LO SCRITTORE, QUALSIASI GENERE EGLI SCRIVA, DEVE ESSERE TESTIMONE DELLA STORIA, PERCHE' IN OGNI ROMANZO SI CELA LA VERITA' DELLA REALTA'.

domenica 15 ottobre 2017

Vincitrice del contest FB MARATONA DI POESIA

Con sorpresa e orgoglio, mi sono classificata prima nel contest MARATONA DI POESIA indetto dal gruppo Facebook OPS... NOI SIAMO PAZZI! amministrato dalla scrittrice LINDA BORRIELLO. Si trattava di poesia estemporanea, cioè con il rispetto di alcune regole dettate dal regolamento.

Questo il mio premio virtuale!

Queste le tre poesie (la più votata è la terza)

1° TEMA
Donna dalla mente che taglia come spada ferendo come piuma! Le dobbiamo giubilo e gloria!
2° TEMA
Il tempo è bastardo maestro dall'alito feroce, dalle dita graffianti. Il tempo è sconsolata fontana asciutta dalle promesse difficili da accendere. Il tempo è una fragola sanguinante tra i denti con la quale dipingo improbabili esistenze. 3° TEMA
Pere morbide e iridate, dono inebriante di stagione agognata, autunno refrigerante.

Il presente posto per ringraziare di cuore chi ha organizzato questa simpatica iniziativa e chi carinamente mi ha votata.

giovedì 5 ottobre 2017

Presentazione/intervista de IL RINGHIO

Ringraziando il blog
I ROMANZI SI RACCONTANO

Posto il link della presentazione/intervista relativamente alla mia ultima uscita IL RINGHIO (genere romance paranormale, storico, no erotico)



Link diretto all'articolo

Gli stralcetti - LA PIETA' DELLA BESTIA (racconto breve)



LA PIETA' DELLA BESTIA
Barbara Risoli
Genere horror
Link
https://www.amazon.it/PIETA-DELLA-BESTIA-Barbara-Risoli-ebook/dp/B00Q3JUWKU/


E fu di notte che la vide, mentre solitaria passeggiava accanto al grande palazzo in cui viveva e
che lui aveva scelto come sua nuova e improvvisata dimora. Non era potuto entrare perché abitato e quelli come lui dovevano essere invitati per poter varcare una soglia. Si era allora accontentato di un vecchio capanno in disuso, confuso nel parco poco curato, dal quale era uscito prima di scorgerla nel chiaro della luna. La osservò silenziosamente, il cane senza respiro, come lui, accanto. La forza e la totale padronanza del buio lo rendevano impavido e senza pensarci troppo si manifestò a lei che lo osservò emergere sotto l'unico lampione acceso per la sera. Zejna ebbe un brivido che fu solo di rabbia. Non sopportava le intrusioni e tanto meno le visite improvvise.
«Non vi conosco, andate via» furono le sue ferme parole e si accorse del grosso cane.
«È dunque vostro questo splendido maniero?» le chiese l'uomo ignorando l'invito a non avvicinarsi. Mostrò di sé ciò che era la sua arma migliore, il fascino. Questo la sua razza maledetta sfoggiava senza ritegno: la bellezza perfetta capace di annullare l'istintiva repulsione dei più sensibili. Anche la bestia accanto a lui era bellissima, il pelo lucido, gli occhi ambrati nella notte.
«È un palazzo, non un maniero» lo corresse infastidita dalla sua apparente ignoranza. Rimase perplesso per pochi secondi, guardandola non ne colse alcun turbamento. Nell'anima aveva solo il desiderio di stare sola, lo percepì nitidamente.
«Chi siete?» le chiese senza inflessione.
«Questo dovrei chiederlo io a voi che camminate sulle mie terre senza essere autorizzato»
concluse la donna dandogli le spalle per dirigersi verso la grande scalinata.
«Non mi invitate a sorseggiare un buon the nel tepore del vostro palazzo?» tentò di fermarla sentendosi in difficoltà come mai gli era accaduto.
«Scordatevelo, signore. Nessun ospite nella mia casa» lo smorzò miseramente. Lo lasciò solo nel piazzale baciato dalla luna, con il suo cane magnifico vicino.
'È sola' disse l'animale. L'uomo lo scrutò serioso.
'Nessuno accanto, neppure Lui' aggiunse con un lieve ringhio e si avviò verso il bosco, una volta attraversato li avrebbe portati al paese per la loro caccia.
«Una facile preda» sussurrò il compagno seguendolo nella vegetazione.
'Meno di quanto non appaia' fu saggia la bestia.

