LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

sabato 19 novembre 2011

Stralci - L'ERRORE DI CRONOS (fantasy mitologico)

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Stralcio tratto da

L'ERRORE DI CRONOS


di

Barbara Risoli

RUNDE TAARN EDIZIONI




 
... e Selene, signora dell’astro notturno, ascoltò le parole lievi di Zaira e volle esaudire il suo desiderio. Da Elios, dio del sole, ottenne i raggi che sarebbero stati redini; due splendidi destrieri alati bianchi, dalle auree criniere ebbe da Hypnos creatore di sogni; rubò al cielo le stelle più brillanti per farne ruote veloci. Posò la sua creazione sulla costa rocciosa del golfo e soave, senza scosse, svegliò Zaira che dormiva agitata. La straniera aprì gli occhi al suo tocco leggero e la vide, restando senza fiato, non riuscendo neppure a gridare. Selene aveva occhi neri e profondi come il buio, i capelli lunghissimi avevano riflessi argentati; il suo abito era bianco e scintillante, il suo sorriso era rassicurante e materno. La riconobbe, come se in fondo la conoscesse, ma non era possibile. Pronunciò il suo nome con timore e l’essere ultraterreno non nascose la propria meraviglia.
- Sai dunque chi sono? Tu... che non sei di questo mondo, che non fai parte dei mortali che mi venerano? – le chiese, avvicinandosi avvolta nel suo alone irreale. Al capo portava una corona tempestata di diamanti che emettevano un’intensa luce. Il suo pallore era quasi trasparente. Zaira scosse la testa ancora confusa. Selene sorrise bellissima.
- Non mi hai dimenticata, mortale… per questo adesso voglio aiutarti – le disse. Lei non comprese.
- Non hai smesso di ringraziarmi per la luce che ti diedi la notte della tua vittoria alla Città Bianca – continuò e le sfiorò la guancia, infondendole un po’ di pace.
- Allora ti sei fatta grande perché io riuscissi a centrare il bersaglio… - balbettò umilmente, orgogliosa di avere compreso sin dall’inizio com’erano andare realmente le cose. La dea annuì benevola.
- Ed ora sono ancora qui ad aiutarti, mortale eletta dal Fato potente… - e la indusse a seguirla, tra i compagni dormienti, sulla costa. Zaira vide il carro divino e restò ovviamente senza fiato: una meraviglia senza eguali le si parò davanti, ma ciò che la fece tremare dentro fu il fatto che tutto era vero, tangibile, simile ad un disegno, ma materiale e concreto come la realtà.
- Perché? – le chiese attonita.
- Non è importante, Zaira d’Enotria… questo non ti aiuterà a cambiare il tuo destino, ma voi mortali siete ostinati e stolti a volte… ed io ti comprendo, perché mi sei cara. Ma ricorda una cosa, straniera… non riuscirai a beffare il Fato che tutto dispone – volle dirle oscura, enigmatica. Zaira fece per ribattere e la cercò accanto a sé, ma non c’era già più, si era dissolta silenziosa e veloce, lasciandole il suo dono. Fece qualche passo avanti ed indietro, ma era proprio scomparsa. Si avvicinò lentamente al carro luccicante ed ai cavalli irreali che vi erano aggiogati, aveva paura di toccarlo, nel timore che tutto potesse dissolversi come se si trattasse di un sogno… e forse lo era.
- Mai visto niente del genere! – esclamò una voce alle sue spalle e lei gridò per lo spavento e fissò Alopex. Poi sospirò di sollievo. Il compagno si avvicinò con lei ai cavalli e senza esitazione accarezzò il muso di uno di essi.
- Quale dio ha voluto questo? – la interrogò diffidente.
- Selene – rispose sincera.
- E’ benevola, per fortuna… ho creduto potesse essere un inganno – corrucciò le sopraciglia, poi sorrise soddisfatto e respirò a pieni polmoni con la sua aria simpatica, un po’ superficiale, ma sempre capace di sdrammatizzare i momenti più pesanti.
- Sai qual è il lato positivo di tutto questo, Zaira? – la incuriosì.
- Non dovremo camminare… senza cavalli sarebbe stata davvero dura la lunga strada per l’Olimpo e poi… non parliamo della scalata! Diciamocela tutta, nessuno di noi era entusiasta di quest'idea! – rise di gusto e Zaira con lui. Era la prima volta, dalla morte di Dunamis, che rideva e farlo le diede una ventata di vitalità, una rinnovata fiducia nel proprio scopo ultimo… anche se veloce la tristezza si impadronì nuovamente di lei.
- Parla per te, Alopex dell’Attica! Che soldato sei se ti spaventa una marcia verso l’Olimpo? – intervenne Eucide, che si era svegliata con tutti gli altri. Zaira non raccolse l’ironia dell’ancella, non la degnò neppure di uno sguardo.
Schià rimase estasiata, una visione simile fu pane per i suoi denti ed esitante si apprestò al carro divino. Poi cercò Flogos, che la raggiunse e le sorrise paterno.
- Cosa significa? – gli chiese flebile.
- Che gli dei ci sono favorevoli e vista la situazione… possiamo ritenerci fortunati, non trovi? – le diede un buffetto sul naso. Lei si strinse nelle spalle ed abbassò gli occhi, arrossendo. Flogos la emozionava con poco.
L’unico a non dimostrare entusiasmo fu Aimatos che in quella maniera del tutto imprevista vide la permanenza di Zaira al suo fianco notevolmente ridotta.
Il primo a salire fu Alopex, seguito da Flogos e Schià, infine da Eucide. Zaira non riuscì a fermarli, sarebbe potuta andare da sola con l’aiuto di Selene che certamente le era accanto, ma l’amicizia dei compagni spense ogni sua intenzione di dissuaderli. Tuttavia, Aimatos non si mosse e rimase a fissare il carro con tristezza sul volto ancora assonnato.
- Non ti biasimo se vorrai restare – gli disse la straniera come a volerlo salutare e lui sobbalzò. Scosse il capo e sorrise forzatamente.
- Non saresti in grado di far partire quelle due bestie – sbottò. Si diresse verso il mezzo con passo deciso. Rimandò il proprio dolore, doveva mantenere la promessa fatta alla figlia del futuro. Salì e strappò di mano le redini ad Alopex, costringendolo ad andare dietro. Lui protestò, ma senza successo.
- Avanti… Zeus ti sta aspettando – la incitò lo schiavo con la gola stretta e Zaira lo raggiunse, sedendosi al suo fianco.
- Sei certo di esserne capace? – lo prese un po’ in giro. Aimatos rise. Le redini schioccarono sulle schiene dei destrieri alati che veloci si librarono nell’aria. Fu una sensazione indescrivibile: terribile e stupenda nello stesso momento, specialmente per gli achei che del volo non avevano la più pallida idea. Corsero verso il mare, sul pelo dell’acqua quieta, baciata ancora dalla luna, per un lungo tratto, poi cominciarono a salire, lasciandosi dietro una scia cristallina che sembrò la coda di una cometa vista da lontano, ma molto più luminosa di tutte le code di cometa viste sino ad allora. L’aria era fresca e salendo lo fu ancora di più, divenne più respirabile e la notte parve aprirsi al loro passaggio.

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