LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

domenica 20 novembre 2011

Anteprima - LA STELLA D'ORO (in lavorazione)

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ANTEPRIMA

LA STELLA D'ORO

di
Barbara Risoli
(in lavorazione)

 
Palmanova, 10 luglio 1916

La rabbia sapeva generare la forza, il dolore calibrarla. Con un potente calcio e con il proprio peso Maria spalancò l’enorme portone del Duomo candido. Il sole penetrò all’interno come una lama, simile a quella che lei stringeva nella mano destra. Dritta, contro il bagliore di quella giornata tanto calda quanto dolorosa, rimase immobile, senza respiro, senza vita all’apparenza. Vestiva stranamente, con un vecchio abito settecentesco, il costume di qualche passata festa, lo straccio di un momento felice; lasciava ricadere sulle spalle la cascata aurea dei lungi capelli, sciolti come non era consono per una donna perbene; gli stivali le arrivavano al ginocchio e la camicia era semiaperta sul petto fermo. Corse con lo sguardo di ghiaccio sui presenti, con inesorabile lentezza. Gli occhi arrossati le davano un aspetto minaccioso e folle. Era devastata dall’angoscia, la sua assenza al funerale della madre aveva fatto parlare di lei e ora… che la guardassero pure, presente e decisa, che assistessero al crollo di sé, alla perdita incontrollabile della dignità che stava gettando al vento di quei giorni maledetti.
Iniziò a camminare lasciando che i tacchi scandissero un tempo che si dilatò. La spada, volutamente trascinata, graffiava il marmo con un fastidioso stridio che dava i brividi, come unghie sulla lavagna o forchetta sulla porcellana. I più sensibili s’irrigidirono, il prete muto incontrò lo sguardo fisso della giovane e non la riconobbe, pur bellissima e dai fini lineamenti nordici. Era Maria Frangini, ma ebbe un tremito guardandola negli occhi così fissi da sembrare di vetro, gelidi, diamanti taglienti, specchi di un male che faceva paura. Istintivamente il prelato fece un passo indietro, poi chiese perdono a Dio per la propria viltà. Maria sorrise sottile e terribile, senza smettere di fissarlo con il disprezzo che adesso riservava ai servi come lui. Si fermò accanto al feretro ricoperto di fiori, quelli che la città aveva mandato a sua madre, perché lei non lo aveva fatto. Un rumoreggiare distante distrasse qualcuno, mentre una specie di onda invisibile aveva messo tutti sulla difensiva, pronti a scappare, a raggiungere l’uscita, come se una sola ragazza armata con una vecchia spada potesse compiere un massacro. Sorrise Maria, che ebbe la sensazione di sentire ogni pensiero, timore e senso di orrore. Entrare nella casa di Dio armata aveva scatenato tutto questo nei credenti, simili a lei un tempo.
- Non l’avrà – sussurrò rauca rivolgendosi al prete che non si mosse.
- Nè ora nè mai – la sua voce echeggiò sinistra nella Chiesa preziosa. Fuori la guerra infuriava, ma le navate di Dio erano intatte. Il religioso tentò di parlare, ma l’innalzarsi della spada lo bloccò e ancora chiese perdono a Dio. E ancora lei sorrise soddisfatta.
- Piccolo uomo senza valore, schiavo del niente – sibilò astiosa, distorta nel tono e nei modi, il capo basso e lo sguardo alzato come taglio letale.
Si temette il peggio e forse accadde. La lama sfregiò il legno della bara, una volta, due, sino a sfondarla nel fianco, mentre il rumore distante adesso era vicino.
- La farò a pezzi e la darò il pasto ai cani, piuttosto che lasciarla a Te – ringhiò Maria senza smettere di colpire la bara. Schegge di legno caddero sul pavimento come scintille di morte. Le donne abbassarono il capo o ripararono contro i propri uomini increduli, i bambini piansero.
Improvvise, ombre di soldati si stagliarono dal portone aperto colpendo prima Maria e poi, avanzando, l’altare marmoreo. S’intravide la stoffa a brandelli dell’imbottitura interna della cassa e solo allora un militare prese la donna alle spalle. Impedì un vilipendio terribile e scandaloso, offensivo e blasfemo, ma non evitò la caduta della bara che si aprì strappando all’intera Chiesa un sospiro inorridito. Qualcuno svenne e Maria sbarrò gli occhi fissando il corpo freddo della madre riverso sul marmo. Il soldato che la immobilizzava tremò e perse le forze, lei cadde in ginocchio con le mani puntate per non schiantarsi con il viso. I capelli la celarono e il pianto sgorgò nuovamente, scottante e bruciante, dagli occhi fermi, pazzi davvero. Ansimò e non si ribellò a un calcio che la privò della spada. Non disse nulla, quando la sollevarono in due trascinandola via senza maniera, scandalizzati, furenti, turbati e per questo feroci.
All’esterno catene fredde le serrarono i polsi alla schiena e spinte violente la fecero salire su una vecchia carrozza cigolante che l’avrebbe portata alle prigioni. Si appoggiò allo schienale della cabina fissando il Duomo sempre candido, odiosamente incontaminato, mai sfiorato dalle bombe che invece facevano a pezzi gli uomini, le donne e i bambini. Il Duomo parve sfidarla e lei accettò quella sfida. Sarebbe morta, lo sapeva, ma mai più avrebbe abbassato il capo davanti a Lui. Mai più.

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