LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

giovedì 24 novembre 2011

Stralci - IL VELENO DEL CUORE (storico sentimentale)

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 Stralcio

IL VELENO DEL CUORE



Francia, Inverno 1788
Rimasta sola, Zoraide si tolse il mantello e lo ripose poco distante con la pistola che portava alla cintola. Si rimboccò le maniche dell’abito di velluto ed iniziò a liberare il cavallo dai finimenti, spostando il carro a braccia di pochi metri. Prese la spazzola e cominciò a passare il pelo umido della bestia che sbuffava e mangiava contemporaneamente. Poi un pensiero la fermò e si stiracchiò inarcando la schiena. Infilò la mano in tasca e strinse per l’ennesima volta il paraocchi rosso, deglutendo. Il volto di Venanzio le balenò davanti. Si appoggiò al legno del ricovero del cavallo e desiderò piangere, ma non lo fece. Dio! Perché quell’uomo le mancava? Perché? Serrò i denti in un attacco di rabbia.
- Se solo fossi stato più attento, avrei capito tutto sin dall’inizio ed allora… allora non me ne sarei andato quando hai rifiutato di ricevermi – disse qualcuno. Zoraide sobbalzò e percorse con lo sguardo tutto l’ambiente. Indietreggiò ed afferrò la pistola, puntandola contro il nulla.
L’uomo era nell’ombra e stringendo gli occhi lo individuò. Se ne stava appoggiato ad un palo di legno, con le mani incrociate al petto; l’abito blu che indossava sfoggiava dei bottoni preziosi.
- Ma guarda quanto è piccolo il mondo… e quanto è facile farsi ingannare dalle apparenze – avanzò e la lanterna lo illuminò, evidenziando la sua espressione arcigna.
- La Vedova… il travestimento migliore per non permettere a nessuno di avvicinarsi, usando il rispetto comune per il lutto – e rise di sottecchi, divertito dalla fantasia e dall’intelligenza perverse del suo angelo… che proprio celestiale non era.
- Non mi sparerai, Eufrasia… - le fece notare, accarezzando il cavallo che brontolò e si agitò.
- Non pronunciate più quel nome – parlò e lo fece duramente. La sua emozione però era palese e lui si sentì felice. Annuì fingendo un timore improbabile.
- Qual è dunque il tuo nome? – la interrogò e lei strinse le labbra, rifiutandosi di rispondere.
- Cosa volete? – sibilò astiosa. Aveva fatto di tutto per evitarlo, anche sofferto pur di non doversi scontrare con lui… tutto inutile.
- Sono qui per ringraziarti, mi hai salvato da morte certa e sapevi chi ero – affermò deciso a spogliarla della diffidenza che aveva addosso. Sembrava stanca ed il desiderio di darle sollievo si accavallò a quello di piegarla, di scoprire il suo vero modo d’essere, certamente meraviglioso, sicuramente degno di una donna unica. Ah! Doveva davvero essere innamorato per scorgere in quel blocco di ghiaccio anche solo una labile fiamma che rappresentasse un po’ d’umanità. Eufrasia era cambiata, nei suoi gesti non c’’era più incertezza ed il cinismo assoluto screziava i suoi lineamenti perfetti.
- Perché lo hai fatto? – le chiese, sedendosi su una delle balle di fieno ed appoggiando i gomiti sulle ginocchia. Il sale che spezzava il nero dei suoi capelli scintillò alla luce tremolante della lampada.
- Avevate bisogno di aiuto – rispose scontata, scatenando in lui nuova ilarità.
- Se non ci fossi stata tu, sarei morto – insistette e la ragazza trasalì, forse quell’idea la atterriva, forse per lui nutriva qualcosa… forse, forse… non ricordava di essere mai stato così titubante davanti a nulla!
Zoraide aveva il sangue in ebollizione, la stalla non era eccessivamente calda, ma sudava. Il cuore era un masso che saltava nel petto e che serrava la gola. Per un attimo lo scrutò, gustò segretamente quel suo aspetto maturo ed affascinante, così graffiante, minaccioso ed anche ingiustamente segnato da un tempo che non era passato. Venanzio la sapeva ipnotizzare, nonostante le sue ribellioni interiori. Lo trattava come un nemico, mentre in realtà era l’unico amico che potesse dire di avere. Lo allontanava perché se solo lo avesse avuto accanto… se solo lo avesse avuto accanto… come nei giorni della propria fittizia morte, con le sue labbra a scaldarla dentro, con i suoi abbracci a toglierle il respiro… Non aveva dimenticato, non le erano stati indifferenti quei contatti, non era riuscita ad essere superiore all’emozione che aveva provato, non era servito a nulla fuggire da lui, non… Dio! Dove e come avrebbe trovato la forza che sapeva per prima essere vacillante? Nel silenzio da lui voluto tornò accanto dal cavallo per continuare a strigliarlo, per simulare una tranquillità lungi da lei. L’uomo la osservò, percorrendo il suo corpo sminuito dal nero dell’abito, un colore che non smorzava però la sua bellezza, che le dava qualche anno in più, ma… era giovane e non contava molto.
