LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

mercoledì 23 novembre 2011

Stralci - LA GRAZIA DEL FATO (fantasy mitologico)

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Tratto da
LA GRAZIA DEL FATO
di
Barbara Risoli
 
0111 EDIZIONI


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Con il passaparola, con le leggende, con le dicerie era stata creata una storia del tutto fasulla che aveva avvolto la corte di Astos in un mantello funesto, alimentando l’insoddisfazione fino a scatenare i più sanguigni.
- Stai mentendo! – gridò un uomo ed ebbe il sapore di un segnale che mosse più gruppi in avanti.
Accadde qualcosa. Aimatos si voltò, superando Fos ed incontrando lo sguardo allargato di Schià. Dietro di lei c’era la sagoma alta e maestosa di un uomo scuro e provato che incombeva come un dio nefasto, come un tempo Thanatos aveva sovrastato ognuno di loro.
Una spada sibilò nell’aria e percorse in discesa la lunghezza della scalinata di marmo, sino a conficcarsi nella parte terrosa. Vibrò sotto la sferza della neve e si fermò, gli sguardi attoniti di coloro che si erano ritrovati a pochi centimetri da quel colpo andato volutamente a vuoto. All’unisono la folla alzò gli occhi e vide colui che avevano creduto morto. Il figlio del lupo era vivo ed era al fianco del re che avevano contrastato. Questo spaventò tutti, ma non si mossero ed attesero, come solo il prediletto di Artemide sapeva imporre.
- L’uomo da me scelto è tacciato di viltà e di tradimento? Chi osa affermare che le mie decisioni non sono state giuste per il mio regno? – chiese. La sua voce profonda spezzò l’atmosfera di Astos. Il figlio del lupo dunque era tornato. Nessuno si chiese dov’era stato. Quella plateale dimostrazione confermava che non aveva perduto la sua forza. Nei cuori spaventati si riaccese la speranza che quel ritorno potesse mettere fine alla maledizione.
Dunamis avanzò, dando di sé uno spettacolo poco regale. Non si era premurato di farsi riconoscere nell’aspetto ed appariva malconcio, i capelli lunghi e la barba incolta lo facevano sembrare un barbaro. Gli abiti lerci erano sporchi e strappati, una certa magrezza screziava l’imperiosità che lo aveva sempre caratterizzato. Ma il bagliore dello sguardo non era stato intaccato.
- Ti ho salvato la vita, ho riscattato il passato che ti ho imposto per anni, Aimatos. Credo che ora tocchi a te, se davvero non vuoi che questa gente salga uno solo di quei gradini – sussurrò senza guardarlo. Fos annuì allo sposo, ma lui aveva già sfilato il sigillo dal collo. Si avvicinò a Dunamis che dritto teneva a bada la folla con la propria presenza, ma non sarebbe durato a lungo. L’oggetto scintillò nel biancore della giornata nevosa, lui lo osservò freddo, rassegnato a riprendersi ciò che era sempre stato suo. Se lo mise al collo e fissò ancora il popolo. Attese, mentre nell’anima non sentiva emozione, non percepiva soddisfazione, si era limitato ad accogliere le suppliche sempre molto convincenti di Schià ed aveva salvato il salvabile, tornando ad essere in apparenza ciò che da tempo ormai non era più. La folla mormorò, arcigno strinse lo sguardo.
- La maledizione è stata spezzata! – urlò una vecchia dal fondo dell’ampio piazzale. La gente esultò. I soldati allentarono la tensione e l’intera corte di Astos comprese di avere scampato il pericolo. Dunamis sorrise sotto la folta barba, l’orgoglio d’essere temuto lo sapeva scuotere.
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