mercoledì 4 ottobre 2017

Gli stralcetti - LA GIUSTIZIA DEL SANGUE


LA GIUSTIZIA DEL SANGUE
Barbara Risoli
Genere romance storico, no erotico

16 ottobre 1793 – Parigi - Francia

Fazzoletti bianchi, a migliaia, oppure stracci, pezzi di biancheria, di vestiti, persino fasce per neonati per raccogliere il sangue bastardo della lupa austriaca. Gente. Gente in ogni angolo, anfratto, sui tetti, sulle terrazze traballanti, sui carri di fortuna, su ronzini, asini e persino maiali. Vino. Vino scadente a barili. Donne. Donne in ogni dove, giovani, belle, brutte, vestite e seminude. Prostitute, ragazzine incinte, disperate, speranzose. Uomini. Della peggior risma, con i loro pantaloni al ginocchio, le coccarde tricolore, le bandiere, gli stendardi, le parole grosse, le sentenze, le idee politiche, il senso della giustizia. Bambini. Bambini perduti che giocavano al boia e al condannato, che brandivano piccole ghigliottine di legno a emulare quella sontuosa e robusta di Place de la Révolution. Una marea di umanità si era ancora riversata sulle strade di Parigi, onesti e disonesti, contrabbandieri, vittime e carnefici. Soldati. Soldati malandati accanto a guardie inappuntabili. Sorveglianza serrata e divertita. Un putiferio nel quale Eufrasia si immerse lentamente a metà mattina, mentre un cielo plumbeo gravava sulla città pronta alla festa, pronta per la libertà, la fratellanza, l’uguaglianza.
Neppure aveva discusso con Venanzio e lui non lo aveva fatto con lei. Il desiderio improvviso di fare in modo che la vittima di quel mattino potesse morire con un barlume di serenità nel cuore era stato talmente forte che qualsiasi tentativo di dissuaderla sarebbe fallito. Non era madre, non la sarebbe mai stata, ma il dolore che aveva sentito dentro nel momento in cui aveva compreso che non c’erano più speranze l’aveva piegata, le aveva persino strappato di dosso la rabbia incontenibile di avere rivisto Aldo, di saperlo incaricato dal marito, di averlo accanto. Erano tutti pazzi, lei non si salvava, ma non le importava nulla. Meravigliando se stessa, si ritrovò appaiata al proprio nemico in una missione di pietà che mai nella vita avrebbe creduto di compiere. Non parlava molto con il giovane che a sua volta sembrava semplicemente svolgere un compito ben retribuito. Erano l’uno accanto all’altra e lui neppure sapeva perché, la vita gli aveva insegnato a non fare domande e quei soldi in tasca erano una fortuna che da anni non lo sfiorava. Andava tutto bene per lui, indifferente al fascino di colei che aveva amato, intento solo a sopravvivere, pensieroso nella ricerca estenuante di una via di scampo, perché lui con la Rivoluzione, con quella gente, non aveva nulla a che fare. Forte della propria idea di giustizia, non trovava quel principio nel potere che sovrastava ogni cosa. Essere leale non gli era servito a nulla in passato, tutto era precipitato con la beffa di Eufrasia, qualcosa era risorto con l’aiuto di un amico che ne aveva fatto Guardia Reale per poi degenerare con il congedo forzato, con la miseria e la perdita inevitabile della famiglia vinta da povertà e malattie. Non gli era rimasto nulla, era nulla e sul suo capo gravava la colpa di avere ambito a elevarsi, di avere desiderato essere come coloro che ora finivano macellati sulla ghigliottina e divorati nelle mense della Conciergerie. Era perso in quel mondo che lo chiudeva in una gabbia, non aveva senso un solo giorno vissuto senza ideali. Per Aldo l’incontro con quell’uomo era stato provvidenziale, stranamente gli aveva ridato la voglia o la forza di alzarsi il mattino. Non sapeva chi era, non gli interessava neppure, lo sentiva affidabile dopo il lauto anticipo e sapeva che avrebbe mantenuto la parola. Di tanto in tanto dava un’occhiata alla donna che proteggeva, celata dal velo nero, immobile, affranta in un apparente lutto che era disperazione e disgusto. Sapeva chi era e cosa quello scempio imminente doveva incuterle, il suo coltello puntato sul cuore gli aveva dato un’idea abbastanza precisa di cosa era diventata e di quale rabbia la scuoteva. Era cambiata Eufrasia, figlia di un conte, grande nei sentimenti, nei gesti; era mutata profondamente la nobile fanciulla dall’aspetto angelico che aveva mantenuto la bellezza disarmante per dare spazio segreto a un indole feroce. Lo avrebbe ucciso, qualcosa l’aveva fermata, ma era certo che nel vicolo lo avrebbe ucciso come un efferato assassino. Non la temeva, tuttavia sapeva che non era più Eufrasia des Fleuves vestita di bianco davanti all’altare. Ora vestiva di nero, portava una maschera e dietro quella maschera poteva celarsi qualsiasi cosa. Non conosceva i dettagli e non li avrebbe chiesti, semplicemente concluse che lei aveva saputo ribellarsi alla vita, mentre lui la vita la subiva, la portava addosso come un fardello. Nel mare nefasto in cui il destino li aveva posti insieme, ebbe il lampo di una speranza, assurda e ingiustificata, ma vide qualcosa oltre la folla, oltre la sagoma sinistra della ghigliottina, per un attimo credette che tutto ciò che aveva intorno non lo riguardasse più, né il disprezzo dei suoi simili, né la gloria di Roberspierre. Ma fu un attimo che si interruppe con lo spostamento improvviso di Eufrasia che si fece lentamente spazio tra la folla, sino a portarsi in prima fila sulla strada che immetteva in Place de la Révolution, mentre le guardie e il boia controllavano il funzionamento della lama, stringevano o allentavano dei nodi, disponevano la mattanza perché fosse perfetta. Eufrasia fissò quegli uomini senza parole e alzò piano il velo mostrando di sé il volto pallidissimo, era uno straccio nel colorito, il nero degli occhi sembrava l’abisso dell’inferno. Aldo credette che stesse per svenire, sembrava priva di sangue. Forse era l’abito nero, forse l’atmosfera cupa, ma era simile a un fantasma malefico, l’espressione torva a renderla quasi irreale. Istintivamente le appoggiò una mano sulla spalla, inducendola a voltarsi infastidita. Silenzioso le chiese se andasse tutto bene e lei annuì distrattamente tornando sulla lama che scintillò sinistra. Sapeva che l’inclinazione l’aveva voluta proprio Luigi XVI, uno sciocco che sotto la lama meglio posizionata era caduto e per colpa sua ci stava cadendo anche la regina. Erano pensieri segreti, rabbie ribollenti, astio e dolore quelle conclusioni che non avrebbero portato a nulla.
Il mormorio della folla stranamente iniziò lentamente a placarsi, l’euforia incredibilmente ebbe una battuta di arresto, un’onda di silenzio sembrò sfiorare le teste delle persone stipate come bottiglie nella stiva di una nave, il giubilo scemò e quando Eufrasia volse lo sguardo verso l’inizio della strada che immetteva nella piazza della mattanza, la vide. La guardò anche Aldo che l’aveva conosciuta, certo però che lei non ricordasse uno dei tanti soldati che avevano camminato sui pavimenti lucenti di Versailles. Ebbe un moto di nostalgia e tremò per non cedere all’istinto di mettersi sull’attenti in presenza della regina di Francia, Maria Antonietta di Lorena. La regina di Francia… una donna ridotta a nulla, una trentottenne che dimostrava quasi il doppio dei suoi anni, con i capelli sciolti sulle spalle esili, un tempo biondi e ora grigi e malconci. La regina di Francia, ricordata e odiata per i suoi abiti meravigliosi, per i suoi ritratti austeri o familiari attorniata dallo sfarzo e dal lusso… ora indossava una veste di piqueè bianca. Eufrasia strinse lo sguardo su quella stoffa candida e sorrise dentro: il lutto della nobiltà prevedeva anche il bianco, ma quegli ignoranti non lo sapevano e pensavano di schernirla con il colore opposto al nero. Pensavano, quei cani ringhianti, di poterla privare di tutto, ma di una cosa fu certa non l’avrebbero mai privata: della dignità. Maria Antonietta sedeva sul carretto dei condannati a morte, le mani legate alla schiena, una cuffietta a coprire il capo, il volto segnato da un tempo che non le apparteneva, la schiena dritta e gli occhi… gli occhi di quella donna, vittima dell’accusa più infamante, scarlatti, ma non di pianto. Eufrasia era certa che lei non avesse pianto, il suo orgoglio non glielo aveva permesso. No, quegli occhi erano scarlatti di dolore e di astio: ognuno di quei debosciati che l’avevano umiliata e privata persino della confessione, lei li disprezzava e mostrava in anticipo ciò che volevano, faceva scintillare prima del tempo il sangue che stavano aspettando come vampiri di leggende lontane. Il pallore che la caratterizzava, della sua pelle color della neve si era sempre parlato, evidenziava quel dono macabro che scivolava sulla folla soffermandosi a caso su una persona o sull’altra che raggelava davanti alla sua ferma determinazione. L’avrebbero avuta, l’avrebbero divorata, ma sarebbe morta con lo spirito austriaco del quale andava fiera. La chiamassero lupa, la chiamassero scimmia, la chiamassero puttana, ma lei era e sarebbe sempre rimasta Maria Antonietta, la regina di Francia, moglie di Luigi XVI, madre del re di Francia. Eufrasia lesse in lei, nel suo silenzio, tutto questo, le parve di ascoltare il suo pensiero, degno di un rispetto che forse Dio in persona, lì di passaggio, stava imponendo alla folla che taceva. E tacesse quella folla, perché nulla di importante aveva da dire.