- Vedo che sei riuscita a sopravvivere, proprio come ti eri prefissata – ruppe la tensione e Zoraide, di schiena, fece spallucce.
- Come voi – rispose.
- Quanto credi che dureranno i nostri inganni? – la gelò e si voltò, fissandolo.
- Sino a quando ci sarà possibile mantenerne il controllo – sbottò, conducendo lo stallone nell’angolo della stalla e tirandosi giù le maniche.
- Quello che stai facendo è molto pericoloso – la sorprese, indicando con il capo il mucchio di paglia che celava altre casse d’armi. Dunque Venanzio sapeva tutto. La cosa non la preoccupò affatto, di lui, solo di lui, poteva fidarsi.
- Quello che fate voi, invece, cos’è? Sapete di rischiare la ghigliottina ogni giorno? – sorrise capziosa. Lui non si difese, indifferente alla morte, sempre uguale. Poi Zoraide rise, incuriosendolo. La interrogò con lo sguardo di ferro.
- Ma sono certa che voi sapreste corrompere il boia! Per questo non ve ne importa nulla! - ed il duca sogghignò. Aveva abbandonato quei suoi amari atteggiamenti d’inimicizia e sembrava gradire la sua clandestina presenza. Si, la gradiva, non c’era altra spiegazione per quel sorriso luminoso e stupendo. La guardò, mentre s’infilava la pistola alla cintola; indossò il mantello e lo guardò a sua volta, invitandolo tacitamente ad andarsene. Stolfo non colse quell’ordine, non volle farlo e si alzò per andarle davanti: continuava a fissarla, ad entrarle dentro, a scavarle l’animo con ingiusta facilità. Forse era cambiata, ma l’effetto che quell’uomo aveva su di lei non era mutato. Avrebbe voluto dirle cosa provava, ma ancora una volta non trovò il coraggio, sapeva che non era il momento, che la forza di Eufrasia avrebbe potuto scatenare il suo orgoglio. Le prese la mano destra, estraendola dalla tasca in cui era infilata, e se la portò alle labbra, senza cessare di scrutarla e lei abbassò gli occhi fieri. Percepì il suo tremore, dovuto a qualcosa che guardava in terra. Lo vide anche lui il paraocchi rosso, scivolato dalla tasca. Si chinò e lo prese tra le dita ruvide, poi la cercò con un sorrisetto inequivocabile.
- Questo mi fa capire molte cose – disse. Lei trasalì. Alzò un sopraciglio, assumendo un’aria di compatimento, mentre un rossore disarmante la colorava.
- Non avete perso la brutta abitudine di essere convinto di sapere cosa gli altri pensano… siete superbo, come sempre – sibilò, ma non interruppe quel loro contatto fisico, riservandogli addosso, senza saperlo, tutta l’elettricità che la scuoteva.
- Gli altri? Non mi interessano gli altri… io so cosa pensi tu – si vantò, insistendo su di lei.
- Ridatemelo, mi appartiene – si lamentò quasi infantile e lui posò le labbra sulla sua mano, senza distogliere gli occhiacci dai suoi.
- No, appartiene a me… - sussurrò, percorrendole il braccio sino a riuscire a cingerle la vita come un serpente strisciante.
- Non è per questo che lo porti con te? – sorrise magnifico. Zoraide fece per muoversi, ma lui la bloccò.
- Potresti avere me… invece di un oggetto senza vita – ed il cuore le andò sotto i denti. Il rossore divampò ingiusto, gli occhi a correre altrove, la paura e poi l’imbarazzo a fare il resto, il calore a salirle sino al mento per poi raggiungere il capo, il desiderio di scomparire a farla sentire vile. Un ringhio la difese invano.
- Non dite sciocchezze! Mi credete una bambina? – tentò ancora di liberarsi dalla sua stretta. Lo aveva lasciato fare avvinta dalla voglia di stare solo per un secondo tra le sue braccia. Era successo, doveva bastarle! Ma il bandito non accolse la sua richiesta e serrò la presa.
