotto consunto e con alti stivali dove aveva infilato pantaloni troppo grandi per lei, era una bolscevica a tutti gli effetti. Dopo due giorni passati a fare la nobile leziosa, quella mattina avevano deciso di raggiungere i ragazzi alla radura distante, come la chiamavano per distinguerla dalle altre. Seduto, a riposo dopo avere sparato per quasi un’ora, si concedeva adesso il ruolo di spettatore e come tale ammirava ciò che era suo, che era stato suo anche quella mattina, in una sete che non c’era modo di lenire. Era bellissima la sua stella, perché Svijesda era una stella e scintillava di felicità in quei momenti, scintillava e si nutriva di una forza che l’arma in pugno non mancava di darle. Era bellissima e libera. Questa era l’impressione che dava di sé, dando una pacca sulla spalla a un omone che era il doppio di lei in larghezza e un po’ meno in altezza. Libera, davvero libera. Sapeva che non portava il crocefisso, rimasto sul comodino dalla mattina un cui l’aveva messa davanti a una scelta: combattere e farlo davvero o mollare la presa e tornare da Lui. Non era tornata da Lui, era rimasta accanto a un uomo che l’amava, pur non avendo la forza di dirlo. Lo avrebbe fatto, in un momento importante che avrebbe riconosciuto, perché a lui i particolari non sfuggivano mai. Si adombrò, nel momento in cui il senso del pericolo nuovamente si fece strada nei suoi pensieri. Era giusto trascinarla in quella dimensione che in Svizzera pareva, ma non era, gioco, mentre in Russia sarebbe stato massacro, sangue e morte?
Si alzò invitando con in gesto del capo Issur a farsi da parte e Maria se lo trovò accanto all’improvviso. Alzò il viso pallido e infreddolito per guardarlo e lasciare che il bagliore di una sorte di adorazione la rendesse stupenda, desiderabile, da prendere in quel momento, nel gelo della neve.
- Credi di poter fare la stessa cosa anche con me? – la sfidò caricando il fucile con la suadenza di una carezza e riservandole infine uno sguardo tagliente. Giovava sporco, sapeva di emozionarla e l’emozione non era consona, quando si sparava. Tuttavia, la donna alzò il mento scatenando l’ilarità dei compagni che inscenarono delle scommesse puntando tutti su di lei.
- Trenta bersagli, in venticinque secondi – propose il principe e due dei ragazzi si affrettarono a sistemare le due file di bottiglie, una per lei, una per lui. In quel momento arrivò una carrozza scura trainata da due muli, neppure cavalli. Restjev volse lo sguardo e seppe in anticipo chi sarebbe sceso. Intanto Maria caricò l’arma con la stessa suadenza del marito. Del resto, ciò che sapeva lo aveva imparato da lui, sin dall’inizio lo aveva imitato.
La presenza del tutto inattesa di Lenin smorzò gli entusiasmi e fece calare il silenzio nella compagnia, impegnata, ma da sempre allegra. Calò dunque una tetra atmosfera di rispetto obbligato. Fajzra lo notò e si chiese se era quello che il popolo russo un giorno avrebbe dovuto vivere, il rispetto obbligato. Cancellò quella domanda, ignorò la presenza del leader, certo di fargli cosa gradita dimostrando impegno e alzò il fucile all’unisono con la moglie.
- Venticinque secondi. Sono pochi, Zvijesda? – la provocò.
- Cerchi di salvarti? – lo zittì lei. Iniziarono a sparare, insieme, fermi, precisi, attenti. Le bottiglie s’infransero cristalline, centrate una per una con un ritmo uguale, senza differenze, a sparare sembravano due gemelli: stesso stile, stessa precisione. Il tintinnio dei vetri moriva nella neve sottostante e Lenin osservò i bersagli, come se qualcuno li stesse mitragliando. Le ultime due bottiglie di file diverse s’infransero e ancora il silenzio si fece sovrano. Parità.
In condizioni diverse i compagni avrebbero applaudito ed espresso le loro scurrili opinioni, invece ancora il silenzio imperò e Maria solo allora si accorse di Vladimir. Abbassò il fucile e lo guardò, in attesa del suo saluto. Il capo dei bolscevichi invece non la salutò.
- Stai facendo un buon lavoro, Restjev. Gli uomini che hai scelto di addestrare sono ottimi tiratori – asserì, avanzando con passo sicuro, ma lento, e guardò ancora i bersagli infranti.
- Non è da voi dimenticare le donne, Uljanov – fu coraggiosa la donna tra loro, attirando su di sé la fredda attenzione del leader, anche perché stavolta lo chiamò per cognome. Non che per lei fosse importante la sua opinione, ma la mancanza di rispetto non era solita tollerarla di buongrado.