Diete una gomitata ad Aldo, che come tutti gli altri era rimasto ipnotizzato dalla regina in marcia lenta verso il patibolo. Il giovane si svegliò e la guardò.
«Spingimi in avanti» gli sussurrò all’orecchio. Averlo accanto le aveva dato un’idea. Lui la contraddisse con un gesto del capo e lei insistette con un’altra gomitata, creando una specie di lieve diverbio silenzioso tra loro. L’estremo rifiuto portò Aldo a spingerla esattamente come voleva lei nel momento preciso in cui il carretto del condannato a morte le fu davanti, a pochi passi. Finse uno scivolone, cadde carponi, Aldo tentò di soccorrerla e lei lo scostò con uno sguardaccio infermale a bloccarlo il tempo necessario per permetterle il gesto di pietà per il quale stava rischiando la vita, lo sapeva. Rialzandosi faticosamente si appoggiò al legno del mesto convoglio, le guardie percepirono il tremore dello stesso, il cavallo fu fermato, Eufrasia si aggrappò al poggia mani ed emerse dal nulla davanti agli occhi della regina che la scorse con quel suo sguardo arrossato, rimanendo per un attimo attonita davanti alla vicinanza di qualcuno, dopo mesi di solitudine obbligata. Non le avevano mai permesso neppure di avere un’intimità per il timore che potesse avere contatti non autorizzati. Fu un secondo, forse due, quello durante il quale le due donne, sconosciute eppure così vicine si guardarono, entrarono una nell’altra nel silenzio assoluto, una parola avrebbe ucciso Eufrasia come una parola avrebbe ulteriormente umiliato la regina. Tuttavia, in quest’ultima ci fu un brivido che sfociò in commozione, gli occhi rossi si inumidirono e li volse vero le Touleries, luogo dove aveva vissuto in maniera decente con la sua famiglia prima del Tempio e poi del distacco dai suoi figli. La folla pensò che quel ricordo la stesse emozionando e la Storia lo avrebbe lasciato credere. Poi quegli stessi occhi tornarono sulla sconosciuta e osservarono le sue mani aggrappate al legno. Si fissarono su quelle mani che stringevano un nastro rosso, lasciandolo ricadere all’interno del carro. Il nastro rosso. Maria Antonietta non distolse l’attenzione da quel segno, rimase immobile, ma Eufrasia colse in lei un sospiro lieve, un sollievo insperato. Repentina la regina le diede un’ultima occhiata, mentre il carro ricominciava ad avanzare verso la ghigliottina e una guardia allontanava bruscamente Eufrasia per aver intralciato quel viaggio estremo. Venne spinta nel punto in cui avrebbe dovuto restare senza invadere la strada e ad accoglierla fu Aldo.
«Femmina ignorante senza cervello! Quando ti si dice di portarlo il bastone perché sei zoppa tu non ci senti. Stupida!» disse il giovane stringendole il braccio e lei, veloce e abituata alle messe in scena, finse di perdere il controllo della gamba aggrappandosi a lui. La guardia non si insospettì, quell’episodio passò così in secondo piano, nessuno lo avrebbe ricordato, solo Maria Antonietta.
Entrambi rimasero immobili a osservare il carro giungere sotto la ghigliottina, a fissare la schiena della regina mai curva. La videro scendere ed Eufrasia notò il suo capo rivolto all’interno del carro dove aveva
lasciato scivolare il nastro. Aveva capito ed esserne certa la colmò di una gioia discordante in quella situazione che adesso avrebbe raggiunto livelli inenarrabili. Tutto era veloce, veniva percepito così, il tempo era lo stesso, ma gli animi sentivano la velocità che incalzava e un mormorio soddisfatto aleggiò, quando vennero tagliati i capelli della regina alla nuca. La nuca… il punto che doveva essere libero per il colpo mortale della lama. Eufrasia rabbrividì. La regina salì sul patibolo, bianca nella veste e nella carnagione, bianca come un fantasma e quando il suo sguardo corse sul pubblico, a distanza il rosso del disprezzo sembrò davvero scintillare. Qualcuno indietreggiò davanti a tanta incrollabile magnificenza. Fu in ginocchio, impossibilitata a fuggire, ormai a un passo dalla morte.
«Non è uno spettacolo accettabile» le sussurrò Aldo, stando bene attento a non farsi sentire. Erano nella fossa dei leoni. Lei lo ignorò. Doveva vedere. Doveva. Avrebbe voluto andare davanti alla condannata a morte per darle altre conferme, ma non poté farlo. Ma doveva vedere fino a che punto l’umanità potesse arrivare e convincersi definitivamente che lei, nonostante tutto, era migliore. Doveva vedere e avrebbe visto. Guardò i presenti e la loro ansia, poi tornò al patibolo, una donna accusata di incesto stava per essere giustiziata. Doveva vedere. La mano di Aldo invano cercava di distoglierla da quella scena che l’avrebbe sconvolta. Non era una questione di obblighi, non gli stato detto di evitarle quell’esperienza, istintivamente riteneva che una donna normale non avrebbe sopportato lo scempio. Ma forse Eufrasia non era più normale, forse non aveva ancora avuto occasione di capire fino a che punto era arrivato il suo cambiamento. No, lei doveva vedere.
E vide. La lama sibilò accompagnata dal rumore della discesa, giunse fulminea a destinazione e recise. La lama tagliò, di netto, precisa come uno di quei coltellini dei dottori che chiamavano bisturi. La lama recise come un fiore la vita, il boia afferrò la testa caduta in un cesto e la mostrò al popolo. Eufrasia sobbalzò, il cuore in gola o forse non fu il cuore a batterle la carotide, forse fu un conato di vomito, ma non vomitò, era digiuna da giorni e non aveva bevuto quella mattina. La azzannò un’emicrania che sembrò un colpo di bastone in piena fronte, allargò gli occhi incredula, indignata e tremò così forte da cercare senza volerlo l’abbraccio di un uomo che detestava. Raggelò dopo essere rabbrividita, perché gli occhi rossi di Maria Antonietta si mossero e lo fecero una due tre volte, tante volte e fu terribilmente convinta che le sue labbra sottili regalassero un sorriso a tutti coloro che stavano davanti al suo capo grondante. Qualcuno in prima fila svenne, uomini e donne. Dei bambini gridarono, i più piccoli ebbero reazioni inconsulte senza essere controllati. Il sangue iniziò a cadere sulla pietra della piazza. Pochi istanti di intontimento e poi lo scoppio incontrastato del giubilo folle, quando quegli occhi si fermarono e quella bocca non sorrise più. L’inno alla Rivoluzione e alla Repubblica echeggiò e divenne coro assordante, il pasto dei vampiri dei fazzoletti bianchi iniziò travolgendo Eufrasia e Aldo che a stento riuscirono a non trovarsi a pochi passi da quel massacro. Caddero al suolo, si rimisero in piedi, contro la corrente della gente assetata di sangue ripercorsero a ritroso la strada che li aveva portati davanti a quello spettacolo orribile. Non avrebbe voluto, ma le membra erano a briglia sciolta, e si lasciò aiutare da Aldo. Appoggiata a lui zoppicava per le gambe che cedevano, nonostante stesse evitando uno svenimento che in condizioni normali avrebbe accettato. L’uomo prese in mano la situazione e raggiunse con lei il cavallo lasciato libero nel piazzale del Tempio. 