- Non sono lo stupido che vorresti, Eufrasia… e tu puoi giocare con chiunque, ma non con me… Sei stata abile, sei stata furba e sei stata anche forte… considerando quello che provi sei riuscita a starmi distante. Ma è finita, non ti credo più e so leggerti dentro come nessuno al mondo ed ora… vedo molto bene quello che provi, scintilla nei tuoi occhi e puoi rabbuiarti sino allo spasimo, non cancellerai nulla, non ci riuscirai… ed io non ti permetterò di sfuggirmi un’altra volta – non la smetteva di metterla in tentazione e non considerò i suoi strattoni. Poi la sua ironia scemò dal volto scuro ed incolto che le stava a pochi centimetri e quella serietà la bloccò, lo guardò, in attesa che quel contatto sfociasse in qualcosa di più intimo. Stolfo la fissò lungamente e lei fu certa che stesse per baciarla, fu così lento che le diede tutto il tempo necessario per fermarlo, ma non lo fece. Poco meno di un centimetro separava le loro bramosie, il fiato dell’uomo scivolava sulla sua pelle e quello della ragazza lo colpiva al naso, caldo ed invitante, profumato di menta. Stolfo aveva il cuore di Zoraide in mano, lo sentiva palpitare con una violenza che se fosse stato un proiettile avrebbe aperto una breccia nei muri della Bastiglia. Desiderò piegarla, immaginò di farlo ed assaporò l’illusione di un suo sorriso. Desiderò averla e sognò l’istante in cui della donna bellissima sarebbe divenuta sua. Desiderò renderla felice e delineò un piano perfetto per realizzare quel sogno. Desiderò stringerla con la dolcezza che sapeva avere e ricordò gli istanti in cui improvviso lo aveva fatto, facendola tremare. Desiderò cancellare la vita che li aveva provati. Erano maledetti, entrambi, in maniera differente eppure così simile da essere due pezzi perfettamente incastrati l’uno all’altra. Desiderò tante cose e decise che avrebbe ottenuto tutto, lo giurò sul proprio sangue, l’unica cosa che non aveva ancora venduto per sopravvivere.
- Tieni – disse. Infranse l’incantesimo, senza che lei potesse prevederlo. Ruppe la magia, allentando l’abbraccio e liberandola, come se vederla così da vicino lo avesse persuaso, come se avesse semplicemente giocato ad illuderla per poi ridere di lei. Zoraide si aspettò che lo facesse. Posò gli occhi neri sull’oggetto e lo prese avida, accontentandosi di quel poco che poteva avere di lui. Deglutì, respirò profondamente e si stirò la gonna nervosamente, umiliata per ciò che era accaduto.
- Sempre pronto a dimostrare quanto siete forte, sempre intento a mettervi su un piano superiore… ma il vostro gioco è patetico, considerando che lo fate con una donna… - lo stilettò, il distacco la rese più forte, bastava starle lontano per rivederla risorgere dal panico in cui sapeva trascinarla. Sorrise di questo.
- Non ti aspettare che io mi scusi per quello che ho fatto – volle scavare nella sua disillusione. Lo guardò, sorrise maligna e lo squadrò con voluta insistenza.
- Mi pare che non sia successo niente, duca Rues… - lo provocò e dentro l’uomo ammise d’essersi meritato quell’allusione neppure tanto velata.
- Sei fortunata… ma non lo puoi sapere – volle l’ultima parola e Zoraide alzò il mento sfidante, come se in realtà non lo credesse affatto eccezionale come voleva fare intendere. Stolfo sorrise e fece per andarsene con la testa colma di pensieri, di piani, di cose da fare, di pedine da spostare, di tempo da aspettare, di sogni da realizzare. Poi si fermò e le diede il profilo, indossando il mantello scuro.
- Non vorrei mai arrecarti danno, voglio essere leale come sei stata tu nei miei confronti… - iniziò e lei attese che continuasse.
- Il tuo nome… qual è il nome che hai scelto? – le chiese.
- Zoraide Bois – lo esaudì, la mano serrata al paraocchi in tasca.
- Zoraide… va bene. A presto… Zoraide – la salutò ironico.
- Non credo – ribattè rigida e Stolfo rise di gusto.
- Neppure io credevo tante cose… eppure alla fine ti ho ritrovata! Quindi… a presto – insistette e la lasciò sola. Sbuffò esausta e si appoggiò allo steccato che ricoverava il cavallo.
Eufrasia lo amava. Adesso lo sapeva. Eufrasia lo amava… e la felicità provata, quando se ne era reso conto lo aveva gettato in una confusione pericolosa. Certo, Eufrasia lo amava e lui amava lei… ed amarla significava non farle del male, non quello vero, non quello che può entrare nell’animo per non uscire più… non come quello che le aveva fatto il passato e lui non voleva far parte del suo passato, lui voleva essere il suo futuro.

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