- Non pretenderai la riverenza soltanto perchè sei principessa, Zvijesda… come ama chiamarti il tuo consorte- tentò di abbatterla, irritato da quell’intromissione che aveva in qualche modo smorzato una sorta di arrivo trionfale che lo appagava. Maria colse quella reazione e segretamente si sentì soddisfatta di averlo fatto vacillare nella boria che, fuori dalla tua tana, sfoggiava impunemente sembrando più re di un re.
- Lungi da me pretendere, Uljanov! Puttosto ho pensato a una vostra distrazione, perchè conosco il vostro rispetto ed educazione – lo stilettò ferma, accanto a lei Fajzra non cessava di fissare il leader, cogliendone la stizza che però non poteva manifestarsi, perché quella piccola stella dalle punte affilate lo aveva messo in discussione con un elogio alla sua grandezza. Avrebbe sorriso, se solo non avesse temuto d’essere visto da Lenin che parò il colpo con un gesto del capo.
- Allora ti saluto, principessa – tentò una parata spettacolare.
- Lasciate correre il mio titolo che la causa non riconoscerà, il solo vostro saluto mi colma di soddisfazione – lo smorzò la principessa, abile con le parole, imbattibile nei modi aristocratici che facevano sentire inferiore chi aristocratico non era. Pur non sapendo nulla della conversazione surreale avuta con il marito, Maria percepiva un’inspiegabile inimicizia da parte di colui che, sino a pochi giorni addietro, pareva considerarla in maniera speciale. Era un pericolo e non sapeva di esserlo.
- Posso chiamarti compagna, allora – la interrogò, stringendo quei suoi occhi affilati, figli, ne era certa, di lontane origini orientali.
- Tanto onore mi è inatteso – esagerò e percepì accanto a sé una reazione del marito, il suo stesso pensiero che le diceva di non calcare la mano, perché Lenin restava il capo e il suo potere era indiscusso tra gli esuli russi.
- Issur non si è sbagliato, hai ciò di cui la rivoluzione ha bisogno – asserì dopo un po’ Vladimir, di colpo affascinato dalla determinazione della giovane che, evidentemente, non aveva paura di nulla, che sapeva farsi vale e che, lo aveva appena visto, sapeva sparare come un tiratore scelto. Cogliendo il messaggio di Fajzra, Maria si limitò ad annuire e non disse altro, lasciandosi superare. Lenin raggiunse gli uomini che impettiti sembravano attendere un suo gesto, che non giunse, perché semplicemente parlò con loro in un’esortazione fanatica a non mollare, a vivere quegli ultimi giorni con l’orgoglio risso che li avrebbe resi eroi e via dicendo. Fajzra lo affiancò, mentre lei si sedette su una delle pietre per lucidare il fucile che le era stato definitivamente consegnato giorni addietro, dichiarandolo suo. Lo ascoltava, ma non lo ossequiava. Forse le sembrava di essergli amica, forse come Fajzra, sentiva dentro lo scricchiolio delle convinzioni, forse non si rendeva conto di trovarsi in una situazione più grande di lei. Il saluto al capo, che decise di andarsene, fu corale e ripetitivo, come un piccolo esercito erano tutti sull’attenti, impettiti, caricati per la grande svolta. Distrattamente, Maria osservò la lenta partenza della carrozza, spocchiosamente misera. Scosse il capo davanti alla scelta di due muli. Era fastidiosa l’ostentazione della miseria. Maria era dell’idea che, anche se esistenti, sia la ricchezza che la miseria non avevano bisogno di essere sbandierate. Qualcosa allora stonava nel comportamento di Lenin. Un bottiglia appena aperta di vodka la distrasse, mentre gli zoccoli delle bestie si perdevano nell’atmosfera ovattata del bosco circostante. Accettò l’offerta di Issur con circospezione.
- Ci hai già sputato dentro? – lo interrogò, corrucciando le sopracciglia ironica.
- No… lo giuro – rispose il ragazzone, con il quale aveva un rapporto ormai amichevole e simpatico.
- Voglio fidarmi – disse allora e sorseggiò il forte liquore. Non troppo, c’era da stare attenti con quella roba. Fajzra la guardò oltre la spalla, prima di organizzare un altro addestramento, prima di lasciare la radura e tornarsene in albergo. Era stanco, sempre di quella stanchezza interiore che il sonno non avrebbe cancellato.

1 commento:

  1. Ciao cara Barbara, grazie per essere passata da me ed avermi lasciato l'indirizzo del tuo blog, splendido come hai organizzato il blog, splendide le pagine del tuo nuovo libro!
    Tornerò spesso a trovarti, intanto ti lascio tanti auguri per un Natale sereno e pieno di gioia!
    a presto

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