sabato 30 settembre 2017

Gli stralcetti - IL VELENO DEL CUORE




IL VELENO DEL CUORE
Barbara Risoli
Genere romance storico, no erotico
Link
https://www.amazon.it/VELENO-CUORE-avventure-Venanzio-Eufrasia-ebook/dp/B00A1PA9SC/

«Diverrò una suora» finalmente rivelò. No, non ce la fece a restare serio, tentò di trattenersi, ma lo sbuffo divertito che sfuggì dalle sue labbra diede il via a una grassa risata. Lei lo guardò delusa.
«Tu, una suora?» sottolineò quell’idea comica e assurda. La ragazza corrucciò le sopracciglia, non cogliendo la sfumatura del suo tono. Si sentì offesa e glielo fece capire. Lui si appoggiò alla parete rugosa della caverna e si calmò lentamente; poi le riservò quell’occhiata capace di confonderla.
«Non hai il temperamento della santa» asserì, adombrandola.
«Mettete in dubbio la mia serietà?» lo interrogò contrariata.
«No, assolutamente. Metto in dubbio la tua vocazione che non c’è ora e non potrà mai
esserci» chiarì. Eufrasia ci rifletté.
«Non è giusto» continuò a lamentarsi. Il risentimento sovrastava ogni rassegnazione.
«Mia cara, viviamo nell’ingiustizia e la normalità ci disgusta. Io e te ci somigliamo» la sorprese con quell’affermazione e lei ancora lo accusò tacitamente.
«Io non sono un’assassina» gli fece notare, strappandogli un sogghigno.
«Soltanto perché non ne hai avuto l’occasione. Tu, come me, persegui il magnifico e ciò che per gli altri è normale, per te è inaccettabile» aggiunse serioso, troppo per pensare a uno dei suoi scherzi. «Dite solo delle sciocchezze» lo zittì, facendo spallucce. Però il suo parlare preciso e diretto l’aveva colpita: non era un’assassina, ma aveva desiderato uccidere Aldo per punirlo di una colpa sostanzialmente iniqua, per la sua inettitudine, per la sua incapacità, per il suo inconsapevole mentire, dicendo di amarla. Per lei l’amore, adesso, era qualcosa che non l’aveva mai sfiorata. Scosse il capo sconvolta da se stessa e il bandito la osservò, mentre lottava contro i propri pensieri e il proprio essere autentico.
«Aldo era così normale, vero?» la colse in flagrante. Neppure allora credette nella sua capacità di leggere il pensiero. Non gli rispose.
«E tu vuoi un eroe o un bastardo, non sai cosa fartene di un uomo senza gloria e senza infamia» fu esplicito. Istintivamente, Eufrasia ebbe l’impressione che stesse tirando l’acqua al suo mulino, poi escluse quell’evenienza.
«Lo avete detto, un eroe» lo stilettò sottile.
«O un bastardo, ho detto anche questo» sottolineò arcigno. Lei sbuffò, fissandosi sulla pioggia battente che scrosciava davanti a loro. Strano, ma si sentiva bene. Come poteva essere? L’appoggio inaspettato di Venanzio la sollevava e le toglieva quel masso abnorme dal petto. Eppure nulla era cambiato, il suo destino restava segnato, da lì a poco sarebbe partita alle volte di Parigi per entrare in convento e diventare una sposa di Cristo! Già, nulla era cambiato in quei minuti. L’ombra, per un attimo scemata, tornò sul suo volto, con il groppo ingoiato poco prima a serrarle nuovamente la gola. Sospirò esausta, quell’andirivieni di malessere e benessere la sfiancava e anelò morire, magari senza accorgersene, senza dover lottare per sopravvivere. Morire, così com’era nata, nell’inutilità del vivere che sentiva addosso. Certo, questa volta solo la morte avrebbe potuto salvarla. Solo la morte? La morte… Arrossì, agguantata da un pensiero feroce, poi sbiancò e timidamente volse l’attenzione a Venanzio che non aveva smesso di studiarla. Si passò la lingua tra le labbra asciutte e strinse lo sguardo scuro. «Voi» sussurrò lieve. Una luce crudele le attraversò il viso, inquietante quanto affascinante. «Sì, potrei essere la carta vincente che ti serve per gabbare il destino e aggiudicarti la partita» la invitò a continuare, per nulla intimorito, nemmeno sorpreso, probabilmente già a conoscenza dei suoi pensieri.
«Voi siete un assassino» asserì acida.
«Un assassino è sempre utile» le ricordò, suadente. La determinazione di quella ragazza era addirittura luminosa.
«Uccidetemi» disse. Lui non sbatté ciglio. Il cuore però gli andò in testa, come se si fosse aspettato quella richiesta dal momento in cui aveva visto la sua disperazione sciogliersi in lacrime. Si mise a ridere, socchiuse lo sguardo nel farlo e se la ritrovò addosso, le mani bianche sulla camicia nera che indossava. Tornò serio, mentre i loro occhi furono gli uni dentro gli altri, simili nel colore e ora anche nella decisione. Percepì il suo calore superare le stoffe degli abiti e un’emozione sconosciuta lo fece vacillare dentro, come mai gli era accaduto, o forse come quella notte… al tocco casuale del polso di un angelo schiantato accanto alla sua agonia. Venanzio non tremò, trattenne ogni reazione, non si mosse, ascoltò il respiro di Eufrasia. «Aiutatemi» lo supplicò con un tenero sussurro che lo spiazzò. Il languore che gli riversò addosso lo confuse e la sensazione di non avere scampo lo mise in agitazione. Cercò di fare mente locale, ipnotizzato dal bagliore fascinoso di quegli occhi che, inconsapevoli, sapevano scatenare strane sensazioni negli uomini. Ritrovò a stento la propria freddezza e veloce, senza che lei potesse difendersi, le cinse le braccia e la bloccò. S’impadronì delle sue labbra, socchiuse e scarlatte, che da sempre lo attiravano con sentenze e parole discordati. La baciò improvviso e appassionato, senza che il ricordo di un bacio come quello emergesse dalla sua mente attenta, prudente nel non lasciarsi prendere e portare via. Eufrasia perse il fiato, l’impossibilità di poter prevedere quel gesto la piegò facilmente e l’emozione che le salì dallo stomaco fu nuova, frastornante, qualcosa che mai nella vita aveva immaginato e tanto meno provato. Non chiusero gli occhi e nella profondità poco rispettosa di quel contatto si fissarono fermi, come se stessero sostenendo una sfida senza sentimenti. Eppure entrambi colsero il sapore inequivocabile di un sentimento che non vollero analizzare. Senza parole si divisero e a cedere fu lei che, senza respiro, si appoggiò al suo petto fermo, privo di emozioni sotto la stoffa scura. Senza essere vista, chiuse lo sguardo, mentre la stretta dell’uomo allentò, sbloccandole le braccia che non scesero. Il bandito la sentì prendere il fiato perso e tornare alla calma che sapeva di avere minato con il proprio fuoco.
«Che cosa volete dimostrare con questo?» chiese con un filo di voce. La timidezza, per lei sconosciuta, emerse e la mutò in quel momento. Venanzio ebbe un sussulto ironico che la irrigidì, senza che trovasse il coraggio di alzare il viso. L’uomo si avvicinò al suo orecchio e lei percepì il calore del fiato sfiorarle anche il collo. «Non c’è nulla che io possa dimostrarti, Eufrasia des Fleuves, nulla che tu non riesca a comprendere da sola» disse lieve, come se stesse confessando un segreto. La giovane non si mosse. «Eri il mio sogno» aggiunse oscuro, facendola sussultare intensamente. Tentò di guardarlo, vincendo l’imbarazzo, ma Venanzio non glielo permise e le serrò il capo contro di sé.
«Ti ascolto» interruppe il languore tra loro. Non sarebbe riuscito a guardare quel viso bellissimo, senza che i sensi lo travolgessero e lo annientassero. Non voleva questo per lei, gli era troppo simile, sarebbe stato come ferire se stesso e dentro aveva già troppe cicatrici che facevano ancora male. Eufrasia ebbe così il tempo per ritrovare la lucidità.
«Sarò io stessa a commissionarvi la mia morte. Lo avete detto, voi siete solito uccidere a pagamento, la vostra ricompensa sarà cospicua» lo sorprese improvvisamente glaciale, anche se colse nel tono della sua voce un tremito che la faceva sembrare una bambina. Rimase fermo con il suo calore a penetrarlo come una spada.
«Sembri decisa» mise in discussione ogni cosa.
«Non sono tenuta a giustificarmi con voi, mentre voi dovete dirmi se accettate quest’incarico o se vi pare troppo terribile» fu dura, poco propensa alle celie, ingenuamente convinta di averlo sbaragliato. Era dunque esattamente come l’aveva immaginata: si barricava dietro la giustizia e l’onestà del suo rango, ma lo spirito che la muoveva non era come il suo aspetto, bensì crudele e senza scrupoli, esattamente come lui. E come lui era diventata ciò che era, da pochi minuti. Stava assistendo alla tragica nascita di un’anima lesa e per questo feroce.
«Sei diabolica» asserì roco.
«Non più di voi, Venanzio» ribatté. Fece per spezzare il loro contatto, ma lui la avvolse in un altro abbraccio, lieve eppure invitante, al quale lei non volle rinunciare, memore e già nostalgica del bacio che l’aveva scossa, regalandole assurdamente la freddezza necessaria per difendere la propria vita.
«Mi stai chiedendo di ammazzare un innocente al tuo posto» andò al sodo Venanzio. Aveva capito tutto, senza che lei gli avesse dettagliato un piano.
«Io non sono innocente?» ringhiò amareggiata.
«Sai difenderti molto bene» la stuzzicò.
«Non escludo nessun mezzo per salvare me stessa» Finalmente riuscì ad alzare gli occhi su di lui. «Il mio compenso» fu venale, algido quanto lei.
«Vi darò le direttive necessarie per entrare nel mio palazzo. La metà di ciò che sarete in grado di prendere sarà vostro» era come un uomo d’affari, sempre più ferma e macchinosa, ma la voce la tradiva e lui ne fu compiaciuto.
«Ti fidi di me? Sai che potrei prendere tutto e scomparire» insinuò.
«Non lo farete» asserì senza esitazione.
«La tua sicurezza potrebbe costarti cara» la avvertì.
«Voi vi siete fidato di me, il fatto che siete qui lo conferma» lo sfidò, alludendo che non aveva rivelato la sua presenza in riva al fiume. Si guardarono lungamente, erano diventati in pochi secondi complici di un crimine, stavano condannando a morte la figlia del conte des Fleuves.
«Sarai una donna sola, Eufrasia. Perderai il tuo nome, il tuo titolo e la tua vita agiata» volle farla ragionare, andando contro se stesso e cogliendone una sorta di mesta delusione.
«Sono sempre stata sola. Mi avete conosciuto che ero sola e mi avete ritrovato sola. Credete che questo possa spaventarmi? So cavarmela e se non sarà così, soccomberò» parlava di sé come di un’estranea o di un nemico.
«È una cosa della quale potresti pentirti e non potrai tornare indietro» fu quasi paterno. Si maledì per questo, perché ciò che sentiva per lei in quei momenti non era certo amore paterno!
«Se mi limitassi a fuggire, farei altro male a mio padre, lo getterei nella vergogna e non lo sopporterebbe. La mia morte sarà certamente meno gravosa per lui e non infangherà il titolo di cui va fiero» rivelò amara. Venanzio alzò le sopracciglia: Eufrasia pensava all’onore del conte, giocandosi il destino su un tavolo verde. Tuttavia, le porse la mano per suggellare il loro accordo. Lei si allontanò di un passo e gliela strinse con decisione.
«Ricordate, la metà di ciò che vi sarà possibile rubare, solo la metà» precisò.
«Certo, la metà» confermò. La stretta delle loro mani diverse, una candida come marmo pregiato e una vissuta come metallo temprato, chiuse un discorso allucinante e aprì un capitolo nella vita di entrambi. I loro occhi, anch’essi diversi, pur del medesimo colore, si promisero una fedeltà che andava oltre qualsiasi previsione. Tra loro si accese una scintilla letale e si avviluppò un nodo che nulla avrebbe potuto sciogliere. Sorrisero, apparentemente impegnati a programmare il delitto, ma segretamente scossi dal bacio che li aveva uniti in un fremito imprevisto.

mercoledì 27 settembre 2017

Gli stralcetti - LA GRAZIA DEL FATO




LA GRAZIA DEL FATO
Barbara Risoli
Genere Fantasy Mitologico


La neve che continuava a cadere su Astos rendeva l'atmosfera ovattata. I corridoi del palazzo erano poco illuminati da sporadiche torce. Non un rumore spezzava la staticità della notte, il nulla sembrava dilagare nelle stanze. L'ombra di Thanatos avanzava lentamente verso la camera dove Zaira dormiva senza Dunamis, impegnato nell'arena con i suoi comandanti in una difesa inutile della rocca. Si affacciò alla porta, confondendosi con l'oscurità cui apparteneva e osservò la figlia del futuro. Poteva vederla anche senza la luce, rimase per qualche istante assorto davanti alla sua bellezza. Si sedette sul ciglio del letto e le spostò una ciocca di capelli dal viso. Percepiva il battito del suo cuore, lo ascoltò affascinato. Non si era mai soffermato su un mortale, il suo compito era sempre stato quello di togliere il respiro e di tagliare un po' di capelli del prescelto per consegnarli ad Ades, perché potesse riconoscerne lo spirito, quando giungeva nell'Oltretomba. Non aveva mai pensato agli uomini, alla loro natura, al loro corpo, alle loro emozioni, ai loro dolori. Posò la mano fredda sul petto di Zaira, sentì lo scorrere del sangue che confluiva nella parte sinistra. Provò un senso di desolazione. Toccò le labbra semiaperte della regina, il fiato caldo lo turbò. Gli occhi rossi scintillarono ed ebbero un arcano tremore che lo agitò. Che sciocchezza! Lui non poteva provare certe sensazioni. Un fremito più forte lo scosse. La schiena si curvò, poi s'inarcò in movimenti lievi. Piano le ali celate spuntarono sotto il chitone viola, strapparono la stoffa e si spiegarono grandi, nere e lucide come quelle di un enorme corvo. Si mossero senza alcun fruscio. Poi si aprirono stupende, rendendolo minaccioso. «Zaira d'Enotria, un tuo pensiero e io sarò salvo» disse cavernoso. Le lunghe dita si fermarono sugli occhi chiusi. Lei si mosse disturbata da un sogno «Un pensiero e la mia condanna cesserà d'essere» aggiunse. La stava soggiogando, ma era difficile, il controllo su di lei era quasi nullo «Thanatos il tenebroso è giunto per te dal suo eremo lontano. Salvami e nulla accadrà nella tua dimora perfetta» continuò. Zaira aprì lo sguardo. Non era sveglia. Un cupo velo oscurava la sua espressione. La fissò attento a non destarla. Avvicinò il volto. «Salvami» ripeté disperato, nonostante il ghiaccio del suo essere. Lei dischiuse la bocca. Un rumore proveniente dalla terrazza serrata lo distrasse. Una voce alle spalle infranse il suo sortilegio.
«A questo deve ricorrere il primogenito di Nyx?» Zaira richiuse le palpebre. Il dio si voltò e vide Dicaia. L'amazzone lo aveva tenuto d'occhio, aveva previsto il suo tentativo e ora stava impedendo che si realizzasse il volere del Fato. Si mise dritto. La fronteggiò con le ali per un attimo ad avvolgerlo.
«Hai bisogno del suo consenso, della sua pietà o di cos'altro?» sorrise la donna impassibile davanti all'immortale apportatore di morte. Si limitò a scrutarla «Non hai alcun potere su di lei» proseguì ferma.
«Ce l'ho su di te, Dicaia della Città Bianca» l'avvisò.
«Non sei qui per me, non sei stato incaricato di mettere fine alla mia vita» si difese.
«Perché mi stai ostacolando?» le chiese allora. L'amazzone fece un passo guardandolo dritto negli occhi che tentavano invano di inchiodarla.
«Sei qui per una condanna che ti è stata imposta, grava su di te l'ira di un dio potente, forse Ades, forse Zeus, anche se qualcosa mi sfugge» lo fulminò.
«Sia pure come dici, piccola donna, ma osi davvero molto a metterti contro Thanatos figlio di Nyx, la tua dea» sibilò alle strette, mentre le ali rientravano e l'aspetto tornava normale, nei limiti della normalità che Thanatos poteva avere. Dicaia lo osservò insistente.
«Qualcosa t'impedisce di agire» affermò, irritando il dio della morte che la superò e si fermò sulla porta. «Un dio condannato» ridacchiò l'amazzone. L'immortale si dissolse.

martedì 26 settembre 2017

Gli stralcetti - L'ERRORE DI CRONOS


L'ERRORE DI CRONOS
Barbara Risoli
Genere Fantasy Mitologico
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Si svegliò nel silenzio di un caldo tramonto, il sole accecante colpì lo sguardo offuscato e il mare cantò sotto il ciglio del precipizio che raggiunse lentamente. Una rigogliosa vallata scivolava verso la costa, morendo tra le pietre di una brulla spiaggia, lambita da onde increspate di luce. Le ombre inquiete di gabbiani urlanti sorvolavano quel paesaggio contrario a se stesso, con i monti poco distanti a sovrastare ogni cosa, come un'arcana minaccia. Si voltò verso frondosi alberi sfiorati dal vento in un inchino d'altra epoca che parve un saluto, con il cinguettio incessante di uccelli in cerca del riparo per la sera. Si guardò intorno confusa, accorgendosi solo allora d'essere scalza. Frettolosa infilò le scarpe e fece qualche prudente passo in un luogo che non conosceva e non ricordava. Ascoltò ancora quel silenzio, spezzato dalle manifestazioni di una natura benevola, e inspirò profondamente. Farlo le causò un dolore pungente al petto, costringendola a piegarsi per vincere, a stento, un giramento del capo. Con lo sguardo cercò un sentiero che non la costringesse a inoltrarsi in un'apparente selva, ma non vi era altra via, se non quella, per cercare di comprendere cosa stesse accadendo. Trovò il coraggio e iniziò a camminare, entrando nell'ombra fresca di chiome alte e imponenti. Ciò che aveva considerato una semplice foresta, iniziò ad apparirle come un parco, curato nei dettagli, profumato, accogliente. Si fermò più volte, anche per riprendere un respiro che a tratti le mancava, come se l'aria non fosse la stessa cui era abituata. La solitudine iniziò improvvisamente a farsi preoccupante, con il giungere veloce della notte preceduta dal crepuscolo. Il cuore iniziò a battere troppo veloce, togliendole quel poco fiato che riusciva a mantenere con un lento passo. Il buio dilagò intorno a lei senza che potesse trovare un riparo nel quale attendere il nuovo giorno. Si appoggiò a un tronco, tastandolo in cerca di appiglio. Gli uccelli non cinguettavano più, la tiepida brezza non penetrava più i sentieri e il silenzio presto divenne totale. Zaira si rese conto cosa significasse essere ciechi e si spaventò per questo, scivolando seduta e rannicchiandosi con le ginocchia strette al petto. Pianse, senza un singhiozzo, un lamento, una parola, vinta da un sogno che stava diventando incubo. Solo la certezza di svegliarsi e guardare oltre la finestra della propria stanza non le faceva perdere il controllo di sé. Certo, quello doveva essere un sogno, brutto e assurdo, ma pur sempre una visione onirica che si sarebbe dissolta. Un rumore la fece trasalire, le unghie piantate nella pelle delle gambe a farle male, il tremore di poco prima amplificato dalla sensazione di non essere sola nella tenebra di una notte sconosciuta. Corse con gli occhi nel niente nero che l'aveva fagocitata e smise di respirare, con la convinzione di rendersi meno individuabile. Chiunque fosse con lei, ci vedeva, mentre lei continuava a essere cieca. Era certa di questo. Un bagliore la pietrificò, qualcosa di simile a fuoco, un lampo fisso che illuminava una sagoma immobile. Si appiattì contro il tronco, cercò di rasentarlo per tentare la fuga, ma era consapevole che dietro di lei vi era altro inesorabile buio. Serrò i denti, infastidita adesso dalla luce. Scorse un giovane, dall'aria austera e poco amichevole, che la fissava senza emozione nello sguardo scuro e profondo. Vestiva insolitamente, con un chitone bianco rifinito in oro, come in oro doveva essere la fascia che gli cingeva il capo biondo. Aurei schinieri scintillarono alla luce soffusa che lo avvolgeva e tra le mani stringeva ciò che Zaira riconobbe come il caduceo. Non si mosse, solo il respiro faticoso la rendeva apparentemente viva. Il giovane alzò il caduceo con solennità e lei si fece ancora più piccola, affossandosi nelle spalle. «A te è rivolto il mio messaggio» disse lo sconosciuto con voce suadente eppure distante. Zaira lo squadrò prudente, accorgendosi solo in quel momento che indossava dei calzari alati e quelle ali si muovevano autonomamente. Sobbalzò e ne ebbe orrore. Cosa le stava accadendo e chi era quel giovane dai modi algidi e solenni? «Io sono Ermes, messaggero degli dei tutti» rispose ai suoi pensieri. Zaira assottigliò lo sguardo, cercando la determinazione per affrontare l'assurdità di un incontro che non poteva essere reale «Giunta ti è all'orecchio giusta comprensione delle mie parole. Sono Ermes, figlio di Zeus potente e di Maia divina; vidi la luce in Arcadia, sul monte Cillene, e fui immortale» aggiunse il presunto dio, come se la leggesse dentro e fosse lì per esaudire ogni sua curiosità. Tuttavia, la straniera non parlava e lui la fissò con più decisione «Non vuoi conoscere il mio messaggio, mortale?» «Sei molto convincente» sussurrò per assecondarlo. Se era pazzo, poteva essere anche pericoloso. «La tua dimora è nel futuro governato da un solo dio. Il Fato ti ha portato tra i devoti a Zeus divino» decise di parlare il figlio di Zeus, segretamente infastidito dalla diffidenza della donna che annuì a quella rivelazione, disposta ad accettare qualsiasi parola pur di porre fine a quell'incontro. «Questo è il tempo degli eroi e degli dei, ove solo il valore permette di vivere e tu non puoi ignorare la verità» continuò il dio freddamente. «E che anno sarebbe questo?» finalmente lei azzardò. «Ti trovi nel 1200 prima della nascita di Cristo, mortale. Dico questo perché tu possa comprendere, poiché per noi Cristo non ha alcun significato, anche se è Colui che ci cancellerà dalla memoria degli uomini» ancora Ermes assunse la sua aria solenne. Zaira percepì dentro uno strappo che la fece sobbalzare e posò gli occhi su quelle ali in movimento che più di tutto avevano attirato la sua attenzione. Storse il naso in una sfida vacua. «Saranno gli eventi a convincerti» sentenziò l'immortale, riservandole uno sguardo di divertita pietà. Si apprestò a lei che distese le gambe per cercare di alzarsi e fuggire, ma non ci riuscì e subì, senza rendersene conto, un potere divino che le indusse un sonno profondo, tale da permetterle di addormentarsi, nonostante la situazione, in attesa del nuovo giorno e degli eventi che l'avrebbero convinta della veridicità delle parole di Ermes veloce.

giovedì 21 settembre 2017

Due in uno - LA SAGA DEL TEMPO


Disponibile la dilogia LA SAGA DEL TEMPO, cioè L'ERRORE DI CRONOS + LA GRAZIA DEL FATO (volume unico) - Formato Kindle - Kindle Unlimited


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L'ERRORE DI CRONOS
Uno strano risveglio in un mondo antico Un re senza cuore e assetato di sangue. Un ribelle condannato all'eterna sconfitta. Ove gli dei sono padroni assoluti e gli scontri non concedono pietà, la lotta per la libertà è strenua e Zaira, figlia del ventesimo secolo e strumento del Fato, viene travolta dalla funesta profezia di un oracolo e conosce l'insospettabile valore del diritto di esistere. Amicizie sincere e odi profondi mutano giorni impossibili; estenuanti inseguimenti e ostinate fughe scuotono gli animi; grandi sentimenti e tristi tradimenti squarciano, come spade affilate, il velo oscuro di feroci verità. Sino all'ultimo respiro. Il tramonto della Focide micenea saluta l'arrivo di un'amazzone venuta dal futuro e occhi atri ne osservano lo sparuto giungere...


LA GRAZIA DEL FATO
L'assedio ad Astos graffia Dunamis con il ritorno di coloro che avrebbe voluto dimenticare. Il giungere di un dio e la neve di una maledizione macchieranno la fredda pietra con il sangue di un re. La morte sarà ciò con la quale il Fato giocherà la sua partita. Un mondo proibito ai mortali che la terra e il suo padrone celano. Un giuramento in nome di Ades il ricco. Un'altra estenuante fuga nella lotta contro un tempo che scorre veloce. La forza di colui che, devoto agli dei, potrà scegliere se rinnegarli o servirli. Ancora una volta Zaira dovrà affrontare una dura prova del Fato, capace di metterla in ginocchio nell'errore che commetterà e con lei il re di Astos, ringhiante e feroce sino all'ultimo istante, costretto alla grandezza anche se spezzato.


martedì 19 settembre 2017

Due in uno - LA CONGREGA DEL NASTRO ROSSO

Disponibile la dilogia LA CONGREGA DEL NASTRO ROSSO, cioè IL VELENO DEL CUORE + LA GIUSTIZIA DEL SANGUE (volume unico) - Formato Kindle - Kindle Unlimited


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Siamo nell’estate del 1788, nella Francia pre-rivoluzionaria messa a dura prova da un rigido inverno e in attesa del giorno dell’assemblea degli Stati Generali che precederanno la presa della Bastiglia. I protagonisti sono Eufrasia, figlia del conte Xavier des Fleuves facente parte dei fisiocratici sostenitori del cambiamento, e Venanzio, un assassino prezzolato dal torbido passato. A seguito del mancato matrimonio della ragazza, i due s’incontrano e tra loro viene a crearsi un saldo legame dai risvolti inquietanti che mette in luce i loro animi senza scrupoli e disposti a tutto, per se stessi a scapito degli altri. La richiesta di Eufrasia di inscenare il proprio omicidio, per evitare il convento, e l’esecuzione del servizio da parte del bandito, porta entrambi a cambiare identità celandosi nel cupo scenario della Francia in fermento, in ginocchio sotto la neve incessante dell’inverno 1788. A questo punto la storia si articola tra Nanterre, piccolo borgo vicino a Versailles, e la Bretagna, terra d’origine dei protagonisti. Eufrasia diviene la Vedova, donna sempre celata in un lutto stretto, abile giocatrice d’azzardo e contrabbandiera che arma la rivoluzione incombente. Venanzio si spaccia per il duca Stolfo Rues di un casato inesistente. Una serie di coincidenze li fanno incontrare nuovamente, mentre l’amore di entrambi viene svelato lentamente in un timore reciproco del rifiuto. Ma le promesse sono promesse e… 


1793. Una lettera disperata giunge dalla Francia, dove la Rivoluzione impazza. Intercettata da Venanzio, ora duca Rues de Martin, scatta il piano per salvare un innocente dall’inferno del Terrore. Eufrasia e Venanzio tramano nel buio, feroci e decisi a riscattare se stessi e il sangue offeso, irriducibili sfidano Dio, si confondono con le ombre di un tempo spietato e rischiano la vita al fianco di foschi personaggi in un mondo senza più regole, la giustizia a ergersi distruttiva con la libertà che scioglie cani randagi. Nella cupa atmosfera di una Parigi allo sbando, nell’aria fetida di una locanda malfamata, davanti alla ghigliottina, mentre Maria Antonietta guarda il popolo assetato di sangue, l’amore muove i due amanti e dal fango risorge con un inganno perfetto, con un gioco delle parti che trascinerà nella loro vita chi era destinato alla morte.